Brescia – Mentre scrivendo si andava in territori lontani, nel riferire la ricomparsa di persone disperse e sperdute fra remoti paralleli e meridiani, a seguito del Secondo conflitto mondiale, altre notizie pare si facessero invece avanti, coinvolgendo la stampa in singolari e ravvicinati richiami.

Al contrario di una qualsiasi trasferta giornalistica, proiettata nell’altrove di un’intervista, era il corso inverso di una dinamica imprevista a condurre, direttamente alla sede del quotidiano “Il Giornale di Brescia”, la perentoria vicenda che si prestava ad essere oggetto di un’informazione, sbocciata direttamente sul tavolo della corrispondente redazione.

Nell’eco dei fatti raccolti in luoghi lontani, capitava che certi avvenimenti risalissero al contrario i canali di stampa, raggiungendone la sorgente, dove si concretizzavano per la manifestazione, anche in questo, di un loro diretto assetto controcorrente.

Se la premura giornalistica superava geografie recondite, rendendole note, anche per il tramite delle trascritte esperienze dei reduci di guerra, restituiti ai loro cari da una condizione di espatriati, la primavera del 1954 pare abbia, in una certa occasione, rovesciato il campo d’azione della sollecita professione svolta a favore del servizio di informazione, bersagliandone a Brescia la sede dell’allora unico quotidiano locale, operante nel territorio per coniugare alle notizie la propria funzione, con una asseverata ed attesa diffusione.

Quanto di questo si imponeva all’attenzione per una cronaca che districava la specificità di alcuni malriposti contenuti, confusi nella loro interpretazione, era profuso nell’edizione de “Il Giornale di Brescia” di mercoledì 7 aprile 1954, attraverso un’ironia d’esposizione che disarmava, in abile dissolvenza, l’incassata ingerenza di un gesto di anonima insipienza, armato di esplosiva impudenza: “Omaggio esplosivo sul tavolo di redazione- Un pacco bombe a mano recapitato al nostro giornale – Un nostro collega, arrivato ieri a mezzogiorno al giornale, si è visto consegnare dal fattorino una grossa scatola, accuratamente sigillata e accompagnata da una busta che indicava l’indirizzo scritto a carattere stampatello. Il messaggio andava per le spicce: in poche parole invitava a consegnare il contenuto della scatola “a chi di dovere”. E la firma era “un borghese”. Sin qui, nulla di straordinario. Il bello è stato quando, aperto l’involto, da una soffice paglia d’imballaggio, sono venute alla luce, come tante uova di cioccolato, una bella covata di bombe a mano, con abbondante contorno di caricatori ben guarniti di pallottole per mitra e rivoltella”.

Senza perdersi d’animo e per nulla diverso dallo stile d’esordio dimostrato nell’approccio narrante ad una così antipatica contingenza, l’ignoto estensore dell’articolo, informando che del fatto fosse stata edotta la questura dalla quale era anche già stato assolto il compito di prendere in consegna l’arsenale del recapitato involto, proseguiva nello scrivere prendendo di mira la stigmatizzata iniziativa subìta, con una malcelata ingenuità di blanda invettiva: “Comunque, per quanto il giornale si consideri al servizio di tutti, esonerateci almeno dal tritolo. Se qualcuno ha roba simile in casa e intende sbarazzarsene, lo porti direttamente in Questura, senza passare per i nostri uffici. Nessun giornalista, per quanto duttile possa essere questa professione, intende, suo malgrado improvvisarsi artificiere”.

La consegna del pacco, secondo un’ideazione da mente ignota partorita, pare fosse eseguita da chi nella descrizione dei fatti, risultava nel ruolo di una fugace comparsa, funzionale però al servizio basilare dell’essere congiunzione tra un piano astratto ed il suo compiersi reale: “Latore del dinamitardo plico è risultato un ragazzino di una dozzina d’anni, evidentemente mandato avanti da qualche adulto che ha preferito rimanere nelle quinte, esponendo il fanciullo alla pericolosa missione. Il giovanissimo latore si era presentato a un fattorino circa un’ora prima; aveva consegnato l’involto dicendo che non c’era bisogno d’altro e poi se n’era andato; affare di pochi secondi”.

L’evasione dall’altrove, occluso nella progettata volontà di quella singolare trasmissione, si espandeva, oltre la detenzione di ogni ritegno sperimentabile nelle remore di un’inibente considerazione, per un gesto d’eccezione che il quotidiano faceva proprio trasformandolo in una breve notizia di poche righe, quasi in fondo alla pagina delle “Cronache Bresciane”, insieme, tra l’altro, alle note d’informazione dedicate a “Un comitato per promuovere la permanenza dei gesuiti all’Arici”, ad un “Ubriaco molesto arrestato dalle guardie”, ad un “Illeso sulla vettura investita da un camion” ed allo “Svelato mistero dell’abito deposto sulla riva del Garda”, relativo al presunto suicida di Desenzano che era stato in quei giorni rintracciato a Verona dopo una simulazione di suicidio in prossimità delle acque del lago a cui aveva desistito “perché l’acqua era troppo fredda”.
Pagina composita, dedicata in particolar modo alle vicende locali, nella quale, secondo l’edizione in edicola giovedì 30 maggio 1954, aveva avuto invece spazio riservato su tre colonne quanto, nei termini di una lieta rivelazione, trapelava nella pubblicazione, in ordine ad un vissuto colto nella notevole percezione esorbitante un lungo tempo decorso, le diluite località interessate ed ogni assopita speranza di avere, fino ad allora, prove di attestazione in vita di “Dante Ughetti, il quale era pianto dai suoi famigliari disperso in Russia da dieci anni”.

