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La scuola sta finendo, ma non per tutti: per qualcuno non è mai iniziata. Non parliamo però, stavolta, di esclusione subita: come nel caso dei ragazzi disabili senza sostegno o senza assistenza. O di ragazzi che, per una malattia o per altre ragioni, a scuola non possono andare.

Parliamo invece di quelle famiglie che hanno scelto di non mandare i figli a scuola. E “non essendoci scuola, non c’è neanche vacanza”, spiegano alcuni genitori del gruppo “Homeschooling Cinema Vekkio”. Genitori che, appunto, hanno abbracciato la pratica, completamente legale, dell”homeschooling.

Perché, diversamente da quanto comunemente si crede, andare a scuola non è obbligatorio: o almeno, in molti paesi non lo è. In Italia, per esempio, la Costituzione sancisce il dovere genitoriale di educare e istruire i figli, ma non impone la frequenza scolastica, diversamente da ciò che tanti credono.

Ma sono ancora una minoranza coloro che, nel nostro paese, scelgono di istruire i propri figli a casa. Le scelte possono essere svariate, ma in genere il denominatore comune è la sfiducia verso la scuola in quanto “sistema”e il rifiuto del modello educativo convenzionale, fatto di orari, di voti, di pagelle, di compiti a casa.

Ma in quali Paesi è lecito compiere questa scelta? E quanti sono coloro che abbracciano questa possibilità? E poi, cosa raccontano le famiglie che vivono questa esperienza? E come si stanno presentando all’ormai prossima fine dell’anno scolastico, anzi “non scolastico”? E cosa ne pensano gli “addetti ai lavori”?

Dove si può, dove non si può: gli homeschoolers in Europa
Guardando solo al continente Europa, il quadro legislativo della “scuola in casa” è molto disomogeneo: è illegale in 23 in Paesi, tra cui Albania, Bulgaria, Lituania, Grecia, ma anche Germania e Nederland.

E’ legale in 24 Stati, tra cui Serbia, Slovenia, Slovacchia, Polonia, Estonia e Repubblica Ceca. Il dato più consistente i registra però nel Regno Unito, dove l’homeschooling è particolarmente diffuso: si stima che, nella sola Inghilterra, nel 2014 ci fossero 27 mila “homeschoolers”.

Un numero approssimato per difetto, e che comunque riguarda solo questa regione del Regno Unito, dove negli ultimi 5 anni si è registrato un incremento del 65%. Decisamente inferiori i numeri negli altri Paesi europei, laddove numeri ci siano, visto che il fenomeno non è ovunque monitorato e studiato: in Francia gli “homeschoolers” sono circa 3 mila, in Spagna 2 mila.

E in Italia?
Gli ultimi dati ufficiali del ministero dell’Istruzione sono quelli relativi all’anno scolastico 2014-2015, quando gli alunni in istruzione parentale erano 945: per la precisione. 307 nella scuola primaria, 638 nella secondaria di I grado.

Interessante notare quanto sia disomogenea la distribuzione del fenomeno sul territorio nazionale: si passa dalla punta massima di 255 alunni in Sicilia alle cifre minime di Molise (2) e Basilicata (3). Seconda alla Sicilia è un’altra regione meridionale, la Campania, con 127 alunni che studiano a casa. Seguono, a una certa distanza, Lombardia (81) e Lazio (73).

Cosa dice la legge italiana
Nel nostro Paese, l’homescholing, comunemente tradotto con “istruzione familiare” o “parentale”, è prevista dalla Costituzione: l’articolo 34 dispone infatti che “l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”, ma non specifica che debba essere impartita dalla scuola.

E l’articolo 30 sancisce il “dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli”, anche qui però senza imporre la frequenza scolastica.

I dirigenti scolastici sono tuttavia tenuti a vigilare e monitorare l’adempimento dell’obbligo di istruzione, come specifica il Miur in una nota, in cui chiarisce alcuni passaggi fondamentali per il corretto svolgimento di questa pratica educativa: primo, i genitori devono comunicare la propria scelta di istruzione parentale ogni anno, tramite comunicazione alla scuola di pertinenza; secondo, tale scuola diventa “vigilante sull’adempimento dell’obbligo” e invia comunicazione al Comune; terzo, “i familiari ogni anno sottopongono il proprio figlio all’esame di idoneità presso una scuola statale o paritaria”.

Esami sì, esami no?
Proprio quello degli esami, però, è un tema particolarmente caldo. Se da un lato infatti la nota del Miur parla chiaro, dall’altro non c’è alcuna legge nazionale che stabilisca questo obbligo. E così siamo di fronte a due interpretazioni contrastanti rispetto al presunto obbligo di esami: da una parte il Miur che ribadisce il dovere delle famiglie di far presentare i figli all’esame di idoneità annuale, perché sia verificato l’assolvimento dell’obbligo d’istruzione; dall’altra le famiglie, che rivendicano la propria libertà di scelta e il diritto di “autocertificare” le competenze acquisite dai figli.

Così, alcuni agli esami si presentano, altri no. Quanti esattamente non si sa, perché a questa domanda il Miur risponde che “non esistono dati su quanti siano i ragazzi in istruzione parentale che si presentano, di anno in anno, agli esami d’idoneità o di licenza.

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Redattore Sociale
Il Network di Redattore sociale raggruppa diverse iniziative di informazione, documentazione e formazione sui temi sociali. A promuoverle è la Comunità di Capodarco di Fermo, dal 1966 una delle organizzazioni italiane più attive nell’intervento a favore di persone in difficoltà e oggi diffusa in varie regioni. Motore di questa rete è la redazione dell’Agenzia giornalistica quotidiana Redattore sociale, nata nel febbraio 2001 ed oggi attiva su un portale web riservato agli abbonati.

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