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E’ sotto gli occhi di tutti, sulla pubblica via. Il rilevo marmoreo, affacciato su via Mai a Travagliato, reca l’anno 1753, accompagnando, tale riferimento temporale, con la esplicita rappresentazione di quell’emblema che, tuttora, contrassegna il luogo in cui si trova, mediante il nesso speculare di sua una denominazione particolare.

Tale pezzo di marmo, opportunamente sagomato, rivela inequivocabilmente lo storico arnese penitenziale, conosciuto anche come flagello o disciplina, quale cruenta espressione di quella orante pratica rituale che risultava contraddistinta dal suo utilizzo da parte di un dato gruppo di fedeli, per una misura di espiazione e di offerta personale, nell’autoflagellarsi, secondo gli effetti delle sferzate imposte dal condividere tale forma di elevazione verso il trascendente nella quale la corporeità fisica s’aveva da castigare, privilegiando una sublimazione spirituale, nella riprovazione materiale di un contrito animo da scagionare.

Da tempo dedicata alla Madonna di Lourdes, questa chiesa si correlava, invece, anticamente, all’appellativo “della Disciplina dell’Annunciata”, in una, comunque simile, matrice di devozione mariana, evolutasi, per così dire, ad inzio Novecento, nel notevole cambiamento impostole a rappresentazione, fra i suoi spazi, della nota apparizione mistica di Lourdes, avvenuta nella “Grotta di Massabielle”, dalla quale ne è qui scaturita la perdurante trasposizione di un pari allestimento evocativo, nella versione travagliatese, che occupa, da tempo, l’intero abside dell’edificio di culto, monopolizzando lo sfondo dell’altare, in una esplicita contestualizzazione di massima, proporzionandone l’effetto ieratico in una essenzialità severa.

Tutto ciò convive, sul posto, con l’antica tradizione pregressa della “Disciplina”, testimoniata di fatto, non solo dal marmo in strada accennato, ma anche da analoghi bassorilievi che rappresentano, pure innanzi al sottostante assetto viario, il flagello, con tanto di impugnatura e di curvilinee pertinenze, posizionato nei due estremi della cornice che è posta a marcapiano del campanile stesso a cui questa chiesa associa materialmente la composita completezza del proprio assetto architettonico che, in pratica, si esplica pure nell’aderenza con una delle “quattro torri” con le quali si è usi ad identificare i locali campanili, concentrati nel centro storico di Travagliato, a loro volta, posti in altrettanti vertici di un invisibile tracciato, vagamente romboidale, in seno all’antico abitato.

All’interno di questa chiesa, originariamente ispirata al culto ivi interpretato dai flagellanti, quale confraternita della Disciplina, dal nome dello strumento utilizzato che, a tutta evidenza, ne delineava la caratteristica più esplicativa, esiste un’unica cappella laterale, strutturata a destra di chi si volge all’altare, naturale perno liturgico dominante, nell’arioso impianto volumetrico a navata unica.

Su tutto il soffitto di questa cappella c’è un affresco con la raffigurazione del delta e dell’occhio onniveggente, realizzato sopra l’allestimento, in sede di tale altare laterale, dove si presentano tre statue, tutte al femminile, rispettivamente di Santa Angela Merici, nella nicchia al centro, di Santa Teresa del Bambin Gesù e di Sant’Agnese, ai suoi lati, senza che nulla, nella poca luce, solitamente soffusa nella prossimità circostante di questa rientranza della chiesa, concorra a fare meglio denotare tale opera pittorica apicale che vi risulta, a tutti gli effetti, sovrastante, in un’univoca e convinta simbologia esorbitante.

Simbolo ermetico, certamente chiesastico, quello del “sacro delta”, ma non di meno, se non di più, segno anche a scavalco con altre, pure diffuse, discipline esoteriche che, per propria natura, prendono, invece, le distanze dai contesti , appunto, prettamente ed esclusivamente religiosi, dove, in ogni caso, questo occhio misterioso si irradia, anche in ambienti consacrati, dal centro perfetto di un triangolo svettante.

