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Valcamonica (Brescia) – Al Mortirolo si sale sempre nel nome della libertà. Ci si lascia alle spalle Edolo e ci si inarpica lungo la mulattiera che, curva dopo curva, sale verso il cielo. Verso queste montagne simbolo della Resistenza, all’incrocio fra Valcamonica e Valtellina, fra la provincia di Brescia e quella di Sondrio.

Si arriva a quota 1800 metri e alle spalle ti lasci le vecchie case restaurate, i boschi, i dirupi, i primi segni della guerra che fu. Ogni lapide ha un nome. Ogni croce un’anima.

Qui sul Mortirolo i ragazzi della bassa vengono spesso a studiare la storia. Vengono con i loro professori e ascoltano senza parole i volontari delle Fiamme Verdi che qui hanno voluto che tutto conservasse il segno del passato dolente.

E che hanno realizzato un Ecomuseo della Resistenza che coinvolge i paesi di Corteno Golgi, Edolo, Monno e Aprica e che proprio su questo passo, prima di scollinare verso la Valtellina, ha il suo cuore pulsante.

“Se avevo paura? Perché mai. Combattevo per la libertà”. Rocco dagli occhi azzurri, Rocco che ama le donne, Rocco che portava il mortaio su e giù per i monti, era ancora qui sul Mortirolo quando ci salii per la prima volòta anch’io

Aveva 90 anni da poco compiuti in quei giorni e raccontava la sua storia ai ragazzi. Proprio come settanta anni fa era su questi mondi a sparare e a scommettere sulla sua vita. Senza paura. Come i suoi compagni. Tutti giovani e con il cuore in mano.

Il Mortirolo si prestava molto bene all’attività partigiana. Lo raccontano sempre i volontari delle Fiamme Verdi di Brescia grazie ai quali nulla si deve e può dimenticare.

Anche perché ospitava ancora le fortificazioni della Prima guerra mondiale. Ma nel febbraio 1945 chi era salito in montagna, non sapeva che avrebbe partecipato, sarebbe sopravvissuto, sarebbe morto per l’unica vera battaglia frontale della Resistenza. Da una parte i partigiani (neppure trecento), dall’altra fascisti e tedeschi (almeno duemila).

Era il 22 febbraio quando i reparti della Legione Tagliamento attaccano le postazioni partigiane con l’obiettivo di distruggerle. Ma dopo una giornata di combattimento i fascisti sono costretti a ritirarsi. Cinque giorni dopo ci riprovano, partendo all’assalto del Mortirolo. Ma sono nuovamente respinti.

Arriva il 20 marzo e, sotto la minaccia di un nuovo rastrellamento fascista, l’intera brigata Schivardi che contava 220 uomnini, torna in Mortirolo.

Il 1 aprile è Pasqua e gli alleati paracadutano sul passo armi e munizioni. Il giorno dopo i partigiani fanno saltare la strada che collega la Valtellina alla Valcamonica. Le Fiamme Verdi sono pronte alla resistenza ad oltranza.

Il 10 aprile inizia l’ultima battaglia lassù sul passo. Contro i partigiani ci sono tre battaglioni e due compagnie di camicie nere più un reparto di SS tedesche. In tutto ben duemila uomini. Ma le Fiamme Verdi non demordono. Sostenute da altri lanci di armi e viveri degli Alleati, respingono gli assalti.

“Mercoledì 2 maggio ci sono, per terra, 30 cm di neve mentre i nostri vedono con sollievo,tra la neve che ancora scende,arrivare le prime luci,le ultime raffiche di mitraglia tedesca risuonano contro le campane della chiesa di Monno” così racconta il momento della libertà il libro “La montagna non dorme”.

I ribelli scendono a valle il 2 maggio ed entrano in Edolo. La battaglia del Mortirolo è finita da qualche giorno. E’ vinta. Una volta per tutte.

Sulla sua terra, che oggi profuma di genziana, c’è il sangue di noti partigiani come Luigi Calvi, Mario Gazzoli, Ersilio Manciana, Bortolo Fioletti, Giuseppe Algieri e il comandante Luigi Tosetti.