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Sahiou ha 30 anni e lavora in un’industria di preparati per gelati; Siaka di anni ne ha 23 e oggi è responsabile del punto vendita di una cooperativa agricola; Saeed ha 23 anni e fa il saldatore; Mohamed ha 30 anni ed è operaio in una ditta di asfalti; poi ci sono Tidjane e Ibrahim, di 30 e 34 anni, entrambi aiuto cuoco in due ristoranti diversi.

Sono sei ragazzi sbarcati in Italia attraverso le rotte che portano dall’Africa all’Europa. Provengono da Gambia, Guinea-Bissau, Ghana e Costa d’Avorio e sono diventati protagonisti di una delle esperienze di accoglienza più belle degli ultimi anni.

La loro storia e quella della famiglia che ha aperto le porte di casa rivoluzionando i modelli di accoglienza (in Italia e non solo) è raccontata nel libro “Si può fare. L’accoglienza diffusa in Europa” di Antonio Silvio Calò, professore di storia e filosofia a Treviso, e Silke Wallenburg, giornalista e politologa olandese, edito da Nuova Dimensione, con prefazione di David Sassoli e postfazione di Romano Prodi.

Tutto nasce dopo i naufragi del Mediterraneo del 2015. Colpito da quello che stava accadendo, il professor Calò – dopo aver consultato moglie e i quattro figli – decise di rispondere all’appello lanciato dalle prefetture venete a favore di un’accoglienza diffusa. E così ha aperto le porte di casa propria ai profughi. Ma non è stata una passeggiata. “No, guardi, non c’è nessuna situazione di questo genere, né a Treviso né in Veneto”. Si è sentito dire Calò in prefettura. Tuttavia, da quel giorno, per Calò e la sua famiglia, è iniziato un viaggio che li ha portati più lontano di quanto potevano immaginare. “La regia dell’accoglienza, a quel tempo, era affidata alla prefettura – racconta Calò a Redattore Sociale -. Quando sono andato lì mi hanno fatto capire che non era possibile per una famiglia accogliere queste persone perché non c’erano norme a riguardo. Così mi hanno invitato ad appoggiarmi ad una cooperativa già convenzionata con la prefettura”.
Il libro si presenta come una lunga e articolata intervista, ma tra le 140 pagine scritte insieme alla giornalista Wallenburg ci sono anche le voci dei migranti, con le loro storie, quelle dei politici e degli imprenditori che hanno inserito alcuni dei ragazzi accolti in un mosaico articolato che racconta non solo l’esperienza di una famiglia italiana, ma anche quella della comunità circostante. “I primi quindici giorni dopo l’arrivo dei ragazzi siamo rimasti chiusi in casa perché c’erano state numerose minacce e dimostrazioni di intolleranza nei confronti della nostra scelta”, spiega Calò nel libro. “Ricevemmo molti insulti soprattutto sui social”. Tuttavia, il tempo ha dato ragione alla famiglia Calò. “Molte persone si sono ricredute quando hanno visto che i ragazzi erano sempre impegnati, senza possibilità di bighellonare. Prima a scuola, poi nello sport, nel volontariato, nel tirocinio e infine nel lavoro”. Con alcuni degli “scettici”, infine, sono nate anche delle amicizie.
I ragazzi accolti in casa Calò “ce l’hanno fatta”, si legge nel testo: “regolare permesso di soggiorno, regolare posto di lavoro a tempo indeterminato, patente e una casa tutta loro” e nel tempo sono diventati “in tutto e per tutto autonomi”. Un’esperienza che è diventata modello passo passo e senza averlo neanche immaginato. “All’inizio ci avevano chiesto solo 15 giorni, massimo un mese per far fronte all’emergenza – racconta Calò -. Poi è diventata una vita! Non ci siamo proposti un modello ma un risultato concreto che si chiama autonomia. Man mano che cercavamo questa autonomia si è creato il modello”. Il perno di questa esperienza, racconta Calò, è l’accompagnamento. “Un’accoglienza diffusa che ipotizza un reale e concreto inserimento ha bisogno continuamente di vivere l’esperienza dell’accompagnamento – racconta – . Non esserci una tantum o intervenire solo nei momenti di emergenza”.
Il modello nato nel “laboratorio” di casa Calò, denominato “6+6×6” è semplice. “L’idea è che i profughi vengano collocati in nuclei di sei persone al massimo per ogni comune di 5.000 abitanti – si legge nel testo -. Propongo un modello tipo casa-famiglia, con un’équipe di sei professionisti che segue i sei rifugiati (ecco il significato di “6+6″ del modello): un insegnante, un avvocato, un operatore culturale, uno psicologo, un medico e un assistente sociale, esattamente come abbiamo fatto noi”. Questi sei professionisti, però, non seguiranno solo un nucleo ma sei nuclei, ed ecco il significato di “6×6” del modello. “Ogni nucleo avrà una vita autonoma in un appartamento e un bilancio di 5400 euro al mese – spiega ancora Calò nel libro -, frutto del contributo di 30 euro al giorno per ogni rifugiato. La gestione sarà sotto il controllo dello Stato tramite i comuni. Se non ci sono persone qualificate ci si appoggerà ad altri enti, ma la gestione resterà sempre sotto il controllo del comune. Le cooperative possono essere coinvolte in determinati casi particolari a titolo di supporto. È opportuno che una volta che il comune ha stabilito quale edificio destinare a questa esperienza, si coinvolga il quartiere e si spieghi il progetto nel dettaglio alla presenza degli operatori dell’équipe e dei profughi”. Per Calò, il bilancio di questo modello “non dà margini se non per guadagnare onestamente, per creare posti di lavoro. Non consente di arricchirsi. C’è quindi la possibilità di un controllo e di una trasparenza assoluti, che secondo me sono fondamentali”.
