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Siccità, nell’arsura implacabile di lunghi periodi, sofferti per una notevole mancanza di acqua.

Oggi, inizio estate del 2022, fino a prova contraria ed, a quanto pare, si è appurata una siccità tale, al punto da formalmente provvedere a dichiarare, a proposito di tutto un pur vasto e differenziato territorio, lo stato emergenziale, simil simile, di fatto, ad una pubblica calamità, monitorata in debita sede istituzionale.

Intanto, come, nel frattempo, oggettivamente, ancora rilevabile, nei Comuni seguita, in pari territorio già decretato a patita problematicità idrica, il libero approvvigionarsi nei noti “punti acqua” che dispensano il prezioso elemento, come in un ipotetico “Paese del Bengodi”, nella variante, per altro, della disponibilità elargita di acqua fresca, sia liscia oppure, a scelta, da altro attiguo fontanile, che frizzante, in una indefinita e comunque, corrisposta liberalità, ad espressione effettiva di una pregressa iniziativa estiva reiterante.

Manco si fosse a rivivere un poco la mitica visita della Regina di Cipro, Caterina Cornaro, quando, nel tardo Quattrocento, a Brescia, si era arrivati, in tale fausta occasione, al ripercorrere il miracolo evangelico delle “Nozze di Cana”, mutuando, per così dire, l’acqua in vino, in pratica, facendo convogliare il “nettare di Bacco”, nei condotti delle fontane cittadine, per un ulteriore aspetto gaudente, promosso nella comunità festante.

Ovviamente, anche nell’antichità, l’acqua stabiliva il suo nesso di bene, oltremodo, prezioso, allorquando, come sempre accade, se ne appurava la scarsità, soprattutto in relazione all’agricoltura dove, a netto di misura di una certa qual disponibilità, si poneva il riversarsi o meno delle piogge a stabilirne il livello di una correlata criticità.

Tracce di alcune riflessioni, sul problema della mancanza di acqua, in riferimento all’investimento annuale delle rispettive cure in pieno campo, adibite a tutta una filiera di sostentamento, appaiono, ad esempio, anche in alcuni giornali dell’800, quando, come nel caso del “Giornale di Bergamo” di martedì 18 settembre 1849, si precisava, fra l’altro, che “(….) Cadde finalmente della pioggia in questi ultimi giorni, ma ben si sa che in Lombardia a quest’epoca la vegetazione si fa stazionaria o cessa. Il grano turco, dove fruì del beneficio dell’irrigazione, è piuttosto di bell’aspetto, ma non vale a compensare il danno ndei paesi dove la siccità recò grave danni. Quivi, si rimarcarono moltissime piante rinverdite, ma non hanno il tempo per portare a termine la pannocchia (…)”.

Qualche anno, prima, ancora in terra lombarda, analoga sensibilità verso le ferite, a suo tempo, inferte dalla siccità, trovavano espressione nella “Gazzetta Privilegiata di Milano” del 23 maggio 1833, andando a precisare che “nulla di più affliggente quanto la miseria prodotta in alcuni distretti della provincia di Milano dalla siccità provata la scorsa estate, quando voglisi riflettere seriamente alla somma facilità con cui si avrebbe potuto rimediare a tanta disgrazia col solo mettere a profitto i mezzi che la Provvidenza ha posti nelle mani degli uomini destinati alla coltura dei campi. Non è esagerazione il dire che parecchie migliaia di famiglie trovansi ora senza pane, perché parecchie migliaia di sacchi di grano turco sono mancate al raccolto dell’anno scorso per la siccità straordinaria provata; mancanza che devesi in gran parte attribuire all’inerzia e forse ai pregiudizi inveterati degli stessi contadini, giacchè non è raro sentire il contadino a dire che, in qualunque disgrazia, bisogna abbandonarsi ciecamente ai decreti del cielo, senza pensare seriamente a trovarne il rimedio (…)”.

