Azzano Mella (Brescia) – Qui, la pianura concede, al vento, lo spazio aperto, per dispiegarvi tutte le corse all’impazzata che vuole. Nelle distese piatte e libere, quanto si raccoglie attorno alle volumetrie di radi cascinali, appiccicate alla campagna cerealicola della località di Pontegatello, è l’inconfessato limite di un antico passato rurale, insieme all’incombente versione di un presente che pare volgersi al domani, nella progressiva dissuefazione di una quota parte di ciò che, a questo territorio, risultava come un suo, pure notevole, elemento costituente.

A parte il castello, di cui ne rimane, sul posto, una manifestazione evidente, nell’unica serpiginosa strada omonima di questa borgata, quale ammissione remota di una peculiariutà assimilata, però, in un modo subentrante, ad un cascinale dalla mole importante, sembra seguire l’analoga via di una indomita trasformazione della sua versione originale, anche la chiesa situata nei paraggi, a tutta apparenza, lasciata in balìa al solerte compito irriverente dell’inesorabile andare del tempo, nel farne, tale avvicendarsi di elementi, ciò che vuole, giocandovi con la inerte materia corruttibile di quest’edificio di culto, eretto nel 1722, per approntarvi, secoli fa, una dimora dell’incorruttibile.

Altri tempi, quella della fondazione di questa chiesa. Attualmente, transennata come è, pure complice la vegetazione, a sterpaglie e cespugli attigui, fino all’immancabile, in questi casi, albero di fico, cresciuto su un lato del tetto, il calcolo delle probabilità per un suo totale decadimento a venire, potrebbe, in un’ovvia prospettiva, giocarsi presuntivamente nei numeri al lotto, al banco di lotteria, della vicina ricevitoria dell’osteria, dalla buona cucina tipica, come, con questi termini, recita l’insegna correlata alla “Croce di Malta”.

Rossa, anziché bianca, come, invece, formalmente si delinea, nello specifico, la scelta dei colori per una sua precisa definizione, tale emblema crociato, espresso fedelmente con i lati ricurvi e con gli angoli appuntiti, è a riferimento di questa località che lo detiene a titolo di un indiscusso ambito indicativo di un suo preciso ed immemore apparentamento esplicativo.

All’apparenza, fattibile a proporsi come unica attrattiva rimarchevole del posto, a motivo del suo caratteristico manifestarsi a croce tipica, rilevabile nei suoi contorni, secondo una codificata simbologia vera e propria, come risulta speculare alla realtà connotativa di tale antico ordine cavalleresco, che si trova appesa, secondo le più vetuste consuetudini di epoche trapassate, sulla parete stessa della struttura ricettiva, pure sede estemporanea, a quanto si dice, di occasionali, ma non casuali, eventi conviviali, quale locale apprezzato anche da sodalizi ispirati alle più remote reminiscenze possibili di quel Medio Evo in cui ritrovare le radici militanti di Ordini Equestri, aventi la croce, a loro veritiero emblema ostinato ed ostentato.

Anche qui, nel pragmatico esercizio di una qualità culinaria sopraffina, sembra che la storia abbia da tempo voltato pagina ed all’aver, forse, per consuetudine, lasciata infissa, in una sporgenza appariscente, tale croce rutilante, si deve la curiosità di quell’evocazione allusiva che, al luogo, si presta a caratteristico nesso dominante.

Chissà se, anche la chiesa, che si trova, appunto, nei paraggi, avrà a fare sfoggio, in futuro, delle pertinenze strutturali che, al proprio insieme, ancora ne rivelano l’archittettura pensata generazioni fa, mediante la religiosa ascendenza di una originaria misura, tutta ispirata a comporsi in un richiamo fidestico, gravitante nella stilistica di una determinata natura.

