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a cura di Flipper

E’ questa la riflessione di Eszter: né amara, né sofferta, semplicemente lucida e ovvia, basata sulla convinzione che” nella vita esiste una specie di regola invisibile per cui ciò che si è iniziato un giorno prima o poi lo si deve portare a termine”.

Ed è in nome di questa regola che, a distanza di vent’anni Lajos torna nella casa e nella vita di Eszter.
Resta una sensazione soffocante dopo avere letto “L’eredità di Eszter”, il secondo romanzo di Sándor Márai pubblicato da Adelphi, dopo il grande successo di “Le braci”. Una sensazione di asfissia, il peso di una ineluttabilità assurda e schiacciante.

Contribuiscono le ambientazioni, le atmosfere, gli spazi: il racconto si apre all’aria aperta, nel giardino della casa in cui Eszter – la protagonista e voce narrante – ha cercato per vent’anni, con l’aiuto della vecchia Nunu, di ritrovare pace e serenità dopo il dissesto lasciato nella sua vita da Lajos, e si conclude a distanza di poche ore in una stanza buia, al termine di una giornata nella quale, in seguito all’ultima visita di Lajos, Eszter sceglie, una volta per tutte, il proprio destino di vittima.

Chi legge alla fine vorrebbe gridare, ribellarsi ed urlare che non è così, che certi suicidi esistenziali sono ingiusti, assurdi ed impossibili. La tensione fra individui, sottile ma reale, nei momenti migliori si trasmette anche al lettore, tenendolo sospeso e legato fino all’ultima pagina, all’inevitabile conclusione: “All’improvviso mi sentii stranamente calma: sapevo che Lajos era arrivato perché non poteva fare diversamente, e che noi l’avremmo ricevuto perché non potevamo fare diversamente, e tutto ciò era altrettanto inquietante, sgradevole e inevitabile per lui quanto lo era per noi“.

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La Redazione
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