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La piccola Svetlana tra un paio giorni se ne tornerà in pancia al grande aereo che in poche ore la riporterà a Minsk, capitale della Bielorussia. Poi un lungo viaggio in autobus sino al piccolo villaggio di Prosvet, una manciata di case di contadini tra verdi pascoli e foreste in un panorama ondulato di basse colline.

Il piccolo dito di Svetlana scorre sulla carta geografica per mostrarmi la strada, dalla capitale scende verso il confine ucraino, scorrendo fra colori che si fanno sempre più cupi sino alla zona del suo piccolo villaggio, al centro di un inquietante colore violaceo, settore ad alta contaminazione ruggisce la legenda. Duecento chilometri più in basso, poco oltre il confine con l’Ucraina, giace il mostro Chernobyl.chernobyl

Per quattro meravigliose settimane la piccola Svetlana è stata ospite di Letizia, Angelo e della figlia Isabella, ora inseparabile amica, partecipi del progetto “Aiutiamoli A Viverewww.aiutiamoliavivere.it . Fondazione che ogni anno porta in Italia centinaia di bambini dalla Bielorussia con lo scopo di decontaminare il loro debole organismo dai micidiali intrugli radioattivi eruttati dal mostro Chernobyl.

Ha due grandi occhi dolci Svetlana che le riempiono il viso sopra un nasino alla francese, è felice, respira a pieni polmoni la serenità della famiglia della Bassa Bresciana che l’ha accolta con entusiasmo. Da quattro settimane in casa si parla un dialetto Bresciano-Russo, una sorta di miscuglio di Italiano, con  intercalare bassaiolo, condito da qualche parola di Russo, il tutto funziona alla perfezione. Mi faccio coinvolgere dall’armonia, Svetlana ascolta, annuisce, poi fa spallucce e sfodera un sorriso mettendo a bella mostra i dentini nuovi e i buchi in attesa di crescita.

Non sa nulla Svetlana di quanto è successo nella terrificante giornata del 26 aprile del 1986. Nulla del grande disastro atomico e meno sa che oggi sotto il precario sarcofago, il mostro Chernobyl si contorce feroce e il suo nucleo a distanza di anni bolle come lava ad oltre 1000 gradi centigradi in prossimità del nocciolo, sputando dalle mille falle veleni micidiali.Svetlana

Lei otto anni, innocente, fa spallucce e sorride e forse e giusto cosìNoi lì ci dobbiamo vivere – asserisce Elena, la maestra-interprete che accompagna i bimbi per conto della fondazione. Frase che racchiude tutto il dramma di una catastrofe che hanno ereditato da altri e che dovranno a malincuore lasciare ai loro figli.

Da studi medici risulta che in un mese di permanenza lontani dalle zone contaminate, i bambini riescono a scaricare tra il 30 e il 40% dei veleni nucleari assimilati dal loro organismo, ricreare difese immunitarie che fanno da barriera alle svariate malattie oncologiche e fisiche, alcune endemiche della zona indicata dal violaceo colore sulla carta geografica. Ospitare i bambini Bielorussi è aiutarli a vivere, ma non è solo un gesto gratificante a senso unico, è per entrambi un’esperienza interiore che corre sull’invisibile filo dell’affetto.

Di quelle giornate dell’aprile del 1986 torbide di notizie frammentarie, omertà, bugie e mezze verità è rimasta l’immagine di decine di uomini che intervenivano a placare un cataclisma implacabile, senza una logica, impreparati. Mentre elicotteri sganciavano tonnellate di boro, sabbia e dolomia, i cosiddetti “liquidatori” con abiti normali o vestiti come marziani gettavano a mano dal tetto divelto dall’esplosione detriti radioattivi nell’occhio incandescente del nucleo. Forse marziani dinnanzi al pianeta sconosciuto del disastro nucleare lo erano davvero. Sono morti tutti.Caorso centrale

E’ stato un disastro civile, continuano a sottolineare le cronache, anche attuali. Senza però specificare che la sete di energia delle grandi potenze, fallite o in auge tutt’ora, non si placa mai costi quel che costi e come al tempo del mostro Chernobyl investono la maggior parte dei fondi governativi in armamenti o per sponsorizzare guerre sparse per il pianeta.

Di questo Svetlana non sa nulla, lei fa spallucce e sorride.

Forse è meglio che non sappia che qui vicino, dove ora stiamo ridendo sereni seduti a cena, a un quarto dei chilometri di quanto il suo villaggio dista del mostro radioattivo, la centrale di Caorso, coetanea di Chernobyl, “dorme in coma” al centro della grande pianura. Nel ventre obsoleto occulta 200 tonnellate di uranio radioattivo in una “piscina” d’acqua verdognola.

Caorso, dichiara Legambiente, è la più giovane e la più grande centrale nucleare italiana con reattore ad acqua bollente e uranio arricchito. E’ in condizioni di arresto a freddo dall’ottobre 1986. Non ha avuto vita facile. Basti pensare che il 26 maggio 1978, il giorno del collegamento della centrale alla rete elettrica, si sono avute limitate fughe di radioattività nel reparto turbine. E poi valvole che non tenevano, tiranti che sostenevano i tubi del gas radioattivo mal progettati, calcoli errati… eppure tra alti e bassi é rimasta attiva per anni.

Nel perimetro della centrale é ancora stoccato il combustibile utilizzato in fase di esercizio, trasferito nelle piscine di decadimento. Vi sono immagazzinati anche rifiuti radioattivi che derivano per lo più dal periodo di esercizio e, in misura minore, dalle attività di smantellamento: più o meno 6.800 fusti da 220 litri ciascuno, per un totale di 1.800 metri cubi circa, più 186,5 tonnellate circa di combustibile.

Tutto questo Svetlana non lo sa, lei fa spallucce e sorride nella sua bella innocenza. Noi forse dovremmo pensarci…

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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