Andiamo ad incontrare d’Annunzio. Plausibile appunto di classe all’esordio degli anni Venti. In realtà, le scolaresche erano a casa, stante il periodo estivo delle più attese vacanze, ma il contatto dal vivo avveniva comunque a Gardone Riviera, appena eletta dal Vate a sua residenza definitiva, lungo il monumentale gettito di una esclusiva e di una tuttora in auge azione memorialistica verso la sua persona.

Non di meno quanti, in età scolare, ancora nel tempo aleggiante la rocambolesca e notevole impresa di Fiume, come un inebriante ricordo di storia patria, risultavano gli interlocutori funzionali ad un vicendevole ritorno ad effetto, riguardo ad un proprio rispettivo spettro d’approssimazione, sviluppato su un condiviso concetto celebrativo, stemperato lungo il mite panorama gardesano.

Da un lato, il protagonista dell’eroica azione patriottica e dall’altra, gli ideali emuli di tale esemplare dinamica d’affermazione, nell’alveo di una possibile didattica applicata, pure allora, al concreto immedesimarsi tra le testimonianze dirette di una data epica impresa, ritenuta degna di considerazione.

In tale contesto, non sono mancati i giornali del tempo che hanno documentato, di questo avvenimento, i termini essenziali in argomento che, dopo ormai un secolo, rinverdiscono il riuscito appuntamento con i particolari utili al potere disporre ancora di alcuni loro aspetti, secondo il significativo ritratto plurale di un interessante assortimento.

Sintetico, quasi schiacciato dalla furia telegrafica odierna nell’esprimersi didascalicamente su un dato motivo di tendenza, “La Provincia di Brescia” del 19 luglio 1921: “D’Annunzio ai Bambini di Gardone Riviera. Gardone R. 18, mattina – Iersera, nella sua villa, Gabriele d’Annunzio ha offerto un pranzo ai bambini di Gardone. Dopo il pranzo, il Comandante ha distribuito delle medagliette di Ronchi”.

Nella stessa pagina, certi graffi indelebili, intorno alla preponderante eco del momento, pare scalfissero il panorama generale, con altre più diffuse notizie del tipo come “Fascista assassinato presso Imola”, “Un consigliere comunale comunista ucciso dai Carabinieri”, in quel di Montebello Vicentino, ed, ancora, “Fascista ferito a Trieste. Un popolare ucciso da un comunista”, fino alla presunta “Vittima d’una vendetta socialista” nei pressi di Voghera.

L’evento che si accasava, invece, nella località bresciana dove Gabriele d’Annunzio fraternizzava con i locali esponenti delle giovani generazioni che incontrava, si poneva in una distensiva prospettiva di rassicurante amalgama sociale dove, spoglia da contrapposizioni, tutta una comunità era rappresentata.

A cominciare dal ruolo del sindaco, come in un altro quotidiano, si precisava, andando, fra l’altro, ad affermare, nell’edizione de “La Sentinella” del 20 luglio 1921, che: “(…) In un prato adiacente a Villa Cargnacco dove furono disposte ed imbandite alcune tavole ed intrecciate file multicolori di palloncini alla veneziana, alternati a festoni di lauro e a fasci di bandiere tricolori, il gaio stuolo dei piccoli (un centinaio) si riunì sull’imbrunire. Il sindaco di Gardone, signor Bazzani, con ispirate e vibranti parole spiegò ai fanciulli l’alto significato della festa. “Fu davvero grande ventura per noi – egli disse – se il più grande italiano ebbe a scegliere questo luogo per sua residenza. Qui è il faro luminoso verso cui tutti gli italiani muovono e muoveranno il loro sguardo e grande sarà il monito che da lui qui partirà per la pura e santa italianità del nostro Paese”.

Individuato dal primo cittadino come “l’uomo della nuova Italia”, verso cui contestualmente inneggiare con un triplice ed oltremodo caratteristico alalà, quelli che, in questa cronaca erano pure chiamati “piccoli arditi di Gardone”, incontravano, al fine, l’illustre ospite, fautore dell’impresa fiumana, presentata dal medesimo vertice della località in festa con l’appellativo di “garibaldina”: “(…) Alle 21,30 circa d’Annunzio esce dalla Villa, accompagnato da Italo, il fido attendente che da otto anni lo segue e lo venera, dal tenente Frassetto, uno dei sette giurati di Ronchi, e dal tenente Masperi il glorioso invalido delle cinque giornate fiumane. Quando d’Annunzio arriva fra i bimbi è un coro frenetico di alalà e un agitarsi festante di piccole mani che lo acclamano. Egli sorride commosso a tanta spontanea manifestazione d’amore ed accarezza le piccole creature che lo guardano estasiate. Tutti gli si serrano attorno. Vi sono degli orfani di guerra ai quali il Comandante rivolge delle domande e delle buone parole. La bambina Ersilia Bontempi, cui morì il padre in combattimento, legge alcune parole e, ricordando il padre suo, non può trattenere due lacrimoni che commuovono tutti i presenti. Anche i bimbi Dino Erculiani, Nino Festi, Andreina Bazzani e Annita Festi, quest’ultima piccolina e tanto graziosa, leggono dei discorsini che il Comandante mostra di gradire immensamente. Parla il Comandante, è cosa impossibile ripetere il suo discorso pieno di rievocazioni care. Alludendo all’Italia futura, tutta bella come egli la sogna, e che i piccoli vedranno, dice che un giorno, forse, ci sarà qualcuno fra essi che si porterà laggiù, nella terra di Abruzzi, nel piccolo cimitero sulla collina dei mandorli fioriti dove riposa la sua santa Madre, e dove anch’egli dormirà il sonno eterno, e ivi deporrà una fronda di quel lauro di cui abbonda la italianissima terra del Garda. Rivolto alla piccola Ersilia Bontempi dice di sentire che suo padre è qui presente, insieme a tutti morti del Carso, del Grappa, del Piave, del Mare, ed insieme anche agli ultimi morti, ai morti di Fiume, tutti bellissimi, che ancor vivono e ci comandano di proseguire nella vittoria. (…)”.

La manifestazione si chiudeva con il noto canto “Giovinezza” che, in quei giorni ancora ante-marcia, pare che andasse, pure, simbolicamente, a presentire il fatidico Ventennio a seguire, non vissuto del tutto dal poeta, fin dentro quella tragica fine estrema, che il tempo sembra abbia provveduto, in altro modo, a differirgli, sulla scena di questo mondo salutata con il mausoleo del Vittoriale anziché il ritornare nella terra natia, in quel suo eclissarsi terreno, avvenuto lungo un orizzonte ancora sgombro dalle fatali sciagure a venire.