Brescia – Romania andata e ritorno. A piedi. Inizio e fine del giro del mondo in questo Paese dell’Est europeo. Sulla via del ritorno, passando per Brescia, si annunciava in Italia, l’approssimarsi del desiderato traguardo, secondo un’iniziativa spintasi fino in fondo.

Erano, questi, i giorni nei quali Gabriele d’Annunzio, dal suo nuovo recapito di Gardone Riviera, giungeva nella città delle epiche “Dieci Giornate” in circostanze private che erano, comunque, documentate sulla stampa locale, insieme alla presenza di uno strenuo globe-trotter romeno, notato nella sensazionalità della sua impresa a tappe, interpretata nel fare il giro del mondo a piedi.

Una di queste tappe, inanellata, fra le precedenti e fra quelle seguenti, nelle parti di una simbolica catena formatasi fra i continenti, era risultata essere Brescia.

Anche a motivo del modo in cui pare fosse vestito, la curiosità generale aveva sottolineato l’arrivo, fra le contrade urbane, di Demetrio Dann di cui il giornale “La Provincia di Brescia”, di giovedì 11 ottobre 1923, ne descriveva la foggia particolare, mediante la quale lo stesso personaggio appariva, fra gli allora aspetti rilevati in capo alla cronaca cittadina: “Indossava un pijama verdognolo a fiorami rossi e un turbante bianco”.

A suo dire, pare che gli restassero ancora duemila chilometri per raggiungere la meta del suo lungo ed annoso percorso, pensando, per far questo, di imbarcarsi a Bari, al fine di muovere in Serbia i passi susseguenti a quei compositi frangenti da lui già intensamente vissuti nelle quotidiane dieci ore di camminate, di solito effettuate in un incessante progredire, per mantenere un ritmo serrato ai propri vagheggiati intenti.

RomaniaL’arrivo a Brescia di questo solerte camminatore sembra fosse avvenuto la domenica prima, rispetto all’accennata edizione del quotidiano che, solo il giovedì dopo, aveva pubblicato quella notizia nella quale, fra l’altro, era spiegato, circa il recente passato del tema a tal riguardo considerato, che: “In città la presenza del Dann ha sollevata grande curiosità ed è stato circondato da curiosi, ha visitato numerosi esercizi pubblici ove ha smerciato cartoline, dalla vendita delle quali ricava il mezzo di sbarcare il lunario”.

La missione intrapresa sembrava potesse essere sintetizzata in centomila chilometri, da percorrere a piedi, nel termine di sei anni, per l’aggiudicazione di una vincita prevista in valuta romena, pari a centomila lei.

Un’idea nata dagli esponenti di una tal società sportiva di Bucarest che, nel calarla nella sconfinata prospettiva del vederla distribuita nel mondo intero dove andava poi effettivamente eseguita, aveva riscosso l’adesione di quattro concorrenti, nel tempo ormai risalente ai cinque anni e nove mesi prima.

Uno di questi morì nel Giappone, un altro lasciò la pelle in Australia, il terzo si fermò in America per mal di piedi, il quarto è il Dann che, dopo una serie di infinite avventure, attraverso l’Italia e la Serbia, allo spirar degli anni 6, con 100mila chilometri già fatti, andrà a riscuotere il premio”.

L’accanito e fedele podista si presentava con, al proprio attivo, una certa statistica, sommariamente significativa di un primo abbozzo sulla sua esperienza, pure percepile nella contestuale impressione di una prima vista, chiamata a prendere atto dei 498 paia di sandali consumati, dei 28 costumi nazionali indossati e dei 98mila chilometri percorsi in “5 anni e 9 mesi, attraverso 74 Stati”.

Finito poi nel nulla, da dove, fra l’altro, per l’ottica di Brescia, era venuto, la storia pare che però abbia, in parte, conservato di lui la leggendaria scia della sua impresa, nel merito di quanto, riguardo una fugace sequenza delle impronte lasciate sul cammino di tale sfida intrapresa, si era rivelato, sul posto, ad interessante contrassegno reciproco di un’ospitale intesa.

Analogamente, qualche anno dopo, un altro romeno finiva sulle pagine di un quotidiano bresciano, portando la propria diretta esperienza personale, significativamente espressa nell’evocativa testimonianza da lui scritta in un apposito libro dall’emblematico titolo di “L’Italia vista da un romeno” nella quale l’autore che pure considerava, per i propri connazionali, “come gran vanto per loro l’essere i soli rappresentati della romanità superstite in Oriente”, promuoveva un insieme di ideali volti ad una possibile sintesi costruttiva fra i due Paesi: “(…) auspica per la sua Patria e per la nostra, una ripresa attiva, appellandosi alle tante prove di comprensione reciproca offertegli dalla storia. Infatti, egli ritiene che nessuna espansione, neppur quella apparentemente materialista del commercio, possa svolgersi se non in una atmosfera di simpatia. Ma quando quest’atmosfera esista, per affinità di stirpe, di lingua e di vicende, per comuni tendenze ataviche, allora tutto è possibile e tutto deve essere tentato”.

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Nicolae Iorga

Era questo il caso dell’eclettico Nicolae Jorga (1871 – 1940) storico, politico, accademico museologo e letterato romeno, “fervido assertore della latinità dei Romeni”, a cui il giornale “Il Popolo di Brescia” del 6 novembre 1930 dedicava un’ampia presentazione della sua opera intellettuale, proposta in terza pagina con il titolo pari a quello del libro, denominato, appunto, “L’Italia vista da un romeno”, nella quale, fra l’altro, circa questo lavoro dedicato al confronto con il Belpaese, l’autore del menzionato contributo di stampa, “E. Padrini”, ne condivideva, promuovendola, l’ispirazione dedicata ad approfondire la cultura italiana, poeticamente affermando che “E’ bello pensare a quest’uomo, il quale vive fra le lotte della politica, a questo studioso ricostruttore del passato, allorchè uscendo dopo una giornata di lavoro dai nostri archivi, dalle nostre biblioteche, si arresta a contemplare con sereni occhi occhi di fanciullo, con trepido cuor di poeta, il cader della sera sul mare di Genova, “la città bianca” tra le cui luci domina il faro, alto sul mare; o si indugia ad ammirare, dal buio dei colli, Firenze bella come il cielo arrovesciato d’una notte estiva: o allorchè, biancheggiando appena nell’ombra di Piazza S. Croce il monumento di Dante, si abbandona al pensiero che anche il Poeta sarà passato per quegli stessi archi, per quelle stesse vie e dopo di lui Michelangiolo, Galileo: i grandi spiriti sui quali scese da Dio la rivelazione del Vero e del Bello immortali”.