Brescia – “Oggi mi sento strano……..”, scrive Massimo Pennacchio, autore del libro dal titolo “Scritto misto”, dando espressione alla propria ispirazione poetica, aggiungendo a tale accennata sensazione che “Oggi sento i tuoni del temporale/ mentre osservo diamanti di stelle./ Aria gelida entra in me, voce calda mi attraversa la mente…../ Cuore di cioccolato, cioccolato da bere e in luna comune…./ Distanze incolmabili, ma che si avvicinano/ come api ai fiori…./ Che bel rumore le foglie che cadono/ Oggi mi sento strano…./ Oggi sono vivo…/ Oggi sorrido…/ Oggi sospiro..”.

Nella versificazione di uno fra i numerosi componimenti poetici che trovano un’articolata proposta compendiata in una pubblicazione unitaria ad essi dedicata, queste strofe esemplificano lo stile di una trentina di liriche, affidate alla forma metaforica di varie figurazioni allegoriche, presentate insieme ad altri scritti dal riflesso biografico e ad una triplice ripartizione di racconti di fantasia, caratterizzanti il testo dell’edizione sottoscritta dalla “Compagnia della Stampa”, nelle circa centodieci pagine attraverso le quali la silloge introspettiva dell’autore risulta rappresentata.

Nel metro inventivo del verso libero ed intuitivo, dipanato nel taglio di uno spontaneo registro espressivo, varie tematiche sembrano avvolgersi attorno al perno di un medesimo riferimento ricognitivo, costituito da un’autentica propensione che è orientata a dare volto ad una sollecitazione interiore, indirizzata a descrivere le sottili interconnessioni fra il soggettivo piano immateriale ed il profilo dell’implicita realtà, desunta da uno sperimentato ambito d’appartenenza culturale, vagliato da una capacità critica di osservazione che, all’atto poetico e narrativo, offre materia sostanziale.

Il libro, come, fra l’altro, scrive l’autore in una breve nota di presentazione, è “frutto della mia voglia di mettere un po’ d’ordine tra alcune righe scritte nell’arco di parecchi anni. Si tratta di sensazioni provate, di vita vissuta, di voglia di giocare con la penna e di amore (il quale, si sa, non basta mai)”, focalizzando l’ampio ventaglio di una elaborazione espressa in chiave letteraria, in relazione ad alcuni aspetti vibranti, tratti dal mondo degli affetti, dalle riflessioni evolutesi nel rimbalzo cogitante che è intercorrente fra la proporzione del sé e quella del prossimo, dove il piano dell’esistenza intesse comuni e ricorrenti elementi, tra tracce evanescenti, sgrezzate sul diaframma del tempo sul quale si distribuiscono, nello spessore di molteplici frammenti.

L’opera stessa è frammentata in sei parti salienti che, tralucendo ciascuna una propria compiutezza esplicativa, incardinano, nella versatile matassa della propria implicita prospettiva, la varietà di capitoli dalla sciolta dinamica comunicativa che l’autore afferma motivata dall’intento di suscitare nel lettore “una piccola riflessione, un qualsiasi dubbio o semplicemente un sorriso”.

Negli scritti emerge un confronto identitario sviluppato sul versante lirico, con quegli interrogativi evocativi che si collegano, fra l’altro, ad una contemplazione in sintonia con l’esistenza, ad una sorta di interazione speculativa dell’io, osservata nel riflesso diluito sul duttile margine di un distacco d’analisi interiore, a volte modellando, in una accennata convergenza onirica, la sequenza di una immedesimazione allusiva di alcuni fra i maggiori apporti di reminiscenza che è strutturante il proprio vissuto narrante.

