Centosei donne vittime di attacchi con l’acido nel 2012. 122 nel 2013. 349 nel 2014. 500 nel 2015. Sono questi i numeri resi noti dalla Fondazione indiana delle sopravvissute agli attacchi con l’acido: un’escalation che non s’arresta, grandi cifre che comunque intercettano solo la punta dell’iceberg.

Non tutte denunciano, alcune muoiono e le loro vite si perdono nel silenzio, soprattutto quando la mano di chi le ha colpite è quella di un loro familiare.

“Quello degli attacchi con l’acido è da sempre un tema che mi sta molto a cuore, per questo appena ho scoperto Sheroes Hangout Café ho deciso di partire”.

574669Federico Borella, fotografo bolognese classe 1983, non ci ha pensato un attimo a salire su un aereo per volare ad Agra – la città indiana nota al mondo per il Taj Mahal – a conoscere e fotografare il primo bar gestito da donne indiane sfregiate con l’acido. Era l’autunno del 2015.

Con lui, Saverio Migliari, giornalista del Resto del Carlino: “Il nostro punto di riferimento erano i ragazzi di Stop acid attack, la ong che gestisce il locale e sostiene le vittime”.

“Eravamo un po’ preoccupati, ma ci hanno accolto alla grandissima. Noi non parlavamo l’hindi e loro non parlavano benissimo l’inglese: ma tra un gesto e un sorriso, abbiamo subito rotto il ghiaccio. Insieme abbiamo riso moltissimo: le ragazze hanno accettato la loro condizione, sono in pace con loro stesse e hanno tanta voglia di ripartire. Sanno di essere un modello per tante altre donne, sono fiere di questa nuova condizione”.

I loro volti, le loro mani, le loro passioni (dalla danza alla moda), il loro lavoro davanti e dietro il bancone: negli scatti di Borella entrano tutte queste sfumature.

“Sono tornato altre due volte. Ho visto anche il secondo locale che hanno aperto a Lucknow, la capitale dell’Uttar Pradesh. Lo scorso ottobre ne hanno inaugurato anche un terzo, a Udaipur, nel Rajastan. Dove sorgono, diffondono consapevolezza su questo tipo di aggressioni, aprendo gli occhi sia alla comunità locale sia a quella internazionale”.

Le ragazze, grazie alla ong, sono molto presenti su social e media. Abitano insieme, nei pressi di ognuno dei tre locali: alcune non hanno una famiglia, altre qualche parente lontano.

Stop acid attack entra in contatto con loro attraverso segnalazioni, e se ne prende cura: le aiuta a essere autosufficienti, le forma, si impegna in un percorso di reinserimento nella società. “Alcune non potranno mai fare ricorso a casa: come Rupa, sfregiata dalla matrigna”.

In questi mesi il reportage fotografico di Federico Borella sullo Sheroes Hangout Café di Agra è diventato una mostra: “Sheroes” , ospitata fino al 29 gennaio al Museo Lamborghini e che raccoglie 12 scatti, tra cui quello che immortala Ritu, vittima di un attacco con l’acido a 18 anni, scelto anche come locandina dell’evento.

Nell’immagine, la ragazza, oggi 23enne, stringe un orso di peluche: “Gliel’hanno regalato i ragazzi della ong quando il suo assalitore è stato condannato in maniera definitiva all’ergastolo. Perché se tanti attacchi, soprattutto quelli legati a faide familiari, resteranno impuniti, ce ne sono tanti altri che invece sono perseguiti”.