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Tre euro l’ora, a volte anche a meno. Ogni giorno lavorano dieci ore, spesso dodici, a volte anche tredici. Eppure, nelle loro buste paga, sono segnate soltanto quattro o cinque ore. Un trucco, illegale, niente più che un trucco, utilizzato dalle aziende per risparmiare soldi. Tanti soldi. E loro, quelli che lavorano giorno e sera, si reputano schiavi.

“Siamo schiavi, siamo schiavi” ripetono instancabilmente. Hanno la pelle nera, quasi tutti. Sono africani. Arrivano dal Gambia, dal Mali, dal Senegal, dal Burkina Faso. Vivono tra Scandicci, Signa e Firenze, dove ormai da anni si è sviluppato un nuovo distretto della moda. Tanti capannoni, spesso luci accese anche fino a tarda sera.

E loro, i migranti, vivono in centri di accoglienza, altri condividono un affitto in misere stamberghe. Schiavi, dicono loro, viste le ore che lavorano quotidianamente e la paga misera che ricevono. Ne abbiamo intervistati decine. Guadagnano poco.

Settecento euro al mese, a volte 800, magari 850. Schiavi sì, ma schiavi del lusso, perché le borse, le cinture, i portafogli, gli zaini e tutti gli oggetti in pelle che producono quotidianamente, non sono marche qualsiasi. Sono marche del lusso, quelle che nelle vetrine dei negozi dei centri storici e degli shopping center si trovano a cifre esorbitanti. Perfino mille euro, a volte anche di più.

I lavoratori africani non lavorano direttamente per loro, ma per ditte che prendono il lavoro in appalto, quasi sempre gestite da imprenditori cinesi. Sono i famosi terzisti. Si trovano in tutta Italia, ma una grande concentrazione si trova a Scandicci, distretto del lusso alle porte di Firenze. Basta appostarsi qui ogni mattina intorno alle 6.30/7 per osservare coi propri occhi i tantissimi migranti africani che arrivano in autobus, oppure in bicicletta, alcuni a piedi. Escono dalle loro case, o dai loro centri di accoglienza, sul far dell’alba, per dirigersi nelle fabbriche dei cinesi. Hanno lampeggianti nelle biciclette per non essere investiti nel buio della mattina.

Parcheggiano fuori dall’azienda le loro biciclette ed entrano, restando qui per tredici ore a cucire, tagliare, incollare, sferruzzare. Sono sfruttati. Proviamo a entrare in una di queste fabbriche per parlare con l’imprenditore cinese, che però non capisce le nostre domande, oppure finge di non capire. E poi, non appena comprende che siamo giornalisti, ci caccia malamente fuori dall’azienda. Dentro il capannone, si intravedono tutte le borse di marche di pregio, tutte originali, non certo contraffatte, tutte quelle che poi, come detto, finiscono in bella mostra nelle vetrine più scintillanti dei nostri centri storici.

L’intera questione del lusso “made in Italy”, della sua filiera e dello sfruttamento dei lavoratori è finita più volte alla ribalta della cronaca nazionale, nel corso degli anni. Ma nonostante il tempo passato le situazioni critiche, come abbiamo visto, non sembrano scomparse. Alcuni mesi fa, per evitare di prendere fischi per fiaschi, ci siamo anche appostati fuori da una delle aziende dove lavora uno dei ragazzi africani intervistati.

Abbiamo atteso l’arrivo di un camion vuoto, abbiamo aspettato che venisse caricato di scatoloni con dentro borse e quant’altro. E poi l’abbiamo seguito, per vedere dove andava ed essere certi che si dirigesse nel capannone di un’azienda prestigiosa. L’abbiamo seguito lungo la statale, poi lungo l’autostrada, infine nelle strade di città. Siamo usciti al casello, fino al magazzino di arrivo. Sul cui campanello risplende il nome di un marchio del lusso italiano, noto a tutti, famoso in tutto il mondo. Borse arrivate con quel camion, destinate agli scaffali dei grandi negozi, fabbricate da ragazzi africani sottopagati, sfruttati giorno e sera.

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