L’esperienza della famiglia Calò ha fatto subito scalpore, nonostante l’esperienza dell’accoglienza in famiglia fosse stata già avviata nel 2013 dalla Caritas con il progetto “Rifugiato a casa mia”. “È venuta Al Jazeera, ma anche altri giornalisti italiani ed esteri – racconta Calò -. Sono stati realizzati anche due documentari. Di fronte a questo interesse siamo stati anche stimolati a dare un senso a quello che sembrava una cosa circoscritta ad una famiglia”, racconta il professor Calò. Poi sono arrivati anche i riconoscimenti istituzionali: quello del presidente della Repubblica Mattarella, con l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana, e poi dall’Europa con il premio di Cittadino europeo 2018. “È chiaro che ho sentito una maggiore responsabilità e il dovere di immaginare che l’esperienza che avevo vissuto potesse diventare un modello esportabile e potesse essere utile a tante altre persone – racconta Calò a Redattore Sociale -. A quel punto è nato il progetto europeo che si chiama proprio 6+6×6 che immagina che per ogni 5 mila abitanti ci sia un nucleo di massimo 6 persone da gestire, per un comune di 10 mila massimo due e così via per 60 milioni di italiani o per 510 milioni di europei. Facendo i conti non ci sarebbe nessuna invasione, ma solo una grande risorsa”.
Un “laboratorio”, quello della famiglia Calò, “replicabile e adottabile dalle amministrazioni locali e nazionali – scrive Romano Prodi nella postfazione -, e che ha destato l’interesse da parte della comunità europea. Un modello che costituisce una novità e che offre ottime possibilità di riuscita”. E le storie raccontate nel libro “testimoniano che un’accoglienza efficace e un’integrazione lungimirante sono possibili – aggiunge Prodi -. Insomma, come dice il titolo del libro: si può fare”. Ed è così che oggi il progetto nato dall’accoglienza di una famiglia italiana coinvolge anche Grecia, Cipro e Spagna, poi Slovenia, Germania e Svezia. “C’è bisogno di una nuova visione per l’Europa e per essere capaci di dare risposte concrete dobbiamo caricarci sulle spalle l’ansia di cambiamento che ci ha trasmesso papa Francesco  quando ci ha invitato tutti a lavorare per «un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo», che possa recuperare la progettualità dei padri fondatori, interpretare i cambiamenti del nostro tempo e aprirsi alla complessità del mondo”, scrive il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, nella prefazione. “Antonio Calò con questo libro ci fa capire che l’accoglienza è possibile – aggiunge Sassoli -, che si può accettare l’altro in modo rispettoso, che si può lavorare bene insieme ed essere persone capaci di creare relazioni senza pregiudizi e senza schemi”.
Oggi, però, tocca fare i conti con la pandemia e il carico di paure che ha disseminato lungo questi ultimi due anni: tra divieti, lockdown e timori per i contagi, aprire le porte di casa sta diventando sempre più difficile. “La narrazione nei confronti degli immigrati è sempre stata negativa al punto tale che ultimamente è come se fossimo in guerra: sono dei nemici, bisogna alzare muri e filo spinato. Non bisogna farli entrare – racconta Calò a Redattore Sociale -. E non è soltanto la Polonia a dire questo. La situazione è grave. Il Covid ha messo in rilievo ancora di più le paure e i timori. Di fronte ad una spinta che destabilizza, secondo la vulgata popolare, c’è stato l’elemento Covid che ha destabilizzato ulteriormente. Lo dico con grande dispiacere, ma il nostro libro sarà attualissimo ancora fra chissà quanti anni perché non c’è la volontà né di accogliere, tantomeno di accogliere in maniera costruttiva. C’è solo la volontà di respingere”.
Per Calò, c’è un errore di fondo sul tema dell’accoglienza. “Per accogliere una persona c’è bisogno dei militari? Della prefettura? Del ministero degli Interni o degli Esteri o addirittura della Difesa? Se è così c’è qualcosa che non funziona – dice Calò -. L’errore di fondo è che sin dagli inizi è stato un tema negativo verso l’umano. Questa umanità è stata vista come un’umanità perdente che veniva a bussare alle nostre porte e ci metteva d’avanti la povertà e l’ignoranza, tutti elementi che risvegliavano in noi tantissime paure. Si sono sommati gli elementi al negativo. Il migrante disturba ancora di più. Quindi lo respingiamo”. Inoltre, per Calò, c’è anche un grande “qui pro quo” sul tema dell’immigrazione. “Queste persone vanno prima di tutto aiutate perché bisognose – spiega Calò -, non perché ci fanno comodo perché ci manca la manodopera, non perché c’è una questione demografica da risolvere. Che tristezza! Non può essere questo il punto di partenza di una civiltà con la C maiuscola con tutte le dichiarazioni dei diritti che abbiamo emesso”. L’esperienza vissuta da una famiglia di Treviso, però, ci dimostra che anche i semplici cittadini possono diventare il punto di partenza di qualcosa di nuovo. “Io, mia moglie e i nostri quattro figli siamo gente comune – scrive Calò nel libro -. Se l’abbiamo fatto noi, possono ben farlo lo Stato e i comuni”.