In tal senso, alcune pagine del libro “Scritto misto ricorrono ad una trasposizione sensoriale della sfera interiore ed emozionale che attinge ispirazione anche dal ricordo di alcune figure amicali, come nel componimento dal titolo “Piero”, e da una percezione connessa alla consapevolezza di una immanenza strutturante l’anima di una suprema presenza infinitesimale, esercente il creato che, in “Pensieri bagnati”, sembra far scorgere l’autore nel confronto con il contesto ambientale osservato, manifestando natura concettuale e misura personale di una motivazione espressa in una metaforica premura intellettuale che, altrove, nella versificazione di “Vorrei”, si concretizza in un’universalità di slancio ideale, radicato in un comune riferimento di senso morale, inneggiante a quel “Vorrei che l’abbraccio di un bimbo/ scaldasse tutto il mondo”, per ancora riprendere il colloquio riflessivo, con lo spazio della vita onnipresente, nelle strofe di “Insonnia”, nelle quali, la definizione allusiva del titolo della lirica stessa, plana armoniosamente nella ricaduta di una percezione intimistica del reale.

Sul filone affettivo si profilano pure le poetiche individuazioni di “Cuore”, termine definito nelle corrispondenti sue definizioni che sono usate dall’autore, secondo una compartecipazione emotiva con i modi descrittivi emergenti dagli accenti interiori dei quali le stesse espressioni sono aderenti, fino ad approdare, nel caso di “Tu sei con me”, nella celebrazione di una data presenza fulgente, colta nell’alterità suggestiva degli elementi tratteggiati ed assegnando a “Il nostro viaggio” la metafora dell’incedere infaticabile di una coppia, anche fra le difficoltà della vita, nell’affermare, fra l’altro, in tal senso: “Se a causa del mare grosso entra un po’ d’acqua,/ non ti devi preoccupare,/ io la ributterò in mare./ Se ne entrerà tanta: tu mi aiuterai. Mi piace navigare con te/ perché io amo te”.

Altri riferimenti si stagliano nella visione distributiva dei temi della dedizione amorosa, instillata nei versi innamorati di “Fiore di volto” e nelle dicotomiche espressioni adoperate per spiegare invece il senso di quelle “Gocce salate” che rispondono alla definizione delle lacrime: “Sono la gioia/ o sono il dolore./ Vengono dal cuore/ o escono dal cervello./ Danno i brividi/ o rilasciano allegrie./ Sono solo umane/ come del nostro viso/ è umano il sorriso”.

Nel grandangolo di osservazione, interpretato dall’autore, la natura, come parallela dimensione di una incombente e misteriosa orditura, sembra porsi anche nel ruolo di una possibile equiparazione simbolica del tempo, immedesimandosi in “quell’albero nel verde” che, con il nome di “Caio” detiene, in “Scritto misto”, il riferimento utile per il ricordo di emozioni lontane e sfuggenti, come quel contesto perduto dove “Il verde non c’è più e quell’albero ora è nel grigio”, mentre, la riflessione sull’inevitabile cronologia del dispiegarsi temporale, sembra pure farsi strada attraverso un avvicendarsi generazionale, idealmente affidato ad un giovanile contributo dal titolo “Colori” di Veronica Pennacchio, nella fattispecie di una poesia ispirata al libro “La gabbianella e il gatto”, premiata al concorso indetto dalla Biblioteca Civica di Manerba sul Garda che, per sensibilità compositiva sembra ricordare, attraverso la figurazione di quel “grande gabbiano bianco”, testualmente riportata da Massimo Pennacchio nel suo libro, la rivelazione stigmatizzata dal poeta Giovanni Pascoli nella nota lirica, “Temporale”, con i versi: “(…) nero di pece, a monte/ stracci di nubi chiare:/ tra il nero di un casolare:/ un’ala di gabbiano”, che paiono pure entrare nella storia del divenire, come avviene per le parti evocate nell’incontenibile periodare di un’altra poesia pascoliana che, in “Lampo”, apre alla suggestione contemplativa di un’avverata manifestazione, scorta nella sua scintilla intersecante la parabola del tempo, quale spazio attuativo in cui deflagra la vita, dischiusa nella sua primavera germinativa: “(…) bianca bianca nel tacito tumulto/ una casa apparì sparì d’un tratto;/ come un occhio, che, largo, esterrefatto,/s’aprì si chiuse, nella notte nera”.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.