Quando Simon, duca di Hastings, ha leccato un cucchiaino in una sala da tea, il pubblico femminile è andato in delirio. E quelle che fino a quel momento lo avevano snobbato, si sono attaccate al televisore o al computer per arrivare con il fiato sospeso alla conclusione delle 8 puntate.

Sono almeno 63 milioni le persone che da Natale, giorno del debutto, hanno guardato su Netflix questa serie-evento in costume.

Vi dirò subito che non mi è piaciuta. Si fa guardare, certo, ma raramente ho visto qualcosa di così scontato e superficiale. Senza alcuna ambizione di essere intelligente o quantomeno intrigante. Dimenticabile non appena finisce.

Bridgerton fin dai primi istanti vi fa comunque capire che è diverso da qualsiasi altro sceneggiato in costume sulla vita dell’aristocrazia inglese di inizio Ottocento. Per molte ragioni.

Anche se a prima vista il sole splende su Grosvenor Square, le carrozze avanzano sulle strada luccicante, le signore hanno vestiti magnifici, il glicine orna le facciate delle belle dimore, c’è nell’aria qualcosa di nuovo.

Ecco infatti che appare un signore con un vistoso cilindro sulla testa e un elegante bastone tra le mani saluta i passanti con un cenno. Il bellissimo signore, di evidente rango nobiliare, è nero (il duca di cui parlavo prima). E l’allegra fanciulla che lo stringe a braccetto, è bianca: un’eterea Daphne che di cognome fa Bridgerton, che è una viscontessa e che è il “diamante” di questa stagione londinese. La più quotata per fare un matrimonio da favola.

Bisogna ammettere che è scena inconsueta per una fiction ambientata nel 1823. E anche una scena rivoluzionaria per la spensierata naturalezza con cui viene ritratta.

Obiettivo inclusione riuscito. Anche per la presenta della regina Carlotta, moglie e poi vedova di Giorgio III e davvero discendente da un ramo afroamericano di regnanti portoghesi.

Non è solo per questo che Bridgerton non assomiglia a nessun altro sceneggiato in costume sulla vita dell’aristocrazia inglese di inizio Ottocento.

Quindi, mi dispiace, non aspettatevi una replica dell’inarrivabile Downton Abbey e neppure delle quattro mirabili stagioni di The Crown.

Bridgerton vi lascerò stupiti per i suoi dialoghi banali, l’intreccio noioso, le scenografie troppo scintillanti, l’ossessione femminile di trovare un buon partito (qualcosa mi dice che per molte va così anche oggi), il continuo cambio d’abito (rigorosamente stile impero: tette schiacciate e spinte in alto; tutti abiti da favola), i mille balli che la Londra ottocentesca offriva a debuttanti in cerca di marito e nobili all’ombra, ma non troppo, della corte della regina Carlotta.

Nei giorni scorsi perfino il New York Times si è di recente interessata all’eccezionalità mediatica del fenomeno definendo la serie  “una storia prevedibile e rassicurante, avvolta in un packaging moderno e sofisticato”.

Rassicurante è la parola giusta. E probabilmente è stato questo il cavallo di Troia ideale per penetrare nelle case di tutto il mondo in questo momento di paura e chiusura dovute alla pandemia.

Non proprio rassicurante però appare la versione ottocentesca del gentiluomo ribelle e bollente interpretata dall’inglese Regé-Jean Page. Ragazzo davvero splendido (parlano di lui per il prossimo James Bond) che sa incarnare ogni tipo di fantasia femminile, da quelle romantiche a quelle decisamente erotiche.

Quanto agli altri interpreti, due parole sulle sorelle Featherington, una famiglia la cui storia si intreccia con quella dei Bridgerton. Adorano ricoprirsi di fiori, forse anche troppo. Ma del resto questa è la loro peculiarità, e quel che indossano rappresenta molto bene i due personaggi. Mi ricordo Genoveffa e Anastasia, le sorellastre di Cenerentola: per quanto facciano non riescono a trovare marito.

La prima stagione della serie –  tratta dal romanzo Il duca e io (Oscar Bestseller Mondadori) – dal punto di vista dell’audience ha sicuramente fatto centro.

Merito di Shonda Rhimes che ha ricreato, aggiungendovi il sesso (ogni tanto quasi porno), il mondo delle giovani debuttanti londinesi. Ha annusato l’aria e ha capito che in questo momento di fatica e crisi, evadere in quel mondo dorato avrebbe potuto essere un invito irresistibile per moltissimi. Così è stato.

Ma da Rhimes e dalla sua casa di produzione Shondaland, mi sarei aspettata qualcosa di più vivace e intelligente. A lei d’altra parte di devono serie cult come Grey’s Anatomy e Scandal e il pluripremiato legal thriller Le regole del delitto perfetto (How to get away with a murderer), trasmesso dall’emittente televisiva ABC e poi approdato in versione integrale su Netflix.

Ma Shonda ha avuto ragione a volere questo inno alla frivolezza senza temere di inciampare in cliché, banalità o incongruenze. Anzi.  Sfacciatamente calcando la mano sulla stereotipizzazione dei personaggi.

Comunque sia, brava Shonda: Bridgerton non mi è piaciuto ma l’ho visto fino alla fine.
Ora, però, ridatemi Downtown Abbey!

 

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