dall’Argentina, il Diario latino di Letizia Piangerelli

Gli Alfajores di Santa Fè sono fatti di tante sfoglie sovrapposte, unite insieme da pennellate generose di dulce de leche, la crema di latte fresco, dolcissima e compatta, che rappresenta uno dei simboli dell’Argentina nel mondo. La stessa che mia madre ha cercato per anni nei supermercati italiani, senza riuscire a trovare qualcosa che ricalcasse il sapore dei suoi ricordi.

La cooperativa che ci ha invitato oggi a Santa Fè è una di quelle banche di credito cooperativo che pur rinunciando al proprio ruolo prettamente bancario, è riuscita ad inventarsi una forma imprenditoriale per resistere alle vicissitudini, umane e finanziarie, che hanno sconvolto il paese a partire dagli anni 70. Non potendo raccogliere risparmio dal pubblico, per anni ha utilizzato il proprio capitale per offrire crediti e per gestire iniziative imprenditoriali, dalla produzione di alfajores alla commercializzazione di spumanti, fino ad arrivare al ruolo prettamente sociale della sua fondazione.

Oggi, con la recente riforma, cooperative come questa possono tornare a svolgere l’antico ruolo di cassa di credito, moltiplicando le possibilità di sviluppo delle piccole imprese, finora circoscritto ai limiti imposti dal proprio capitale. Lo hanno ribadito tutti quelli che abbiamo incontrato in questi giorni, con foga e decisione, come se ripeterci più volte gli stessi concetti servisse a rendere il futuro un po’ più presente. Hanno fretta gli argentini, di applicare lo strumento prima che si dissolva nei meandri dei dibattiti e delle lungaggini statali. Fretta di vedere il paese stabilizzarsi attorno ad uno sviluppo più inclusivo e costante rispetto alle andate e ritorni di un progresso che non finisce mai di arrivare.

A guardarla bene la storia argentina sembra un susseguirsi di curve ampie, tanto alte nella loro ascesa quanto disastrosamente ripide nella pendenza dei momenti più bui, in un andare costante di costruzione e distruzione, mancando sempre la lungimiranza di un pensiero di lungo periodo. Oggi il paese cambia, spinto dalla riforme coraggiose e dalle contraddizioni ancora troppo evidenti: alle porte di Santa Fè, proprio sul ciglio tra la strada e i campi, sono arrampicate una sull’altra baracche, case di fortuna fatte di legno e lamiera, paesaggio che stona irrimediabilmente col verde dei campi e con i colori delle case coloniali della città che inizia a pochi metri da lì.

Santa Fè è la capitale di una delle province più grandi del paese, ben posizionata nel cuore dell’umida pampa argentina. Circondata da paesaggi infiniti di verde e cielo, chilometri e chilometri di spazi piani che raramente offrono punti in rilievo sui quali riposare lo sguardo. E poi, all’improvviso, interi quartieri fatti di baracche, bambini di strada, inefficaci sussidi statali e degrado quotidiano, tanto in città di provincia che alle porte della centralissima Buenos Aires. E’ chiaro che el campo, le sterminate distese di terra che hanno fatto la fortuna agroalimentare del paese, non può costituire l’unica risposta alle necessità di tutti i suoi abitanti.

Tanti, tantissimi italiani sono emigrati nel corso del secolo inseguendo il miraggio di queste terra fertile, molti sono rimasti scommettendo sul paese prima ancora che su loro stessi. Il tempo ha amalgamato le generazioni, mischiato cognomi, fondato imperi commerciali, ma non è riuscito a cancellare il senso di appartenenza della gente ad una comunità, prima ancora che ad un paese. Forse è da qui che deriva la forza di volontà e di riscatto dagli argentini, da questo loro passato di emigranti, pronti a ricominciare ogni volta da capo pur di rifarsi un destino.

Stamattina, mentre viaggiavamo verso nord, ho guardato a lungo il Rio de la Plata correre lento, sul finestrino di destra, ma anche stavolta, come tante in passato, ho avuto l’impressione di guardare un mare. E’ immenso e grigio il braccio di fiume che divide l’Argentina dall’oceano, solo da un punto altissimo, in giornate limpide, si riesce ad intravedere l’altra sponda, il profilo incerto delle coste dell’Uruguay. Sapere che anche se raramente la si vede, l’altra sponda rimane sempre lì, solida e ferma, a poche ore di barca da Puerto Madero, mi fa sentire meno isolata, meno distante. Devono aver pensato lo stesso in tanti, durante tutti gli approdi dimenticati di tanti anni fa.