A differenza della accennata generalizzazione, secondo, cioè, tale attribuita rassegnazione, c’era, invece, per l’autore dello stesso articolo, il poter citare un esempio, additabile a supporto dell’intitolare, con l’espressione di “metodo facile, economico e sicuro per l’irrigazione del grano turco nei terreni asciutti”, tale suo intervento scritto sul tema, ovvero il menzionare il fatto di un duro lavoro, sperimentato per fronteggiare la mancanza d’acqua piovana: “(…) In un Comune della parte superiore di Milano e distante tre o quattro miglia circa da Milano, un’ostinata siccità aveva già dissecato tutti i prodotti, fra i quali, il più prezioso, il grano turco. In questo intervallo, mentre tutti gli abitanti oziosi stavano aspettando dal cielo la pioggia, uno, fra essi, che coltivava un campo di circa 18 pertiche, di cui sei pertiche erano seminata a grano turco, non si perdette d’animo e con l’aiuto di un secchione e carretta da mano, trasportò dalla sua casa sino al suo campo, che non era tanto vicino, tanti secchioni d’acqua, quanti bastarono per innaffiare tutte e singole le piante di formentone, che erano nel suo campo, il che fece con l’aiuto della sua famiglia in meno di due giorni ed una notte, praticando una piccola zoppetta al di sopra della pianta, e versandovi circa un boccale d’acqua per pianta, facendovi l’operazione stessa che vediamo fare in maggior vicinanza di Milano da quelli che usano concimare la stessa pianta con il concime liquido, la qual cosa avendo egli osservato, gli suggerì l’espediente suddetto (…)”.

Da tale laboriosa irrigazione che non aveva desistito dinnanzi alla titanica sfida che presupponeva, in un confronto, tanto estenuate e primitivo, quanto capillare e minuzioso, moltiplicato nell’estensione agricola da andare ad interessare, era scaturito “un raccolto abbondantissimo, mentre tutti gli altri agricoltori del paese l’ebbero miserabilissimo”.
Un ragionamento, ancora, sul granoturco, come inteso nel contesto di una criticità idrica, era pure espresso dal “Giornale della Provincia di Bergamo” del 9 agosto 1930, quando, dall’appurato presupposto di un insieme di caratteristiche della pianta medesima, ne era sortita l’idea di provare a preservarne almeno un poco la resa, quando tale produttività era minacciata dall’ostinazione di una stagione irrimediabilmente siccitosa.

A tale proposito, la relativa premessa, adottata in questa stampa, era stabilita entro il fatto di una conformazione naturale del cereale, rilevabile a motivo che “(…) il gambo del formentone, allora che ha spiegata la pannocchia ed allungata a tutto punto la barba, contiene, in sé, una quantità d’umore incredibile e sorprendente; e d’altronde, esaminata la fisica costruzione del gambo medesimo,, ritrovo che gli spessi nodi ond’è munito ponno a ragione essere riguardati come altrettante valvole chiudenti il retrocedimento dell’umore; sia quello asceso per la forza assorbitiva delle radici, sia di quello acquistato per mezzo della grossa e lunga fronda che amorevolmente abbraccia e e fascia ogni nodo ed è conformata in guisa che sembra ivi posta e per fornire pronto alimento alla pianta e per impedire che il sole ne levi di quello circolante nell’interno dello stesso gambo (…)”.

Alla luce di questo, per evitare che il granoturco fosse interamente compromesso, la proposta era che fosse la ricchezza, già presente nella complessità medesima della pianta coltivata, unitamente ad un apporto d’acqua, minore rispetto a quello della solita irrigazione, a definire una qual perseguita portata produttiva, nel senso che, come ancora si stabiliva, nel prosieguo della fonte accennata: “(…) nel caso di siccità sembrerebbemi opportuno il tagliare tutti què gambi di frumentone che abbiano spiegata la pannocchia e la barba, e legatili in fascio si riporrebbero in sito all’ombra ed alla rugiada, spruzzandoli abbondantemente e di frequente con acqua: sarebbe bene tagliarli alla mattina, per tempo, prima che il sole abbia loro sottratto quel poco d’umore di che la notte può averli provveduti. Appoggiato a quanto sopra, porterei opinione che, così operando, si avesse ad acquistare del grano, il quale, altronde, va irremissibilmente perduto (…)”.