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Brescia – Non sono residui di pic nic a rimasuglio di escursioni consumate nell’ambiente esplorato sotto il cielo di varie stagioni, ma segni di una qualche volontà rituale organizzata secondo misteriosi e ricorrenti criteri. Nel corso del duemila, anno a ridosso ed a rivendicazione di due millenni, nella campagna di Travagliato e di Roncadelle se ne sono riscontrati nelle forme notate in più di un caso sia in pieno campo che sul ciglio delle strade.

Il tempo decorso è solo bilancio di una memoria che ne ha documentato l’insolita e ripetuta manifestazione, diversificatasi in varie zone, unite fra loro dal medesimo filo di uno stesso metodo, quasi a firma univoca di ogni suo improvviso scaturire e mostrarsi dal piatto e vuoto profilo campestre.

Se, su una piccola porzione di terreno, un casuale combinarsi di quegli elementi pare del tutto escluso, al tempo stesso il raccogliersi ed il concretizzarsi dell’espressione di quanto vi si è riscontrato è quadro di una logica rispondente ad un ben preciso insieme di azioni che, a probabile sfondo religioso, si sono materializzate secondo riti caratteristici di presumibile matrice propiziatoria e devozionale, certamente non confacente alle tradizioni locali rivolte al divino.

Sopra una tovaglietta quadrata, solitamente bianca, ma anche in altre occasioni, rossa o blu, alcuni fiori recisi a gambo lungo, disposti a ventaglio come gigli o iris, in un numero generalmente pari di sei o di otto, sono la maggiore proporzione di un’evidenza atipica, all’apparenza oscura da interpretare.

Se la base è questo tessuto a tinta unita, con un deposto e delicato intreccio floreale, l’involucro di un cero votivo già consumato, una confezione di fiammiferi, un nastrino colorato di rosso o nero o viola, una coppa di vetro ed una bottiglia aperta contenente o vino moscato od un superalcolico d’importazione, sono aspetti costanti di una presenza imposta, allestita nei luoghi appartati dove si sono silenziosamente configurati in prossimità di quegli ignari appezzamenti di terreno coltivo.

Con il probabile favore delle tenebre notturne e vicino a corsi d’acqua dei fossi irrigui, l’ignota regia di simili imprese a volte ha utilizzato anche un vasetto di miele già mezzo vuoto, lasciato aperto, e ciotole per cibi contenenti pop corn o formaggio grattugiato, per arricchire l’insieme della tovaglietta, accanto alla quale mettervi pure un sigaro o una botticella di profumo.

Il mosaico di una tavola imbandita utilizzando la nuda terra, al posto di un qualsiasi altro artificiale appoggio, è apparso in quel modo singolare all’alba di giornate di primavera, come d’autunno, dell’anno duemila nei residui spazi agricoli a pochi chilometri da Brescia, dove, fra la generale indifferenza e la curiosità invece di pochi, si è vagamente mimetizzato, attraverso il volgere del quotidiano tramonto, tornando poi a nascondersi in quel buio nel quale aveva preso sinistra forma distinta e magica composizione.

Ancor oggi una fotografia, fedele ritratto dello scenario esiguo ed efficace catturato in fissa documentazione, suscita contrastanti perplessità e smarrite emozioni per la ovvia valenza simbolica di tutte le sue componenti che, messe insieme, rimbalzano nell’ignoto, a somma di tutta una proporzione di non ancora chiara intenzione.

Caratteristiche che si profilano come indizi per una ricerca di causa e di origine sulla loro matrice di ideazione, nel presumibile ed implicito rapporto fideistico legato al nesso tra visibile ed invisibile, come anche tra mirato pensiero e ravvisato potere, maneggiando benaugurio e malaugurio, chissà se incanalato su una qualche elevata spirituale ispirazione.

Quale sia la fede che cerca in quel modo la campagna, per abbracciare nell’anima della natura l’omaggio di una ritualità dalla chiara ed allusiva offerta votiva, si perde in quegli elementi che un tempo, come oggi, evocherebbero subito vaghi concetti di stregoneria.

Uno stereotipo culturale, comunque compiuto e lasciato ai quattro venti, che indirettamente si fonde in un lontano parallelismo, nel fare i conti con una storia generale che ha per lo più abbandonato, nelle leggende e nei dimenticati culti pagani, il sapere antico di supposte conoscenze.

Ancestrali credenze attribuite a deità, ma che altrove si sono mescolate in un sincretismo di più religioni, dove, come nel caso dei culti afro latino americani d’oltre oceano, emergono con un proprio schema offertorio e devozionale, avventuratosi anche in esoteriche dimensioni di mente, anima e cuore estranee al mondo locale in cui occasionalmente hanno attecchito in clandestine e fugaci manifestazioni di rito, forse da parte di gente proveniente da quelle zone nelle quali le pratiche religiose della macumba si accompagnano a quelle degli Umbada, Quimbanda, Omoloko e Condomblè.

Manifestazioni di rito nelle quali, tra i ritagli di campagna bresciana addormentata nel sonno notturno delle sue miti santelle, pare potersi scorgere la supposizione che qualche entità si sia appagata di offerte espresse secondo presumibili accostamenti di gradimento legati a quel tal prodotto piuttosto che a quel tal allestimento, disteso in un angolo di campo affacciato a pazze stelle divertite e ad una luna confusa dinnanzi alla complessità umana del voler sondare l’insondabile misterioso delle divine emanazioni di quell’uno che uno è in tutto.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.