Tempo di lettura: 5 minuti

Brescia – L’ultimo scampolo d’ottobre che il 2014 ha coniugato con il sabato antecedente la settimana ormai prossima a novembre, il teatro Politeama di Manerbio ha ospitato l’iniziativa che la sezione dell’Ucid (Unione Imprenditori Cristiani Dirigenti) di riferimento alla stessa località ed alla zona della Bassa Bresciana ha concretizzato nei termini di un incontro pubblico sul tema dell’educazione, interpretato da un illustre ed autorevole esponente di tale importante settore.

L’atteso intervento del bresciano mons. Angelo Vincenzo Zani, arcivescovo segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica presso la Santa Sede, è stato preceduto dalle parole di don Tino Clementi, di Annamaria Bissolotti, rispettivamente parroco di Manerbio e presidente della Commissione Cultura dello stesso Comune, introdotte dal giornalista Umberto Scotuzzi del “Giornale di Brescia” e dal presidente della sezione dell’Ucid, organizzatore dell’evento, dr. Giuseppe Pozzi, che ha presentato l’incontro, con il referente apicale dell’insigne istituzione vaticana, nell’ambito delle attività promosse dal sodalizio degli imprenditori d’ispirazione cristiana, orientato a perseguire l’obiettivo del bene comune, l’attenzione verso l’etica della persona e la cura per una coscienza diffusa applicata al vangelo, secondo quei principi cardine volti, fra l’altro, a cercare di offrire al proprio territorio di afferenza varie iniziative ed altrettanti spunti valoriali di consistenza.

Fra queste realtà di contenuto, sviluppate nell’ottica di una condivisa e di una fraterna aggregazione, l’appuntamento è stato, in questo caso, rapportato al tema “Le sfide educative e le scelte della Chiesa”, nella prospettiva di dare riscontro agli interrogativi evidenziabili circa le modalità attuative delle stesse ed in conformità alle attuali caratteristiche di contestualizzazione alle quali sono connesse.

Mons. Angelo Vincenzo Zani, da quarant’anni impegnato nel campo delle istituzioni educative, prima a Brescia e poi in Vaticano, ha fornito alla folta assemblea dei numerosi convenuti all’iniziativa i significativi numeri delle aggiornate stime contemporanee relative alle 210mila scuole, alle 1865 università cattoliche presenti nei vari continenti che instaurano un servizio formativo di eccellenza per 59 milioni di studenti, dei quali, più della metà non sono di fede cristiana, rivelando una interessante differenziazione fra la religione professata nel loro Paese d’appartenenza e la via d’istruzione prescelta, invece, per la propria personale cultura di qualificata conoscenza.

A tali istituzioni educative cattoliche afferiscono i circa cinquemila vescovi presenti complessivamente nelle rispettive zone di loro pertinenza che, fra l’altro, rappresentano un utile e concreto collegamento di interazione fra le varie realtà locali di afferenza e la Santa Sede, per una sintesi possibile delle caratterizzazioni evidenziate periodicamente nelle loro visite “Ad limina”, funzionali a trasmetterne i relativi estremi descrittivi di corrispondenza.

L’attività educativa pare oggi trovare il proprio campo d’azione in quella diffusa problematica di carattere culturale che interseca, in una sorta di “dittatura del relativismo”, le riscontrate difficoltà per la costruzione di una identità riconosciuta, in quanto l’instaurarsi dell’incombente cultura pluralista sembra prescinda dai valori di riferimento ed appiattirsi in una omologazione di massima dove le sfide paiono concentrarsi nell’intreccio riscontrabile in un triplice contesto.