L’informazione conduceva la stampa su ampi contesti differenziati, attraverso i passaggi progressivi che, dal titolo attribuitole, annunciando “Disperso in Russia da dieci anni si fa vivo adesso con una cartolina”, progrediva in vari particolari, dettagliandosi nei passi indirizzati che si rapportavano a luoghi lontani: “Dante Ughetti (che ora ha cinquant’anni) si trovava a Berlino come lavoratore civile fino al principio del 1944, poi fu mandato in zona russa e qui venne catturato dalle avanzanti truppe sovietiche. Questa notizia venne portata ai famigliari da un reduce a guerra finita; da quel tempo, gli Ughetti nulla più seppero del disperso, sulla sorte del quale nessuno ormai si faceva più alcuna illusione”.

Nell’insperato messaggio, dove pare che lo scrivente non specificasse nulla delle sue trascorse traversie, come neppure nulla, oltre la vaghezza delle sue condizioni, e nemmeno alcunché delle ventilate possibilità di un ritorno fra le sue coltivate intenzioni, si leggevano i termini usati dal reduce di tanti anni di cattività, nel chiedere di occuparsi di alcuni certi suoi interessi rimasti nel frattempo sospesi e nello scrivere, tra l’altro, a penna ”Sto bene, ma inviatami un passamontagna, un po’ di limoni e vitamine”.

Un messaggio, confezionato in parte con caratteri di spedizione redatti in cirillico ed in parte invece in francese, a proposito del quale il quotidiano specificava nell’articolo dedicatogli: “La cartolina odierna, proveniente da Mosca – C.C.C.P. Russia – Casella postale 5110/37 è indirizzata dal prigioniero al fratello Michele Ughetti di Iseo. Questi però è deceduto qualche anno fa, e la vedova sig.ra Barbara Bianchi ha trasmesso la missiva al cognato sig. Angelo Ughetti, impiegato in Brescia”.

A riverbero di una speranza riflessa, emergente da un legame che nella comunità d’appartenenza pare rivelasse una comune esperienza, la notizia in stampa riferiva contestualmente le interessanti considerazioni tratte da quell’insieme dove sembrava si potessero appurare ulteriori precisazioni, stese ad affresco di un sofferto periodo a cui la vicenda attiene: “Appena trapelata la notizia dell’arrivo della cartolina, alcune famiglie iseane che hanno tuttora dei congiunti dispersi in Russia, si sono avvicendate in casa Ughetti spinte dalla insopprimibile speranza di potere sapere qualche cosa dei propri cari”.

Da parte del medesimo scrivente, attraverso il canale della Croce Rossa che, nella sede di Roma, questa volta, era stata individuata nell’indirizzo della trasmissione, scelta strategicamente a sfondo di un’umanitaria concertazione, giungeva infine ai parenti di Iseo, un secondo messaggio, datato sette luglio 1954, di cui “Il Giornale di Brescia” di martedì 10 agosto seguente, ne pubblicava il testo, reso manifesto per l’entità dalla quale si astraeva dal circoscritto contesto famigliare, nel farsi emblematico di eclatante rilevanza per la valenza del suo storico innesto con ciò che il tempo riservava all’evento, in altra occasione, già espresso, con tutto quanto gli era stato premesso: “Caro fratello, mandami guanti e passamontagna di lana e vitamine, ho perso molti denti, il clima non è per la quale, è troppo freddo, un saluto alla bella Italia, con l’aiuto di Cristo un giorno la rivedrò”.

Il messaggio, convogliato dalla posta di Mosca fino alle contrade affacciate sul Sebino, portava, insieme ad un appello, la sua conseguente ricaduta in una vaga cornice di sfumata incertezza, circa la dinamica di quanto si era svolto ed ancora si stava svolgendo attorno ad un civile un tempo espatriato che la guerra, allora incombente, aveva poi dirottato in una “qualche algida regione russa” ed in tale luogo, secondo le parole del cronista del quotidiano che ne descriveva la seconda manifestazione, apparsa in coda a dieci anni di silenziosa sparizione, trovarsi in quei frangenti a confidare “solo in Cristo. Vuol dire che ha sepolta in sé ogni speranza verso l’aiuto degli uomini”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.