Brescia – Il Centro Diocesano delle Comunicazioni Sociali di Brescia ha ricevuto la propria esplicita dedicazione, ispirata a manifestare, in una peculiare denominazione, il nome di mons. Giulio Sanguineti, titolare della diocesi bresciana dal 1998 al 2007.

Una dedicazione, significativa di un’attestazione evocativa dell’impegno profuso dal medesimo presule anche a favore del settore dell’informazione, che si trova espressa nella lapide, collocata in Via Callegari a Brescia, accanto all’ingresso della sede dei mass media diocesani, in un’epigrafe, ufficialmente inaugurata nel corso del riproporsi di quell’annuale manifestazione che, anche per il 2016, è stata confermata nei termini della ricorrenza di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.

Nella chiesa del Centro Pastorale “Paolo VI” di Brescia, a concelebrare con il vescovo Luciano Monari, anche lo stesso Giulio Sanguineti, e, fra gli altri, insieme al vicario episcopale Gianfranco Mascher, anche il vescovo di Bergamo, Francesco Beschi, per la tradizionale parte liturgica e sacramentale di quest’incontro che è stato, nella sua articolata completezza, organizzato dall’Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali, diretto da don Adriano Bianchi, pure presente all’iniziativa, contraddistinta, nel suo consueto ed apprezzato prosieguo, da una conferenza stampa, in questo caso inerente il tema “Segni in sintonia con la Misericordia raccolti nell’esperienza bresciana”, e da una conclusione conviviale, per una fraterna condivisione, in un’opportunità di confronto, anche vissuta nell’ambito di un pranzo sociale.

In questo appuntamento, rivolto agli operatori dei mass media, Monari si è ispirato alla liturgia della parola, rispettivamente strutturata nelle letture di alcuni passi del “libro dei Re”, in riferimento alla figura salomonica, al vangelo, in attinenza ai contenuti connessi alla metafora evangelica del frutto che denota il tipo di albero, alla salmodia inneggiante alla legge di Dio, custodia nel cuore dell’uomo, e ad un ammaestramento vocazionale, presente nella lettera di San Paolo agli Efesini.

San Francesco di Sales
San Francesco di Sales

In aderenza all’ispirata immagine simbolica della formazione spirituale dell’uomo, nella corrispondente proiezione allegorica di un tempio, come costruzione perseguita mediante un’impegnata e consapevole perseveranza interiore di maturazione, il vescovo ha, fra l’altro, sottolineato l’importanza della “edificazione del corpo di Cristo”, intesa come esito di “qualcosa” di visibile che abbia il volto, la figura del Salvatore e come risultato di un’operatività che rechi l’esplicito stigma del suo messaggio d’amore.

L’oblatività di Cristo è modello anche per quanti lavorano nel mondo dell’informazione, interessato a certi contenuti sensibili da divulgare, “mettendo nella comunicazione piccoli frammenti di solidarietà”, in quanto tale servizio può essere contesto congeniale per un’interrelazione solidale che risulti pure utile a promuovere i valori fondamentali dell’amore e della comunione, in una sintesi finalizzata a fare crescere l’uomo e la solidarietà stessa nella comunità alla quale appartiene.

L’obiettivo della vita sociale non è un’unità indistinta, ma un’unità nella condivisione e nella collaborazione, in una modalità compartecipe rispetto all’insieme da considerare in una consapevolezza di risoluzione che, nel caso della professione giornalistica, dovrebbe distinguersi anche nella libertà esercitata al fine di favorire la comprensione della realtà contingente, in una missione, a sua volta, orientata ad ingenerare l’insorgere di “comportamenti saggi” nel fruitore dell’informazione.

Si tratta di un processo di sviluppo, indirizzato al miglioramento collettivo, perché ne discenda, dalla coerente interpretazione di un’autentica vocazione professionale, la promozione del bene comune, come appare riscontrabile nell’esperienza salomonica che, nella Bibbia, emerge dalla specifica scelta fatta a favore della sapienza, come è nelle parole di Salomone stesso rivolte ad un Dio premuroso: “Dà dunque al tuo servitore un cuore intendente, per giudicare il tuo popolo, per discernere tra il bene ed il male; perciocchè, chi potrebbe giudicare questo popolo che è così in gran numero? E questo piacque al Signore che Salomone avesse chiesto una tal cosa. E Iddio gli disse: perciocchè tu hai chiesta questa cosa e non hai chiesta una lunga vita, né ricchezze, né la vita dè tuoi nemici; anzi hai chiesto di avere intelletto per essere intendente a giudicare; Ecco io fo secondo la tua parola; ecco io ti do un cuore savio ed intendente; talchè né davanti a te è stato, né dopo di te sorgerà alcuno pari a te”.

Mons. Giulio Sanguineti
Mons. Giulio Sanguineti

L’immagine di questo re, divenuto la figura di sapiente per antonomasia, è emblematica nel significare il superamento dell’egocentrismo, testimoniando quanto un desiderio privato, tendenzialmente soggetto a decadere in una mera autoreferenzialità sterile, possa, invece, assurgere ad una disponibile apertura perché sia assecondato un cammino di crescita per tutti, in cui ciascuno si fà contestualmente carico del bene di qualcun altro, per “concorrere a creare un benessere altrui, oltre al proprio”.

Come Salomone che ha deciso, nel merito di una sollecitudine orientata al “bene del popolo”, analogamente, il vangelo, esorta, mediante le parole messianiche che ne sostanziano la ridefinita visione della realtà, espressa in una fedele ispirazione descritta da una metafora fuoriuscita dalla diretta osservazione dell’autenticità del creato, a riflettere circa il fatto che “non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero lo si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla nella pienezza del cuore” (Lc. 6, 43 – 45)

Quest’accostamento fra espressioni della realtà vivente, scaturente dalla sottolineatura impressa fra alcuni suoi naturali effetti discordanti, soppesati nella resa di manifestazioni diverse, invita a mettere a frutto ciò che attiene il proprio impegno personale, per promuovere attivamente quanto per San Paolo trova un chiaro pronunciamento nella constatazione da lui affermata che “è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo” (Ef. 4,7), ponendo, al centro dell’agire di ciascuno, l’esortazione fondata sul “comportarvi nella maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”.

Contenuti pure sintetizzati nella preghiera conclusiva della messa, letta, prima della benedizione finale, dal giornalista Claudio Baroni, nella quale, fra l’altro, si è innalzata, ad una comune speranza verso il trascendente, la disponibilità verso una “obbedienza alla verità”, per “coniugare verità a carità” al fine di “rendere testimonianza all’amore che viene da Dio”.