Brescia – Personaggi entrambi destinati a sopravvivere al proprio tempo, Leonardo Sciascia (1921–1989) e Gabriele D’Annunzio (1863–1938), intersecavano il proprio prestigioso ruolo letterario a Brescia, in occasione della conferenza che l’uno effettuava riguardo l’altro, in occasione degli allora cinquant’anni decorsi dalla morte che per il Vate era avvenuta a Gardone Riviera il primo marzo 1938.

Mezzo secolo dopo quel 1938, il Centro Teatrale Bresciano, diretto da Antonio Sabatucci ed un apposito Comitato Organizzatore, rappresentato da Pietro Gibellini, organizzavano a Brescia una serie di appuntamenti culturali sulla figura di Gabriele D’Annunzio, per una commemorazione ispirata alla ferale ricorrenza ed aderente alla cultura dell’epoca che, in ambito locale, confermava, tra l’altro, ne “Il Vittoriale degli Italiani” di Gardone Riviera quanto, anche nel prosieguo del tempo a venire, si profila in un inesauribile riferimento di ispirazione e di approfondimento d’interesse verso lo scrittore e poeta abruzzese.

Cosa dicesse nel maggio del 1988 un autore di chiara fama, come Sciascia, in merito ad un famoso esponente della letteratura italiana, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, è esemplificazione dell’introspettivo laboratorio delle idee e delle interpretazioni possibili che è percorso nella fluidità del pensiero tra la società intellettule, modellato dai giorni delle varie stagioni e dalle rispettive visioni dei loro protagonisti, immersi nelle progressive realtà di peculiari e di contestualizzanti accezioni.

Dall’andare del tempo intercorso dal pronunciamento bresciano di Sciascia, nell’ambito di una manifestazione dannunziana, continua a rivestire inalterato interesse il contributo che lo scrittore siciliano aveva proposto, circa la considerazione manifestata su quel personaggio al capezzale metaforico del quale era stato invitato, tanto per la particolare circostanza, quanto per le espressioni da lui usate che, naturalmente coerenti al suo pensiero, possono in parte risultare disallineate rispetto alla più comune esternazione elogiativa verso colui di cui ci si era presi la briga di ricordarne la ricorrenza, attribuendogli, tra l’altro, anche in quei giorni, un’indiscutibile importanza di consistenza.

Scrittori, per motivi diversi, ancora attuali, nonostante tutto, sia l’uno che l’altro, affioravano ambedue dalle cronache della stampa locale di quella primavera del 1988 per le espressioni che li unificavano in una presumibile ed apparente inconciliabilità provocatoria di analisi che D’Annunzio, già allora, ormai da decenni estinto, incassava nella terra che aveva eletto, sul Garda, a propria residenza d’allori trionfali e di deduttive ispirazioni in controverse eco claustrali.

Chiamare Sciascia a parlare dell’Immaginifico rappresentava, insomma, una intelligente provocazione”: ha ritenuto di appuntare, fra altre interessanti osservazioni, il giornalista Massimo Tedeschi per riassumerne l’iniziativa in un efficace articolo che, nell’edizione di “Bresciaoggi” di sabato 7 maggio 1988, è apparso con il titolo altrettanto significativo del contenuto citato, enunciando: “Sciascia: “recuperare il Vate? Meglio gli anti-d’annunziani”.

In buona sostanza, al salone Vanvitelliano del palazzo della Loggia di Brescia, era accaduto che “mentre il coro uniforme dei d’annunziani postumi o di ritorno intona i suoi trionfi, Sciascia ha preferito rintracciare nella nostra letteratura il filone di quello “stile delle cose” che, proprio negli anni della maturità del Vate, si contrapponeva consapevolmente al suo “stile delle parole”, e in definitiva al suo provincialismo”.

La curiosa e singolare attribuzione di “provincialismo” ad un personaggio che non solo in letteratura aveva, per così dire, “corso i sette mari” con uno stile personale al fuori ed al di sopra degli schemi, calcando geografie anche lontane, e strappando per sé notorietà pure dal più inconsueto e distratto altrove, in Italia ed all’estero, pare comunque fosse motivata da Leonardo Sciascia per il tramite di un concettoso ragionamento di massima, adattato all’interpretazione dell’apporto culturale interpretato da un nutrito gruppo generazionale di scrittori italiani, nati nel primo decennio del Novecento, come Longanesi, Soldati, Moravia, Brancati, Pioveni, Vittorini e Pavese.

Scrittori che, secondo lo scrittore siciliano, accolto ufficialmente in città dall’allora vicesindaco di Brescia, arch. Ettore Fermi, avevano preso le distanze dall’impronta letteraria di D’Annunzio, preferendo lo “stile di cose” rispetto allo “stile di parole” che, secondo la dicotomia d’intuizione pirandelliana, è spiegato nella cronaca scritta da Amedeo di Viarigi nella Terza pagina del “Giornale di Brescia”, di domenica 8 maggio 1988, fra le righe delle quattro colonne sormontate dal titolo “La generazione del 1905 fra D’Annunzio e Pirandello”: “Lo stile di cose si ha quando la parola ha un valore solo in quanto esprime la realtà, quando il lettore è calato dentro le cose, tanto che pare di toccarle, “pietre, carne, quelle foglie, quegli occhi, quell’acqua”, mentre nello stile di parole, più che presenza di cose, vi sono “le parole che la dicono”, e allora non c’è creazione, ma letteratura”.