Analogamente, la scelta della “stella fiammeggiante”, per ben due volte, parimenti presente nel paio di vetrate più prossime all’altare, posto ai piedi della riproduzione scenica della “grotta di Lourdes”, impone una data simbologia che, se si vuole, è correlata dalla necessità di una spiegazione alla comprensibile curiosità circa il perché, in un’antica chiesa mariana, debba svettare, a tutta duplice evidenza, fra, invece, altri numerosi simboli del retaggio cristiano disponibili, una presepiale stella cometa.

Un pentalfa, ovvero una stella a cinque punte, con la coda, se così la si vuol cogliere, approssimandosi, tale stilizzato orpello conico, al delineare la popolare figura stereotipata di una cometa che, però, in questo caso, si esplica a definizione di una figura, comunque, identica, per scelta e per composizione, a quella ampiamente discussa nel confronto culturale, anche dell’epoca, nella quale tale antica chiesa “della Disciplina dell’Annunciata” aveva mutato veste, rincorrendo proprio la società contemporanea, pervasa, in parte, dagli effetti del più notevole fenomeno mariano del momento, cioè quello di Lourdes del 1858, seguito alla proclamazione del dogma dell’Immacolata concezione di Maria, nel 1854, come risulta, tale circostanza, raffigurata pittoricamente nella controfacciata della chiesa parrocchiale di Travagliato.

A Travagliato, Lourdes arriva, nella chiesa della “Disciplina dell’Annunciata”, alcuni decenni dopo il suo essersi materializzata nelle cronache del tempo, come pure, pari sede, la stella a cinque punte vi arriva, presumibilmente, non molti anni dopo quel 1871 in cui era stata adottata a simbolo del Regio Esercito.

Una scelta, in capo, alla diffusione del pentalfa, che, in quel periodo, pare abbia riguardato altri campi istituzionali ed organizzati nel vivere civile, ma secondo alcune fonti certe, molto compromessi da quella visione culturale che è, tuttora, ritenuta, inequivocabilmente, di espressione, in un certo senso, a regìa massonica, come, a titolo di esempio, si può leggere fra le argomentazioni, fra l’altro, sviluppate nella pubblicazione dal titolo “Stella a cinque punte “firma” del Pontificato di Paolo VI”, quale volumetto di una trentina di pagine, per la stampa dell’associazione “Pro Fide Catholica et Caritate” di Brescia, nella quale, particolarmente, si affronta una lettura della simbologia impressa nella bronzea “Porta del bene e del male” dell’artista Luciano Minguzzi, situata ad ingresso della Basilica di San Pietro a Roma, come risulta ivi collocata dal 1977, in omaggio all’allora pontefice bresciano regnante.

Rifacendosi ad un pronunciamento di un numero del periodico “Civiltà Cattolica” del 1887, questa traccia documenta, a riguardo della stella, munita di tante punte quante sono i sensi dell’uomo, che “(…) è lo stellone regalato all’Italia dalla Massoneria, e con isfacciata improntitudine settaria, imposto alle milizie, e piantato sui pilastri dinnanzi al Casone delle Finanze, in Roma, e ficcato dappertutto, persino sugli stemmi delle Repubbliche e delle Monarchie, sulle insegne e vetrine delle botteghe, sui vezzi delle signore sciocche, sui berretti e sui giocattoli dei fanciulli (…)”.

Neanche a farlo apposta, in questa chiesa, non si può certo dire vi sia un altare a lui dedicato, ma, a Paolo VI, uno spazio onorifico riservato glielo si può, fuor di dubbio, percepire, se è vero, come è vero, che un suo ritratto fotografico è direttamente all’indirizzo delle numerose candele elettriche votive che gli fanno festa.

Proprio da questo punto della chiesa, alzando gli occhi, alle vetrate menzionate, si profilano i contorni ripetuti di quella stella “polisemantica” e quindi, se si vuole, interculturale, che abbraccia, nobilmente insieme, sacro e profano, in una medesima indagine profonda di senso esistenziale.