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Salinas di Bolivar – Il sole dell’avvenire sorge ogni mattina a Salinas, provincia di Bolivar. In questo luogo dell’anima, alle pendici del Chimborazo, il più alto vulcano d’Ecuador, la speranza è qualcosa di più di una ricetta religiosa o di un’utopia. E’ realtà.

Qui si lavora, si va a scuola, si vive degnamente. “Trent’anni fa”, spiega Giuseppe Tonello del Feep e di Codesarrollo alla delegazione delle  Banhe di credito cooperativo alla loro quarta missione in Ecuador (dove resteranno fino al 10 ottobre prossimo), “ il 45% dei bambini moriva prima di compiere 5 anni e solo l’8% delle popolazione sapeva leggere e scrivere. Oggi, tutti lavorano e le varie cooperative producono formaggi, maglioni, cioccolata, marmellate, olii essenziali, torrone. I bambini studiano, crescono e si laureano”.

Il gruppo ha raggiunto Salinas, 3600 metri sul livello del mare, salendo da Guaranda e scendendo dal deserto del Paramo, all’ombra delle vette innevate del Chimborazo. Scavalcando un passo a 4250 metri, dal terreno lunare, battuto dai venti, spoglio e sassoso. Lungo strade sterrate, piene di sassi e di buche. Sotto gli occhi stupiti di campesinos e quelli curiosi dei lama. Da qui partono le spedizioni alpinistiche sul grande vulcano che le popolazioni indigene chiamano Urcrurazo, o montagna della neve.

Lasciando alle spalle questo panorama e le sue storie, Salinas appare come una visione. Una vallata verde con tanti alberi – soprattutto pini – piccoli e grandi. Nuovi boschi che il Feep ha cominciato a piantare nei primi anni Settanta e che ora stanno dando i primi frutti. Quella di Salinas, comunità e cooperativa modello delle popolazioni Indios delle Ande, è una storia che vale la pena di raccontare. Fino al 1970 Salinas era abitata da 300 persone mentre altri 5mila indigeni sopravvivevano a stento nelle vallate vicine. Senza acqua, né luce, né strade.

E’ il 5 luglio 1971 quando vi arriva una missione salesiana e alcuni volontari dell’operazione Mato Grosso. Fra loro c’erano gli uomini di oggi: Giuseppe Tonello e padre Antonio Polo. Il primo di Caerano San Marco, in provincia di Treviso; il secondo un missionario salesiano originario di Venezia. Arrivare e iniziare a lavorare con i campesinos è un tutt’uno.

L’anno successivo Salinas ottiene il riconoscimento della prima cooperativa di credito e risparmio. Nasce qualcosa di molto simile alle casse rurali di cent’anni fa. Quindici i primi soci. Diventeranno in un anno 300 e nel 1974, quattrocento. Con il micro credito ai campesinos e l’aiuto del Feep, nel 1973 si inizia a migliorare anche l’allevamento delle pecore, l’anno dopo iniziano a lavorare i primi artigiani con la lana e nasce il primo caseificio.

Nel 1975 nuove organizzazioni avviano proprie attività. La vita a Salinas cambia radicalmente. Altri indigeni da altre valli arrivano. Tutti lavorano. Nel 1982 viene creata un’organizzazione di secondo livello per coordinare le numerose attività. E’ la Funorsal, fondazione delle organizzazioni di Salinas, un’istituzione non a fine di lucro cui aderiscono oggi 26 cooperative andine. Il credito cresce e le attività anche.

Oggi nelle valli di Salinas pascolano liberi oltre 25mila capi di bestiame, pecore e mucche. Assieme al migliore formaggio dell’Ecuador – che nulla ha da invidiare a quello italiano – a Salinas c’è una filanda da cui escono ogni giorno 1500 chilogrammi di lana. Mille si trasformano in altrettanti bellissimi maglioni, la maggior parte fatti a mano, altri a macchina. I 1400 chili di lana che “avanzano” prendono la strada sterrata e raggiungono altre città in Ecuador.

Gli operai, riuniti in una cooperativa, hanno uno stipendio in media di 250 dollari al mese. 100-120 dollari in più della paga di un operaio della fabbriche di Quito. E hanno anche il tempo per poter seguire le proprie terre e gli animali. I maglioni – ma anche i cappelli, i guanti, le coperte – li fanno a ferri le donne di Salinas. Vengono pagate 6 dollari a maglione e impiegano in media un giorno a farli e confezionarli. Al massimo due. I maglioni vengono venduti nei piccoli negozi della Texal-Salinas, nella comunità, a un prezzo che varia dai 10 ai 18 dollari oppure prendono la strada del commercio equo e solidale raggiungendo le Botteghe del Mondo.

“Ma vorremo fare molto di più”, spiega padre Polo, che ha lasciato il mare del Lido di Venezia per scegliere di vivere sulle Ande, “se ci fossero più donne, potremmo lavorare una maggiore quantità di lana invece di venderla. E dovremmo trovare nuove strade di commercializzazione dei nostri bei maglioni. Ma non è cosa facile”.

A Salinas si fanno anche salumi: prosciutto cotto, coppa, salsicce. Si producono funghi secchi, raccolti sul Paramo, si allevano trote che vengono vendute in tutto il mondo. Poco lontano, profumo di cacao. E’ il noto cioccolato d’Ecuador che viene lavorato qui a Salinas.

Per il momento, qui in Ecuador, Salinas resta un mito e un modello di sviluppo sostenibile e rispettoso sia dell’ambiente che delle popolazioni che da sempre la abitano. I suoi primi trent’anni sono raccolti in un libro firmato da padre Polo, “La porta aperta”, pubblicato grazie al Feep in spagnolo e la scorsa primavera anche in italiano.

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