Brescia – La convinta scommessa compositiva del romanzo storico “Sangue sacro” si insinua nella fluida narrativa di un genere letterario che, ad un dato territorio, offre materia per una rivisitazione fattiva di quella dimensione memorialistica che è rielaborata a potenziale memoria collettiva.

La trama del libro, a firma dell’artista, pubblicista e scrittrice bresciana Serenella Valentini, è ispirata ad una storia vera, funzionale a dimostrarsi leva congeniale per una ramificata orditura di vicende imbastite fra loro secondo un’avvincente logica conseguente che apre controversi scenari in quella porzione di Vallecamonica dove la verità romanzata deflagra nell’armonia accogliente di una dinamica fantasia coinvolgente.

Tra le prime delle circa trecentoquaranta pagine del romanzo, il villico Bartolomeo Reschi ammazza il parroco di Ono, don Abele Rosi, nell’aprile del 1848. Leggendo quanto affidato all’autentica documentazione, contrassegnata dalla calligrafia stilata su ormai antichi incartamenti, si tratta in realtà di un tal Giovanni Moreschi, nel ruolo dell’autore del delitto perpetrato contro la persona di don Bortolo Tosi, parroco di Ono dal 1809 fino alla sua morte avvenuta il 23 aprile 1848. Nella versione romanzata del libro, solo dopo un secolo, il tragico fatto di sangue pare trovare quella spiegazione decifrata, negli estremi nei quali è rimasta avviluppata, che sottende, agli allora protagonisti del tempo, i sorprendenti retroscena per una ricostruzione chiarificatrice, riferita al movente di chi effettivamente sembra abbia mosso i fili per quella tragica risoluzione.

Si è trattato di una violenta premeditazione tradotta nella furia omicida azionante un archibugio, come mezzo d’offesa, utilizzato sia per lo scarico di tre pallettoni che per i colpi inferti con il calcio dell’arma stessa, rivelatasi strumento per l’annientamento della vittima nel suo stato ormai inerme, una volta presa a bersaglio e colpita ripetutamente da parte di quella figura deviata nel suo stato degenere con il “viso cupo di chi ha chiuso l’anima nella profondità del cuore”.

Serenella Valentini
Serenella Valentini

A collegare le diverse fasi del romanzo fra loro è il deposito di alcune dichiarazioni, affidate ad alcuni manoscritti nel frattempo custoditi, come atti del processo, “in una busta ancora sigillata con la ceralacca rossa”, ed anche il ritorno in Italia dall’Argentina dei discendenti del presunto assassino con il desiderio di “riscattare il loro nome e trovare le prove dell’innocenza del loro avo”.

L’omicidio sacrilego, nel proporzionare l’immedesimazione del contenuto intrinseco al libro già nel titolo, è l’evento cardine per una rappresentazione temporale che, nell’epoca risorgimentale, trova il riscontro di una propria caratteristica dimensione storica e territoriale, in relazione ad un luogo dove la narrazione sposta successivamente, in avanti di un secolo, il prosieguo della trama principale, rapportandola ai protagonisti di un’importante e risolutiva progressione di vicende, declinate in un corposo svelamento finale.

Se la remota ambientazione valligiana, lungo il distinto periodare dei due secoli dei quali se ne coglie l’esplicita individuazione contestuale, è nella terra camuna, il romanzo si apre a ventaglio ad aspetti di varia natura che si riconducono, fra l’altro, a realtà che attestano informazioni desumibili a riflesso di quella cultura che, nella mentalità del tempo e nelle maggiori vertenze sociali echeggianti rispettivamente nel sibilo del loro stesso sommovimento, ha amalgamato la stratificazione di uno spessore epocale, grazie a cui la corrispondenza di una memoria fedele, tuttora, si struttura, per il tramite di una molteplice intarsiatura, particolareggiata, fra l’altro, da quell’avvicendarsi generazionale che si è dilatato anche attraverso gli strappi e gli sradicamenti dell’emigrazione, intrapresa per un riscatto esistenziale.

Se l’anno del fatto che apre il sipario al romanzo è conteso fra i drammatici avvenimenti legati ai noti preamboli del declino dell’occupazione austriaca nei territori poi confluiti nel Regno di Sardegna, l’anno, invece, dove si ricompone la matassa dipanata dall’autrice, sul crinale di una narrazione efficace e bene congeniata, è quello, fra l’altro, della ridefinizione democratica repubblicana per il tramite di quelle elezioni politiche nazionali che una cronaca reminiscente ha assegnato ad una svolta specifica, costituita pure dall’entrata in vigore, il primo gennaio, della carta costituzionale italiana.

Prete dell'ottocento
Prete dell’ottocento

Un lustro in avanti ed anche il 1953 ha l’evidenza di aver assegnato un periodo di importante espressione cadenzante le vicissitudini inanellate nel romanzo, attraverso lo sviluppo di quel fulcro snodale, destinato ad esaurirsi sul principio degli anni Sessanta, che è ispirato ad un contesto famigliare, osservato in quella base identitaria che pare, a sua volta, evocare il riferimento saliente caro in tutto il libro, secondo una certa figurazione valoriale, allusiva di un domestico focolare, sinonimo di casa e di amore coniugale.

Focolare a cui si contrappone quello “scudo azzurro e argento sormontato da un’aquila reale”, nella fattispecie dello stemma dell’allora casato del conte Adalberto Francesco Bernardo, quale sorta di “don Rodrigo” di manzoniana memoria che, mandante dell’eliminazione del parroco, aveva innescato lo strascico serpentato di quanto a lui aveva fatto competere la posizione di un impunito antagonista, aleggiante redivivo in questo romanzo aderente ad un controverso scibile umano che, assolvendo, con il taglio editoriale realizzato dalla “Compagnia della Stampa”, la fervida e produttiva fantasia dell’autrice, si accomiata dal lettore in quel lieto fine con cui sembra manifestare la sua stessa originaria ispirazione che, fra l’altro, è pure dettagliata in quarta di copertina, nel fraseggio di un’arcana premonizione: “Sangue Sacro è stato versato su questa terra; grandi calamità e sofferenze per il paese; il sangue dell’innocente si verserà sui figli dei figli per generazioni. Solo l’innocenza vincerà il male”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.