Forse, rimarrà, sempre in risalto, il suo campanile slanciato che, nella distesa pianeggiante, pare, in ormai assenza di alberi possenti, troneggiare in una quota d’altezza dialogante con le altre analoghe propaggini campanarie delle chiese che sono emergenti dalla prossimità vedutistica di una famigliarità di intrecci confinante dove, in ogni caso, sembra che tale tacitato prisma continui, per il momento, ad intrecciarsi, in una solida dinamica svettante, con l’armonia culturale trasposta in una sintesi funzionale a fare una sinergia territoriale, sullo sfondo del cielo, per quel messaggio di fede che tale proiezione religiosa suscita nella fissità, anche paesaggistica, di una eloquente immagine costante.

Rimarrà, appunto, forse, anche il campanile che, ad osservarlo da lontano, svolge ancora, in un non remunerato e nemmeno riconosciuto servizio campanario, il ruolo apparente di una chiesa ancora esercente sacramenti e liturgie di un credo sopravvivente, come se si fosse, ancora, ai tempi di un clero ivi presente.

Il clero, in realtà, sembra sparito anche dalla non lontana chiesa, bene conservata, della “Madonna della Formica”, dove, a poca strada da quest’altra versione settecentesca, ormai, quindi, in decomposizione, la storia si presta, invece, frettolosamente e sbrigativamente a comporre agli occhi dei curiosi una equivoca dicitura di attribuzione, vuoi, tacciata sul posto, cioè di “fienile”, nel senso lato di cascina, vuoi nel significato, invece, da segnaletica appostavi, di una chiesa mariana dove è capitato che si ritrovassero, guarda caso, nel 2018, alcuni associati al “Gran Priorato dei Santi Apostoli – SMEC (Suprema Militia Equitum Christi) in una cerimonia, presentata come privata, dell’Ordine del Santo Sepolcro dei Cavalieri di Seborga con sua Altezza Imperiale il Principe Patrizio Tomassini Paternò Leopardi “dell’Augusta Casa Imperiale Heracliana Giustineanea dei Principi Tomassini Paternò Leopardi”.

Essendo che questa località pare che fosse anticamente strutturata in un caratteristico senso viario, come passaggio nei pressi del fiume Mella che vi scorre non lontano, tale impronta storica cavalleresca sembra spiegarsi con quanto in proposito recita, fra l’altro, alla voce “Pontegatello”, l’Enciclopedia Bresciana: “(…) Al guado, prima, ed al ponte, esistette, probabilmente, uno di quegli ospizi per viandanti o xenodochi istituito dall pieve di Izio o Pievedizio, poi trasportata ad Azzano, affidato più tardi, durante le crociate, (sec. XI – XIII) all’Ordine di San Giovanni Gerosolomitani che aveva come patrono San Giovanni Decollato, lo stesso patrono e non è certo un caso della chiesa di Pontegatello (…)”.

Sia qua che là, cioè, tanto nei pressi dell’antica “Croce di Malta”, quanto della chiesa in rovina, come pure, all’ombra del castello di un tempo ed a margine ubertoso di questo piccolo santuario solitario, padrone assoluto della campagna circonvicina, sembra che qualcosa non torni tutt’attorno, nel senso che pare proprio che si sia persa una lettura complessiva di questa località, secondo una possibile forma rappresentativa di quell’orginaria sua caratterizzazione che vi poteva risultare a cifra significativa.

Come lascito sparpagliato su un palcoscenico calcato da altrui vicende, rimane ciò che rimane, a traccia del residuo dell’insediamento che era andato, a suo tempo, in scena sul posto, in un lontano e stratificato passato, coincidente con quanto, per chi lo volesse cogliere od anche ricercare, ora emerge, comunque, a tratti, un insieme di aspetti, disgiunti fra loro, dal sommerso di un sordo oblio, a remota somma plurigenerazionale.

Ne è motivo, in tal senso, di riflessione, anche una marmorea lapide parlante, collocata da qualche anno, all’esterno della stessa chiesa mariana, denominata, come detto, della “Madonna della Formica”, testimoniando l’esito di un’intelligente azione conservativa, nel contemplare, a riguardo della dimensione temporale penetrante quella umana, nel fugace suo corso esistenziale, una epigrafe nel merito esplicativa: “Brevis a natura nobis vita data est / at memoria bene redditae vitae sempiterna / Familia Cacciamali refecit / A.D. MMX”.