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Brescia – “Sangue di toro” è ambientato in Spagna. In questo romanzo numerosi sono i riferimenti alla cultura di quel Paese, recando esplicita menzione di Toledo, Santander e Madrid, oltre che di intercalari sfumature relative alla cucina tipica, come, ad esempio, i cibi della Galizia, e ad alcune altre interessanti e documentate amenità ispaniche.

Il titolo scelto dal bresciano Alessio Merigo per questo suo libro, pubblicato dalla “Compagnia della Stampa”, è metafora tanto di una visione della vita rapportata ai personaggi che nella trama stessa sono implicati, quanto dell’evocazione dettagliata della manifestazione circense della tauromachia nella quale i tori sono rispettivamente immolati.

Sulla corrida, possibile figurazione cruenta ed, al tempo stesso, sottile della complessità esistenziale, intesa nella sua inevitabile prospettiva finale, svetta idealmente, in questo libro, un alto albero di magnolia che appare nel primo dei ventidue capitoli, attraverso i quali sono dipanate le fitte trecentoventicinque pagine della corposa pubblicazione, per fare costante capolino, qua e là, nel corso della fluente narrazione, come tacito e fedele interlocutore del solitario impiegato al Ministero della Salute, “omino taciturno e schivo, con un grande vuoto dentro”, di nome Josè Louis De Altamura.

Già orfano del padre, perito durante un attentato terroristico nella città madrilena, ed una volta defunta la madre, come pure, a seguito delle nozze della sorella Conquita, trasferitasi a Santander, la magnolia assurge per lui ad emblematico elemento di una sorta di surrogato umano che è, di fatto, sguarnito, da un possibile e da un interagente riferimento fra consimili, secondo la gratificante pratica di una reciproca socializzazione vissuta in un riuscito e fecondo affratellamento, per cui, in un’atmosfera surreale “alla Italo Calvino”, il protagonista affida al maestoso albero dei fiori bianchi, quotidianamente osservato oltre la finestra del proprio ufficio di lavoro, il peso dei propri cogitabondi e combattuti affanni.

Non vale a riempire l’amata e pure, al medesimo tempo, odiata solitudine, né la domestica Maria, quale figura positiva di quotidiana e premurosa sollecitudine, né il collega di lavoro Georges, con cui Josè Louis intrattiene conversazioni improntate per lo più al gioco sportivo del calcio, caratterizzato dalla comune tifoseria per il Real Madrid e sottoposte ad un implicito e recondito accordo di vicendevole rispetto della sfera privata di ognuno dei due.

In questa “Madrid, metropoli viva ed accogliente”, maturano per il protagonista del libro i presupposti per un rovesciamento di prospettiva, basato sulla sperimentata constatazione di, nonostante tutto, non poter bastare a sé stesso.

Josè Louis incontra fortuitamente il cameriere argentino Javier, trasformandosi, a seguito di questa fatalità, “in un insaziabile cercatore di rapporti umani”, per aver fatto esperienza di quel coinvolgimento emotivo e di quel confronto culturale d’approccio colloquiale che, per l’intera parabola del romanzo, a tale personaggio risulta improntato.

Un aspetto che si conferma anche quando, fra i due, la fidanzata iraniana, di fede zoroastriana e di nome Darya, da tempo legata sentimentalmente a Javier, si inserisce nella loro nascente amicizia come voce critica, per la quale alla giovane ed avvenente donna, dal fascino esotico, spetta sia questo ritagliato ruolo di antagonista che la posizione ambigua e segreta di una sua doppia vita, fattibile, nell’incalzare degli avvenimenti romanzeschi, di un autentico colpo di scena, puntuale nel proprio verificarsi.

Quel colpo di scena, a chiave di volta di una parte fondante la fantasiosa vicenda umana di Josè Louis e di Javier che si rivela a spartiacque per il resto della vita di entrambi.

Romanzo psicologico, per la sua cura introspettiva, sviluppata nell’attribuzione dei verosimili ritratti caratteriali funzionali tanto a presentare i personaggi trattati, quanto a fare una scelta di curiosa personalizzazione esplicativa circa la contestualizzazione di una dinamica interazione costitutiva, il libro focalizza puntualmente ed inesorabilmente la messa in gioco di peculiarità protese ad intersecarsi, secondo una specifica e misteriosa regia risolutiva.

Copertina libro
Copertina libro

Eppure, come si legge nel romanzo, conoscendo la sua scarsa propensione alle relazioni sociali e l’altrettanto solida tendenza alla misantropia, con tutta probabilità il loro incontro si sarebbe risolto con una semplice chiacchierata senza alcun seguito. La paura che da sempre aveva condizionato i comportamenti di Josè era insita nel rischio che qualcuno potesse invadere la sua intimità e condizionarlo. Oppure che la presenza dell’intruso lo costringesse a modificare le abitudini, che considerava assolutamente sacre ed inviolabili. Tuttavia, ripensando al comportamento di Javier, non disdegnò affatto l’idea di aver trovato, dopo tanti anni di profonda e volontaria solitudine, una persona con cui dialogare e condividere esperienze comuni”.

A questo individuo solitario, pure presentato dall’autore, come, fra l’altro, “il più puro distillato delle contraddizioni umane”, spetta il poter sperimentare una concreta lezione di vita, riconducibile alla inevitabilità di alcuni incontri e di certi accadimenti che vertono nella sua stessa esistenza, facendo leva su particolari frangenti e pure su controversi fraintendimenti.

Esperienza che il protagonista del libro coglie anche dallo sviluppo problematico di una relazione amorosa vissuta con una tal Angelica ed, in un modo più complesso, in relazione a ciò che matura pure su un confine stemperato fra l’amicale e la progressiva accentuazione morbosa di una sentimentale percezione possessiva verso Javier.

Quando alcune assodate difese si abbassano, una personalità usa ed adusa alla solitudine ed ai metodici parametri solipsistici di misurazione dei propri spazi individualistici, pare possa finire d’addentrasi in una dimensione nella quale si trovi però a rincorrere chimere, anziché proporzionare il proprio mondo interiore con il riscontro effettivo sperimentato con quanto presupposto in certe malintese corrispondenze, ritenute invece vere.

“Don Chisciotte della Mancia” di Miguel De Cervantes è metaforicamente la possibile versione farsesca di quest’intreccio di vita delusa dagli avvenimenti descritti nel libro dei quali, la trama imbastita dal protagonista, risulta illusa ed i tozzi mulini a vento della terra iberica, come per l’indomito cavaliere che li scambiava per nemici, non di meno sono l’allusivo arengo disincantato di quanto avvenga nell’arena a cielo aperto, durante quelle corride che esemplificano il noto e tradizionale cimento nel loro conclusivo e spietato pronunciamento, come verdetto finale di un essere vivente soppresso nell’incalzare di quegli ultimi fatti che, alla sua stessa vita, recano un ineludibile ed un predestinato tormento.

Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.