Da un lato, la crisi strisciante del rapporto intercorrente fra le generazioni, nella quale emerge la difficoltà del relazionare il patrimonio di cultura acquisito nell’ambito di una cultura “adolescentrica”, pervasa cioè da caratteristiche di incertezza, di insicurezza e di immaturità nell’irrisolutezza dell’impegno, dall’altro la rivoluzione digitale che, per quanto rappresenti incontestabili potenzialità innovative, rivela la concomitante necessità di gestire la trasformazione, apparsa in senso logico e consequenziale, di un nuovo modo di entrare in relazione, costringendo ad una mentalità che sembra vada ad annullare la realtà effettiva di prossimità, a favore di una virtuale interazione di incalzante velocità, scommessa in quella brevità sistematica del tempo che pare avere pure, come possibile ricaduta, l’impoverimento del linguaggio di espressione, incline alla banalità ed alla fugace provvisorietà delle continue informazioni e sollecitazioni alle quali è sottoposto e condizionato. L’altro aspetto della triplice ripartizione delle sfide, enucleate nell’intervento di Mons. Zani, è quello attinente l’interculturalità, quale fenomeno irreversibile ed ormai realtà di fatto, nell’odierna incidenza delle diverse culture che si incontrano e che, in certi casi, si scontrano, nell’interrogativo di quale sia la preponderanza culturale da ottenere o da preservare, sul profilo dell’aumento di quella motilità che comporta un “meticciato di culture”, a fronte del quale appare l’impellenza del cercare di trovare le possibili modalità identificative e condivise per declinare il dialogo sulle singole voci che vi si trovano coinvolte, anche interrogandosi su di sé e sul perché delle ravvisate differenze, in un vicendevole “scorzare il tronco della propria identità” perché da questo ne emerga un reciproco contatto deprivato dalla paura della diversità.

Ancora nel tre, è stato il numero sintetizzato, nelle propositive considerazione espresse da mons. Zani, per sottolineare le modalità promosse nell’ambito della Chiesa, anche nel riflesso della collaborazione dalla stessa instaurata nel tema dell’educazione con gli organismi internazionali, come l’Unesco, con i quali ha “grandi rapporti, frutto di ampia riflessione”, nel cercare di attualizzare efficacemente il proprio messaggio educativo mettendolo in asse con le attuali contingenze.

In tal senso, si tratta di cambiare approccio educativo, passando “dall’insegnamento all’apprendimento” , in modo che la centralità del metodo sia ascritta a colui che apprende e non a chi insegna, perché questi adotti gli strumenti consoni in funzione del destinatario del proprio compito formativo.

Un orientamento che si integra con l’opportunità dell’impegnarsi a coordinare le varie e distinte sollecitazioni in atto intorno ai destinatari dell’educazione, nel senso di concorrere alla formulazione di una “città educativa”, attenta a favorire le relazioni ed a curare le modalità di trattare con il prossimo.

A questi due aspetti si aggiunge la promozione di una “educazione continua”, nella fattispecie di una già, per certi aspetti, sollecitata “formazione permanente”, per rispondere alla necessità di continuare ad aggiornarsi, dal momento che non basta il bagaglio formale acquisito che va, in ogni caso, messo in relazione, fra l’altro, con la premura di quanto nel libro “La testa ben fatta” del filosofo francese Edgar Morin, concorre idealmente a rappresentare, nella globalità costitutiva della persona che si auspica sia fornita di “un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro un senso”.

In questa articolata riflessione, l’interrogativo conseguente può essere, fra l’altro, relativo a quale sia la conoscenza ravvisata come elemento prioritario, nella gerarchia possibile dei valori rivolti alle coscienze, in un confronto etico che può essere risolto nella individuazione di un obiettivo funzionale alla strutturazione culturale di una persona “libera, autonoma, capace di riflettere e di prendersi le responsabilità”, tenendo anche presente che non è possibile educare ad una “cultura neutra”. Per il cristiano, il riferimento all’idea di uomo è attinto da “qualcosa che gli è stato rivelato: l’immagine e la somiglianza di Dio”, sottolineata dalla condizione umana assunta da Cristo.

Se educare è il rispondere ad un diritto che ogni persona ha in sé, ogni gesto educativo è funzionale all’attuazione di “un’umanità nuova”, secondo il vangelo dove “l’uomo nuovo” è rappresentato da Cristo che dopo la risurrezione saluta gli apostoli con un “pace a voi” , promuovendo il ruolo del cristiano nella figura di “un costruttore di pace”.

Il cristiano, essendo amato dal Padre, è, a sua volta, capace di amare, in un’ottica di trascendenza della persona che può sperimentare l’Assoluto anche nel campo dell’educazione, perché l’uomo possa essere in grado di relazionarsi nella propria dignità, amando il prossimo, ed incidendo, al tempo stesso, nella creazione, intesa ancora come “spatium verae fraternitatis”.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *