Doppia appartenenza: da un lato, il battesimo ricevuto, dall’altro, l’adesione, altrettanto personale, ma d’altro genere, ad uno stato di una data affiliazione poi convenuto.

I tempi cambiano, consentendo di poter vedere mutate anche certe prese di posizione che si sono evolute nel merito di una stessa riflessione, lasciando tracce di come alcuni passi successivi possano relativizzare i capisaldi pregressi di un prevalente giudizio, prima ritenuto assoluto.

Tutto ciò anche nel caso di un sodalizio di stampo filantropico internazionale, come il “Rotary, verso il quale, la Chiesa, ancora pre-conciliare, esprimeva alcune riserve, tali da dissuaderne l’iscrizione in suo favore, occupandosi, cioè, tra le file di quanti vi accedevano, di coloro che provenivano da quell’ambito cattolico che ne rivendicava una loro condizione, già compromessa in una esclusiva matrice religiosa, secondo un dato e preesistente vincolo di definizione, assimilato ad una sorta di incompatibilità con il sottoscrivere ciò che era, allora, percepito come una scelta di campo diversa, in un’altra tracciante attribuzione.

Questo aspetto appariva fra le pagine del settimanale diocesano bresciano “La Voce del Popolo” del 3 febbraio 1951, avendo, tale giornale, intitolato, testualmente, un diffuso articolo con il pubblicare “Un decreto del Santo Ufficio – Il Rothary Club interdetto agli ecclesiastici – “sospetto” per i laici”.

Il curioso errore, della lettera “h”, nella indicazione del nome, proprio di questa istituzione, non era ripetuto nel testo dello scritto a seguire, in cui, fra l’altro, nel merito della categorica ed, ormai, svanita obiezione, si specificava che “(…) La morale espressa negli undici articoli del “Codice Etico” del Rotary altro non è che il travestimento della morale “laica” agnostica ed indifferentista. Questo codice morale del Rotary, cioè, si fonda su di un concetto di vita morale profondamente alieno dal concetto spiritualista cristiano. Esso si risolve, in un freddo ed in vaghe idealità umanitarie. Anche in materie di giustizia sociale, è ben lontano dagli insegnamenti della Chiesa. Era più che naturale che la Santa Sede dovesse occuparsene per mezzo della Suprema Congregazione Romana del Santo Uffizio, che ha, appunto, il compito di vigilare perché la fede cattolica non venga da alcuno coinquinata. (…)”.

Parole che erano pure ulteriormente argomentate fra quelle considerazioni con le quali si trovavano divulgate nello stabilire, con ogni probabile ed evidente diversità rispetto ad oggi, visto che dell’argomento non se parla più, almeno in tal modo, che “(…) agli ecclesiastici non è lecito dare il nome al Rotary Club, né presenziare alle sue adunanze. E’ stato precisato: è proibito presenziare alle riunioni dei soli membri del Rotary e in quanto trattano dei loro affari economici e professionali. Un ecclesiastico ha tutto da perdervi a ingolfarsi in affari del genere. Non è, invece, proibito agli ecclesiastici intervenire a riunioni che, pur indette dal Rotary, siano aperte anche agli estranei per fini consoni alle attività sacerdotali, come, per esempio, promuovere iniziative di beneficienza o di assistenza caritatevole (…)”.

In questo modo, pare che, quando si trattava di interagire pubblicamente con gli effetti benefici di fini pratici, al clero era data ufficialmente facoltà da parte della superiore gerarchia ecclesiastica di concorrervi, condividendo pubblicamente la scena, mentre, per tutto il resto, le resistenze erano alquanto ostative.

Analogamente, non erano meno pregiudizievoli le posizioni espresse dal medesimo pulpito ad orientamento di quanti, invece, non fossero nella condizione di consacrati, vestiti da “panni religiosi”, dal momento che non era certo di incoraggiamento, ma, piuttosto di un ben preciso monito di scoraggiamento il mettere in evidenza l’esortazione “per i cattolici a stare in guardia dal Rotary come da un’associazione sospetta”.

Il punto di frizione pare, pure, fosse l’art. 648 del Codice di Diritto Canonico, a sua volta, utilizzato anche per cassare e squalificare l’adesione, in tale ambito fideistico, quale disponibilità per un cattolico praticante da eventualmente rivolgere ad associazioni “segrete”, come, con tale accezione, si situava l’individuare l’estesa galassia massonica di logge ed obbedienze varie, rigettando ogni possibilità di una doppia appartenenza, almeno riguardo alle stesse.

Secondo tale visione, anche il “Rotary” non era molto lontano da questo contesto, inteso a contraltare con l’accennato dettame ufficiale, dal momento che, ancora scorrendo la fonte giornalistica menzionata, era pure spiegato che “(…) Il nome di Rotary l’ha nel suo emblema: una ruota. Nata e diffusa, essa, però, suscitò ben presto dei sospetti nel campo cattolico. Ha avuto origine massonica (e si sa quanta inimicizia nutra la Massoneria contro la Chiesa e la Religione) . In molti luoghi si mantenne – e si mantiene tuttora – in cordiale relazione con la Massoneria (…)”.

Se, pare, nel frattempo, sfumata, per il “Rotary” tale ombra dissuasiva dal conciliarne la natura, anche in una professata e meglio compatibile visione cattolica, mediante il convergervi dell’implicita tenuta di una coscienza cristiana, comunque percepita come religiosamente coerente con i dettami spirituali della propria intima investitura, forse, un ulteriore supplemento di tempo produrrà, se non li ha già prodotti, simili e pacificatori risultati anche nel campo delle gemmature massoniche di pari organizzazioni, presenti nel mondo, da parte della Chiesa cattolica.

Entrambe le realtà, per le loro rispettive ed effettive connessioni locali, sono, comunque, connaturate anche al raggio di diffusione di tale citato periodico bresciano, essendo che, nello stare in tema rotariano, risulta radicata da molto tempo la presenza del “Rotary Club” a Brescia, come, fra l’altro, testimoniato dall’allora mensile “Brescia” dell’aprile 1927, recante la notizia de “L’inaugurazione del Rotary”, con tanti nomi noti del territorio, anche secondo quanto fattibile di un confronto lungo il subentrare di generazioni in un assonante richiamo di riferimento: “(…) L’inaugurazione ha avuto luogo nel salone dei Mercanti alla Camera di Commercio, sotto la presidenza del grande ufficiale dott. Piero Pirelli, presidente di tutti i Clubs italiani, il quale dopo aver mandato un vibrante saluto alla nostra città che ha avuto nel commendatore Gorio, nel grande ufficiale Togni e nel cavaliere ing. Franchi, promotori degni di costituire anche a Brescia un “Rotary”, ha fatto l’annuncio di tutti i rappresentanti delle varie categorie di soci bresciani che riuniscono le professioni intellettuali, le principali industrie, i commerci ed i traffici della nostra provincia. Fra queste, la Siderurgica e la Meccanica sono rappresentate dai più bei nomi che vanno da Giulio Togni, a Pietro Beretta, ad Emilio Franchi, a Giovanni Cavadini. Nelle industrie tessili da Federico Serlini, a Roberto Ferrari e Luigi Rossi. Nell’agricoltura da Giovanni Gorio, a Tomaso Nember, a Giorgio Porro Savoldi e così altre categorie rappresentate da Attilio Franchi, da Egidio Dabbeni, dal podestà Pietro Calzoni, dal prof. Ugo Baratozzi, dal commendatore Pietro Wuhrer, dal commendatore Italo Folonari, dall’avv. Enrico Bozzi e dagli altri di cui ci sfugge il nome. (…)”.