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Ritenute prima streghe, poi indemoniate, non lontano dal Po’. Memoria ottocentesca, ispirata ad una, testualmente stigmatizzata, deriva “pretesca”.

Fatti avvenuti a Sesto Cremonese, toponimo attestante lo spazio delle circa sei miglia misurate, da lì, fino a Cremona, secondo una antica impronta romana, nell’ambito di una presumibilità diffusamente argomentata.

In questa stratificazione storica nella quale, come nell’intuizione di Rudolph Steiner, l’uomo si rivela quell’essere che “aggiunge nuove esperienze ai propri ricordi”, si è avvicendato anche un breve periodo, attraversato in loco, dal manifestarsi di presunte figure, compromesse da un vago alone di mistero.

In verità, per l’allora periodico “Il Corriere Cremonese” di mercoledì 18 marzo 1868, era tutto chiaro. La responsabilità di un fenomeno, degenerato nella condotta istrionica di alcune donne, era del prete della località, assurta alla ribalta della cronaca bene circostanziata, per via di una condotta riprovata da quel dato punto di vista con il quale era osservata.

Era il punto di vista del cronista, rimasto nella stampa estemporanea dell’opera editoriale con la quale questo giornale aveva, comunque, conservato un’interessante testimonianza, circa uno spessore particolare, anche per la portata di un gettito di curiosità, connesse al come fosse ancora vissuta la recrudescenza propria di una serie di interpretazioni, resistenti sul piano di una reiterata alienazione comportamentale, orientata ad una impalpabile dimensione soprannaturale.

Il contesto era quello di una mistica associazione, in quanto tale, fondata sulla religione, ma ancora di più alimentata dal carisma sacerdotale del suo intraprendente ispiratore.

Ciò che, nella seconda metà dell’Ottocento, capitava, spesso, fosse ingenerosamente tacciato di superstizione, attraverso la peculiarità fedele a tutt’altra visione, rientrava comunque nell’alveo di una accesa forma di devozione, a tema con quella sfera del sacro che, da sempre, ha ispirato molteplici ed incontenibili modalità per una sua espressione.

Di rimando, a questa prevenuta etichettatura, sommariamente, tacciata come superstiziosa, il sommo Dante Alighieri, come nella sua “Divina Commedia”, avrebbe potuto affermare, rispetto ad uno sguardo che non si infila a priori nell’eterno: “Ora chi sei tu che vuoi erigerti a giudice e sentenziare a mille miglia di distanza, con la vista che malapena arriva ad una spanna?”.

Il tempo, in capo anche all’uscita in stampa di questo giornale, era quello di una forma di contrapposizione, certamente sull’onda anche dell’epopea risorgimentale, che, esautorando la Chiesa dal proprio potere temporale, la avversava, nella dialettica positivista di un impianto accusatorio prettamente secolare.

Non ci si limitava ad una critica su un certo andazzo generale. Il caso di Sesto Cremonese era sviscerato in una disamina peculiare che non limitava, ad una sorta di partito preso, la reprimenda contro il primo imputato di questo percepito disordine sociale, nel quale, una supposta ragione sembrava volersi arrogare il ruolo di un’ultima parola, anche in ambito spirituale.

Quelle che erano ritenute streghe, non potevano, in quei giorni, essere considerate tali, in quanto, secondo l’autore di questa testimonianza giornalistica dell’Ottocento, anche la Chiesa, nel tempo ormai prossimo a Roma capitale, pare che avesse già preso le distanze dal reputare assimilabile alla magia un tale legame, nella pregressa e superata scrupolosità di un’indistinta fattibilità associata all’incommensurabile, ma semmai, a scanso di questa, si sarebbe potuto parlare delle mai licenziate possessioni diaboliche, tipiche delle persone indemoniate.

Tale avvicendarsi di interpretazioni, pare sia stato il percorso compiuto dalle “protette” di don Francesco Barneri, in un significativo estrinsecarsi delle definizioni esplicitate, a servizio dell’indicare determinate manifestazioni.