Nel corso della conferenza di chiusura a Brescia del ciclo di incontri culturali dedicati nel 1988 a D’Annunzio, secondo Sciascia, nel sorvolare sul fatto piuttosto ricorrente che ogni generazione fatalmente tenda un poco a prendere le distanze da quella precedente, le nuove leve degli autori evocati, trentenni all’epoca del fascismo, “erano scrittori diversi fra loro per il diverso modo di atteggiarsi nei confronti degli eventi del loro tempo, ma costituivano quasi una pleiade generazionale, perché tutti sentivano il bisogno di uscire dai limiti stretti del provincialismo culturale italiano e guardavano ad altri Paesi, ad altre letterature, avvertendo il disagio della condizione del loro Paese”, con buona pace di Gabriele D’Annunzio che, ancora secondo l’esponente siciliano della letteratura italiana, era compromesso con l’accennato “provincialismo” supposto pure in carico al Fascismo, colpevole, ancora secondo il relatore, di avere potenziato “questo atteggiamento endemico in Italia: l’appagamento che non ricerca altro”.

Un “provincialismo”, inteso come “serrarsi e chiudersi con appagamento e soddisfazione”, con cui sembra che Sciascia avvolgesse la biografia dannunziana, ottenebrando il dispiegarsi compositivo di D’Annunzio riguardo il quale, Massimo Tedeschi, delle parole usate da Leonardo Sciascia ne condensava il pensiero a dir poco critico, riferendole sull’accennata edizione di “Bresciaoggi”, all’indomani dell’evento, verificatosi in un salone Vanvitelliano gremito di pubblico: “Restano grandi pagine di D’Annunzio – conclude il romanziere – ma, a causa dell’entusiasmo con cui il fascismo se ne impossessò, non possiamo apprezzarle senza sospettare di noi stessi”.

Analoga considerazione è stata colta anche dall’autore, cimentatosi con la manifestazione bresciana allestita a strascico del cinquantenario della morte di Gabriele D’Annunzio per conto dell’informazione resa dal citato numero domenicale del “Giornale di Brescia”, secondo la firma di Amedeo di Viarigi, posta proprio in calce a quest’ultima sua dolente constatazione: “Sciascia conclude il suo intervento riconoscendo, senza dubbio, a D’Annunzio grandi pagine, ma che noi non possiamo più leggere senza sospettare di noi stessi, stante la retorica che da quello “stile di parole” è stata generata”.

Insolito approccio, quello di Leonardo Sciascia, nell’affrontare a Brescia un incontro ispirato a D’Annunzio, avvertendo però la platea, convenuta attorno alla memoria del Vate, “che il suo non voleva essere un intervento organico su D’Annunzio, ma che nasceva da osservazioni scaturite dalla sua personale storia di rapporti con la letteratura italiana” del Novecento, come anche Massimo Tedeschi scrive sull’altro accennato quotidiano bresciano: “Paradossalmente, ma non troppo, il nome di D’Annunzio è echeggiato pochissime volte, ieri in Loggia”.

Ancora una volta, concretizzandosi in quell’occasione, sembra che la figura di D’Annunzio sia riuscita a fare parlare di sé senza svelarsi troppo, facendo leva sulle tipiche stratificazioni attribuitegli e conclamate, discusse o asseverate, desunte dall’epidermide del suo stile, nonostante tutto “inimitabile”, in un modo che anche la critica sembra che in esso sia stata intrappolata, riferendo più dell’indotto culturale, percepito attorno alla personalità del Vate, piuttosto che ingaggiare, nel merito, una vivisezionante cattura della difficile complessità dannunziana.

Complessità che, in un simile destino di intrinseco riflesso, inderogabilmente compromesso in un’inscindibile simbiosi con il personaggio, Attilio Mazza suscitava invece fra le pagine dell’edizione del “Giornale di Brescia” di mercoledì 4 maggio 1988, nel riferire circa l’interessante iniziativa di una esposizione itinerante delle numerose e satireggianti caricature d’epoca vignettistiche, uscite dalla mano di molti autori, su D’Annunzio, dal titolo “D’Annunzio in caricatura – significativa e curiosa mostra allestita al Vittoriale dalla dott. Elena Ledda nell’anno cinquantenario – attraverso centottanta disegni antichi e una trentina moderni (pubblicati cioè dopo la morte del poeta)”.

La mostra, attesa in quel 1988, anche a Padova, in luglio, a Roma, in agosto, a Pescara, in settembre, a Cagliari, in ottobre ed a Milano, in dicembre, accorpava una rara narrazione visiva secondo un metodo in cui “attraverso queste vignette torna il D’Annunzio dalle cento vite, uomo, poeta ed eroe”. Lo stesso uomo che pare possa, nelle fasi del tempo altalenanti attorno alla sua figura, sfilacciare un lembo del proprio ricercato e folcloristico manto esteriore a valutazioni dell’estetismo di cui ne è stato un lezioso mentore, fino a prestare il fianco, oltre alle innocue caricature, anche ad una possibile e più rigida critica di prossimità verso il circuito di quel mondo culturale, a lui contiguo e praticato, nel contenuto assecondato dal suo estro d’autore.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.