Cambiamento di sesso. Avvicendamento avvenuto anche nella metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, alla luce di una notizia, in tal senso documentata, dall’edizione del Giornale di Brescia del 16 aprile 1953.

Questa dinamica, si riconduceva all’esito de “La modernissima storia di due interventi chirurgici”, praticati nell’ospedale di Orzinuovi, ora facente parte dell’Asst Franciacorta.

Se, ancora, non fosse chiaro, fonte di questa esplicita testimonianza, a dimostrazione del concretizzarsi, in quei giorni, di un radicale mutamento, come lo è il variare i connotati, è una pagina di cronaca dell’allora unico quotidiano locale che, già nell’intestazione, ha l’indicazione, ancora attuale, alla quale tale giornale ispira il proprio ambito di informazione particolare, per ciò che privilegia i fatti, anche di un dato contesto provinciale, pure per la zona della bassa bresciana che ha, da sempre, Orzinuovi, a baluardo di un antico confine territoriale.

Di qua, il bresciano, sull’altra sponda, invece, il cremonese con il fiume Oglio, a limite di una spiccia diversità virtuale, imposta alla geografia, in una prossimità vicendevole e sostanziale.

Allo stesso modo, nei giorni dopo quell’intervento chirurgico, una certa identificazione sessuale cedeva il passo, oltre al guado di una data mutazione personale, ad una subentrata prerogativa, grazie ad un qualificato apporto artificiale che, in tale contesto, sanciva l’appartenere ad un sesso diverso, rispetto a quello che, all’evidenza, appariva prima originale.

Era ciò che pare fosse avvenuto, nel caso in questione, nell’ospedale di Orzinuovi, essendo che, nel caso specifico, riportato sul giornale con tanto di nome e di cognome della persona interessata, riguardava “un rarissimo fenomeno di pseudoermafroditismo”.

Che cosa era successo nell’ospedale “Tribandi Pavoni” della cittadina orceana? Semplice: Carla era divenuta/o Carlo: “(…) Giorni orsono, la mamma condusse la figliola all’ospedale orceano. Disse al medico di guardia: – Veda un po’ dottore, che cos’ha la ragazza. Si lamenta assai di dolori viscerali -. Il sanitario dopo un rapido esame, prescrisse il ricovero in corsia; si era appalesata l’urgenza di un normale atto chirurgico, per eliminare quella che, a prima e superficiale vista, poteva sembrare una enfiagione sub-addominale, causata dal ristagno di umori. Chiamiamola una specie di cisti, una specie di ernia, (insomma, avete capito che dobbiamo ricorrere a frasi rabberciate ed improprie, giusto per dare un’idea del tema delicato). (…)”.

Parole, tratte dalla fonte giornalistica accennata ed apparse fra le cronache di quei giorni in corsa nella metà del Novecento bresciano, nel modo in cui queste note estemporanee si rivelavano sottoscritte da una non meglio precisata sigla di “D.R.” che, uomo o donna che fosse, nel ruolo di cronista, andavano a commentare, a margine della oltremodo insolita vicenda compiuta, tutto quanto si era pensato pure a riguardo alle degenti, presenti in stanza con la persona ricoverata per tale contingenza, una volta che la fase cruciale, ai loro stessi occhi, appariva appena superata: “(…) La giovane è passata fatalmente al campo opposto e chissà che domani esse non debbano fronteggiarne l’incontro, alla luce di ben altri sguardi e con la vibrazione di ben altri pensieri. Gli sguardi ed i pensieri intercorrenti fra uomo e donna, dacchè mondo e mondo. (…)”.

Classe 1945, il tempo di neanche dieci anni, e la vita veniva ad essere declinata, anche all’anagrafe, per l’ancor piccola interessata, nella raggiunta definizione di una sua intima generalità, di fatto, riformulata.

Come pare avesse predisposto “in nuce” la natura, sembra che sia stata la mano del chirurgo Cesare Silani, primario dell’ospedale di Orzinuovi, a completarne una sorta di inconsueta procedura, nello scibile del creato che, ha in sé, la chiave per interpretare ogni, pure ermetica, orditura, come si evince dalla lettura del fatto che: “(…) Due interventi chirurgici sono stati sufficienti a dare normalità fisiologica ad un individuo correggendo una estrosa svista della natura. (…)”.

Alla “bella maniera” con la quale, in uno stile preponderante, si usava scrivere all’epoca, lontano, cioè, da una deprivazione di aggettivi, languente in una arida e fulminea comunicazione di telegrafica consistenza, la fanciullesca figura, assurta a protagonista di questa insolita ed effettiva evenienza, era testualmente descritta in questo modo: “(…) Visetto carino davvero, delicato, espressivo, perfetto nelle linee; capelli abbondanti e fini; occhi neri vivaci e limpidi; sorriso schietto con guizzi birichini. E nel guardare quella sembianza, penso che in essa è già evolvente – anche se ancora non manifesto – il processo di affermazione di caratteri opposti. Le linee aggraziate si irrigidiranno, nei segni virili marcati e decisi; la tenerezza femminile dello sguardo e del sorriso, mutando polarità, dovrà assumere la sigla antagonista. (…)”.

Quella sigla che, ad esempio, ancora secondo chi scriveva, avrebbe dovuto, al raggiungimento di una certa età, esprimersi pure nella partecipazione al servizio di leva, ovvero, nella “naja” che, in quel tempo e per molto più in là a venire, era esclusiva assoluta maschile, una volta che, all’evidenza, era risultato, per Carlo, “(…) superato il binomio assurdo e potenziale in cui talvolta si diletta il mistero della generazione (personificando il mistero, è meno arduo il tentativo di avvicinarsi alla sue leggi ignote)”.