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di Letizia Piangerelli

L’Ecuador è prima di tutto paesaggio, ho pensato mentre l’autobus si intrufolava tra la nebbia cercando di raggiungere in tempo la comunità dove eravamo diretti stamattina, lunedì 22 gennaio, il mio primo giorno in Ecuador.

Siamo atterrati domenica sera che faceva già buio dopo un viaggio lento di cui non ricordo nulla che valga la pena di annotare. Tranne la signora brasiliana seduta accanto a me, che ha passato tutte le 12 ore di volo sfogliando una vecchia bibbia e mormorando preghiere, cosa che non ha fatto che amplificare l’ansia per il profondissimo vuoto sotto i miei piedi.

Il giorno dopo, quando di buon mattino ci siamo messi in viaggio da Riobamba verso la comunità di Rincòn de los Andes per partecipare all’inaugurazione della casa comunale del villaggio, costruita con l’aiuto del Credito Trevigiano, mentre salivamo lentamente verso i 4000 metri, all’improvviso è apparso il paesaggio.

Un sovrapporsi di verde e marrone di terra bruciata, celeste intenso del cielo e ondeggiare di colline e montagne antiche, dolci nei loro rotondi contorni, punteggiate dal bianco delle pecore e dall’ocra dei lama e degli alpaca. A destra, imponenti, i piedi montuosi del gigante Chimborazo, con i suoi 6300 la vetta più alta del paese, a sinistra ancora alpaca, pecore e nuvole basse.

Un cammino nella nebbia ti lascia il tempo di immaginare i contorni del luogo, indugiando sui brevi spazi di reale che si intravedono ad ogni folata di vento. Ma era difficile riuscire ad immaginare la realtà di Rincon de los Andes. Piccolo angolo delle Ande, come suggerisce il suo nome, questo minuscolo villaggio in mezzo alle montagne è accovacciato in una conca, dove quattro case di paglia e mattoni ne delineano i contorni, con al centro, umile ma ricca di colori, la casa comunale che andiamo ad inaugurare. Ci hanno accolti una bizzarra banda di adulti e bambini, donne avvolte in scialle variopinti e uomini a cavallo col volto coperto da maschere scure, un buon auspicio per scacciare tristezza e sventure.

Ci siamo velocemente dispersi, risucchiati da un vortice di tamburi e gonnelle, rapiti da tutti quei volti impassibili dall’età indefinita, ansiosi di registrare tutti i dettagli di quel lontano lato di mondo che fino a quel momento non eravamo riusciti ad immaginare.
Raul ha 11 anni e si è fatto ancora più timido quando gli hanno chiesto di farmi vedere dov’era il bagno. Un lama legato ad un palo mi guarda placido mentre cerco di entrare nel piccolo prefabbricato di cemento che mi ha indicato il bambino, con un buco nel pavimento ed un secchio d’acqua limpida al lato, per fare pulizia. Mi ricorda la vecchia casa di campagna dei miei nonni, con quella latrina sottile fuori, nei campi, l’Italia di 50 anni fa che non esiste più.

Prima dell’inaugurazione ufficiale della casa comunale, padre Antonio, un prete veneziano che da più di trent’anni ha scelto di vivere in, e per, questa sperdutissima comunità, ha celebrato la messa all’interno del fabbricato. Fuori la nebbia stava diventando pioggerellina fitta e siamo entrati tutti, stretti tra le quattro mura dell’edificio, con le finestrelle ispessite dalla condensa dell’umidità.

E mi sono resa conto che eravamo tutti in quella chiesa improvvisata, credenti e non, italiani, ecuadoriani, bancari, poveri, preti e volontari, animati da qualcosa di più grande delle singole ragioni che ci hanno convinto ad intraprendere questo viaggio. Qualcosa che ci ha fatto assistere oggi al piccolo miracolo di un incontro improbabile tra gente tanto distante, culturalmente e geograficamente, che si è ritrovata insieme in un gesto di pace, senza stupore, come se sapessimo già che doveva essere così. Come sentirsi a casa.

La strada verso Riobamba al ritorno è stata tutta in discesa, con i freni dell’autobus a stridere impazziti ad inquietanti intervalli di 5 minuti. Quelli dell’ultima fila cantavano canzoni accompagnati da una chitarra. Sono bastate poche strofe, e mi sono unita anch’io.

 

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