Dal Seicento agli anni Settanta del secolo scorso, le popolazioni di orso polare sono state decimate dalla caccia perpetuata da europei, russi, americani European, Russian per la loro pelliccia e i loro trofei.

Andò avanti così, secolo dopo secolo, anno dopo anno. Fino al 1973 quando Canada, Stati Uniti, Danimarca, Norvegia e l’ex Unione Sovietica firmano l’accordo internazionale “per la conservazione degli orsi polari e del loro habitat” finalizzato soprattutto a regolarne e limitarne la caccia.

Il Governo americano a quel punto  inserisce gli Orsi polari nel suo “Endangered Species Act “ la principale legge di conservazione delle specie negli Stati Uniti d’America e nel 2005 il grande e bianco mammifero viene inserito dall’IUCN nella lista delle specie Vulnerabili dall’IUCN.

Oggi gli orsi polare sono fra i pochi grandi carnivori che possono ancora vantare una distribuzione non molto diversa da quella naturale. Ma l’inquinamento per l’estrazione del petrolio, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento delle temperature, lo stravolgimento del clima mondiale  stanno minacciando la loro esistenza.

Orsi denutriti e meno sani si aggirano in questi anni al Polo Nord. Animali che hanno un tasso di riproduzione più basso, aumentando le possibilità di estinguersi: spesso i cuccioli non sopravvivono alle difficoltà del clima artico sia per la mancanza di cibo sia perché le madri che li allattano non hanno immagazzinato abbastanza grasso e sono denutrite.

Le associazioni animaliste e ambientaliste da anni si stanno mobilitando per difendere l’orso. Fra queste, il WWF.

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