In Emilia Romagna sono 15 i centri antiviolenza per le donne, con 22 sedi totali in tutte le 9 province (13 quelli che fanno parte del Coordinamento dei centri della Regione), a cui vanno aggiunte le altre strutture d’accoglienza.

Secondo i dati forniti regione nel 2014 3.298 donne si sono rivolte ai centri del Coordinamento. Si tratta in larga maggioranza di donne vittime di violenza: in totale 2.799, pari al 90 per cento; una parte di esse – il 17 per cento – continua un percorso iniziato in anni precedenti.

Le donne che nel 2014 hanno preso contatto per la prima volta con uno dei centri antiviolenza indicati, a motivo delle violenze subite, sono in totale 2.474.

Rispetto al 2013, anno in cui 11 centri hanno accolto 2.399 donne nuove che subiscono violenza, l’aumento è lieve, pari al poco più del 3 per cento (74 donne).

Sempre nel 2014, le donne ospitate nelle case rifugio e nelle altre strutture dei centri antiviolenza del coordinamento sono state 188; i figli 203. Rispetto al 2013 si registra un aumento tanto delle donne (25 in più, pari al 15 per cento) ospitate che dei figli (16 in più, pari al 9 per cento). In media, le notti di ospitalità sono 105 per donna o figlio.

Sei città del Veneto hanno ricevuto nei propri centri antiviolenza 1.496 richieste d’aiuto da donne, la metà delle quali di età compresa tra i 30 e i 50 anni che vivono relazioni stabili in cui sono presenti nella maggior parte dei casi figli minori.

Il Coordinamento dei centri Antiviolenza del Veneto rende pubblici i dati delle richieste di aiuto arrivate nel 2014 ai centri Antiviolenza delle città di Padova, Venezia, Belluno, Treviso, Verona e Bassano del Grappa.

“Numeri che aumentano – sottolinea il Coordinamento – grazie anche all’incremento dei nostri servizi di ascolto ed accoglienza sul territorio. Del totale delle donne, il 93% (1397) sono vittime di violenza che si consuma all’interno delle mura domestiche, mentre il 7% (99) di queste sono state vittime di violenza extra-familiare”.

Il Sud fa i conti con il rischio chiusura. Proprio in questi giorni la Fondazione Pangea ha lanciato la campagna #maipiuinvisibile: hastag, un sms e un tour di attori in cinque città italiane per sensibilizzazione contro la violenza domestica e raccogliere fondi per impedire la chiusura di 5 centri antiviolenza del sud Italia.

Il ricavato sarà destinato a 5 strutture selezionate sulla base delle attività svolte e dei bilanci pubblicati, sono: Centro Safyia- Polignano a Mare (Bari), Centro donne antiviolenza (Ce.Da.V.) di Messina, Centro Women in Network (W.I.N.) comune di Curti (Caserta), Associazione Telefono Donna onlus di Potenza, Prospettiva Donna onlus di Olbia.

Ma ci sono anche segnali di speranza. Saranno attivati a Palermo due nuovi centri antiviolenza per le donne, uno allo Zen2 (San Filippo Neri) e l’altro a Borgo Vecchio, un progetto sostenuto da WeWorld grazie alla collaborazione con le associazioni no profit Per Esempio, Handala e Millecolori onlus.

Strumenti per “essere presenti proprio nei quartieri più problematici per dare alle donne gli strumenti necessari per fronteggiare discriminazioni e abusi ed esserci, quando avranno il coraggio di chiedere aiuto”.

Ma non sono queste le unica realtà in difficoltà. Sono circa duemila le donne seguite da “Sportello donna” dall’ospedale San Camillo di Roma negli ultimi cinque anni, sostenute nel percorso di uscita dalla violenza vissuta e accompagnate in un percorso individualizzato in una rete di sostegno pubblica e privata.

Per la maggior parte italiane (62,5 %), e nonostante vi sia un lieve aumento di donne nubili (26,6 %), molte (il 59%) hanno subito un’aggressione da parte di un uomo con cui hanno qualche tipo di relazione sentimentale (32,6 % sposate, 14,3 conviventi), spesso terminate per volere di lei (15 %).

Una “eccellenza in Ue”, che però a luglio rischia di chiudere, dopo cinque anni di ottimi risultati e un aumento dell’emersione del fenomeno e delle denunce.