Luis Sepúlveda è morto questa mattina a Oviedo, nelle Asturie, Spagna. Lo scrittore cileno, 70 anni, dopo quasi due mesi di ricovero, è stato stroncato dal coronavirus.

Ho amato e amo moltissimo la sua incredibile voce, sospesa tra l’America latina a cui apparteneva e dove era nato e l’Europa dove si era rifugiato, dopo il Golpe in Cile.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo. Una vita fa.  Esisteva una piccola libreria di grandi ambizioni a Venezia, poco lontano da Piazzale Roma e dall’università di Ca’ Foscari, vicino a casa mia.

Non a caso si chiamava Utopia. L’avevano aperta due meravigliosi ragazzi pazzi, Vittorio e Gigi. Vittorio, veneziano, era un sognatore. Gigi, siciliano, era un ingegnere con la passione della cucina.

Primi fra tutti, almeno in laguna, avevano cominciato a invitare in libreria scrittori molto amati (da loro e dai loro clienti) anche se poco conosciuti.

Era il 1993 o il 1994, non ricordo bene e a Utopia arrivò anche Sepulveda. Con il suo primo libro, Il vecchio che leggeva i romanzi d’amore.

Eravamo pochissimi quel pomeriggio. E Sepulveda fu generoso e affettuoso con tutti noi. Pieni di curiosità e desiderosi di capire, non tanto e non solo quel libro dedicato a Chico Mendes e a quei sette mesi trascorsi nella foresta amazzonica con gli indios Shuar, ma anche gli anni della dittatura, la lotta, l’arresto, la prigione e poi la fuga, e infine l’esilio, in quegli anni fra la Germania e la Francia.

E ancora volevamo sapere di lei, la poetessa, l’amata Carmen Yanez, molto poco conosciuta anche oggi ma capace di poesie che ti strappano il cuore.

La storia di “Pelusa” e di “Lucho” è una storia da romanzo.

Negli anni Settanta furono adolescenti innamorati a Santiago del Cile. Poi giovani sposi e giovani genitori. Il mondo era tutto a colori. Ma all’improvviso l’orrore. Il golpe. Vennero separati, sequestrati, torturati dal regime di Pinochet.

Nessuno seppe più nulla dell’altro. Lei, scampata all’inferno di Villa Grimaldi, lo crede morto. E in qualche modo gli sopravvive. Lui, grazie alle pressioni di Amnesty International, viene scarcerato e mandato in esilio.

Entrambi sopravvivono, esuli per il mondo, lontani dalla propria terra. Ognuno percorrendo la propria vita.

Si ritroveranno solo molti anni più tardi in Europa. Ma erano ormai due persone troppo diverse e con un passato di orrore. Divorziarono. Yanez continuò ad abitare in Svezia e poi si trasferì in Spagna. Lui restò in Germania. Ma c’era Carlo, il figlio, che ancora li legava.

Ricominciarono a sentirsi. A parlarsi. A scriversi bellissime lettere. Infine di nuovo a incontrarsi, ad amarsi e a sposarsi una seconda volta, protagonisti di una grande storia d’amore.

Anche Carmen Yanez a febbraio era stata ricoverata per aver contratto il coronavirus. Ma lei, più giovane di qualche anno, ce l’ha fatta ed era stata dimessa.

Il suo Lucho, invece, l’ultimo dei combattenti, ha smesso di lottare.

Se ne è andato in silenzio l’uomo che aveva combattuto Pinochet e che nel 1978 si era unito alle brigate internazionali di Simon Bolivar in Nicaragua, condividendo esilio e latitanza con  il fotografo cileno Julio Agusto García, un altro pezzo di storia della resistenza cilena: “Io scrivevo, lui fotografava”. 

«Sono uno scrittore – diceva Sepúlveda – perché non so fare altro che raccontare storie. Ma sono anche un essere sociale, un individuo che rispetta sé stesso e intende occupare un piccolo posto nel labirinto della storia. Da questo punto di vista, sono il cronista di tutti coloro che giorno dopo giorno vengono ignorati, privati della storia ufficiale, che è sempre quella dei vincitori».