Manifestazioni, attribuite al gruppo delle fedeli del sodalizio di preghiera, a suo tempo istituito sul posto da quel sacerdote, denominandolo, emblematicamente, “Figlie di Maria”, in cui, ad esempio, una tale, fra queste, “(…) è tratto tratto presa da acciacchi isterici e viene costretta a letto. La superstizione di alcune donnicciuole fece presentire alla madre della ragazza che la di lei figlia poteva essere stregata; ed a provarne il fatto un membro della famiglia fu spedito da uno stregone (Casaro a Costa d’Abramo) che dichiarò essere l’ammalata assolutamente stregata. Allora la madre si rivolse al Rev. Barneri don Francesco richiedendolo di visitare la di lei figlia e di benedirla. Il prete Barneri, invece di valersi del suo ministero, e dissipare dalle mani ignoranti quelle ubbie superstizione, se ne fece eccitatore e propagatore coll’esorcizzare e benedire la ragazza; dimodochè divenne monomaniaca. Dopo alcuni giorni, gli si fece sentire da taluni ben pensanti che l’idea di stregoneria era contraria alla religione del Cristo; il furbo prete cambiò subito tono e dichiarò che l’ammalata era indiavolata, cioè invasa da spiriti maligni, continuando negli esorcismi e benedizioni che si davano alla presenza di una moltitudine di persone di ogni sesso ed età, attirate dalla curiosità di vedere l’indemoniata che così veniva chiamata. Non contento di ciò, il prete insinuò anche che l’ammalata, essendo indiavolata, non potrebbe entrare in chiesa e, per fare vedere questo, prepara le persone che dovrebbero portarla in chiesa. Portata con violenza in chiesa, scena veramente tragica, se non fosse ridicola, quivi, alla presenza di molte persone, specialmente donne, ragazze e ragazzi, passa ed esorcizzarla ed a benedirla, e sotto la pressione di queste scene la malata fa mille contorsioni e respinge sdegnosamente quegli che le faceva soffrire la tortura. Alcune persone protestarono energicamente contro simili scene e ne fecero vive rimostranze al curato interessando a tale scopo un degno ed illustre prelato di Cremona. Quando Dio volle e mediante intercessione di persone autorevoli cessarono siffatti scandali e ben tosto il morale della popolazione che era accasciato, si rialzò (…)”.

L’articolo di questo giornale locale, intitolato con l’espressioneLe bricconate di un prete”, dettagliava altre particolarità, dal momento che il plurale era dovuto ad un altro caso in cui, a prescindere, il capo di imputazione era rivolto al medesimo sacerdote nei termini di “far impazzire la gente sotto il pretesto della religione”.

Alla giovane di prima se ne era, in pratica, aggiunta un’altra che si lasciava andare anche ad una serie di presunte rivelazioni nelle quali pure la località cremonese di Sesto era implicata, per via del fatto che era teatro assurto a contesto di tali affermazioni.

La comunità pareva divisa fra chi non accettava questo risucchio nelle spire di un trascendente, pervadente anche nelle emanazioni del lato oscuro dell’inconoscibile, e quanti, invece, a prescindere, non davano licenza a tali manifestazioni, gestite secondo riti ecclesiastici adottati nel porsi a livello di una contrapposizione stemperata nella lotta contro un potere invisibile.

“(…) Sfortuna volle che da otto o dieci giorni circa un’altra delle affigliate divenne monomaniaca coll’idea fissa di essere ossessa dal Demonio; i di lei parenti, invece, di ricorrere al medico, si rivolsero, forse a ciò eccitati, al curato, il quale, non appena visitata la ragazza, dichiara alla presenza di molte beghine, essere egli stesso persuaso che la giovane sia invasa dagli spiriti maligni per volontà di Dio, che con la sua onnipotenza e con questo mezzo, vuole avvertire ed eccitare la popolazione di Sesto a ravvedersi dei suoi peccati (…)”.

Secondo la giovane in questione, subentrata poi a scucire pubbliche premonizioni, solo cinque persone si potevano salvare a Sesto. Tutte quante, nel frattempo, hanno, in ogni caso, avuto modo di sincerarsi oltre il velo dell’apparenza, su quanto la loro realtà rappresentava, nella fugace consistenza di giorni consumati, nel dibattersi di tutta una esistenza.