Sono esattamente vent’anni che faccio smart working. Se ci aggiungo i cinque anni da Articolo 2 al quotidiano dove lavoravo dal 1984 come cronista (la Nuova Venezia) gli anni di smart working arrivano a 25.

Direi che in un quarto di secolo ho accumulato abbastanza esperienza per capire cosa va bene e cosa va male di questa modalità di lavoro che, ai tempi del coronavirus, sta coinvolgendo migliaia di italiani.

All’inizio della mia avventura, era più semplice e più complicato.

Ricordo ancora con emozione il giorno in cui il direttore del giornale mi ha messo in mano un piccolo portatile come quello che usavamo gli inviati. Era un Toshiba. Aveva uno schermo ridicolo (troppo piccolo), era pesante, si collegava solo alla rete del giornale. Internet era ancora agli albori. Ma il piccolo Toshiba mi ha regalato la libertà che sognavo. Compresa quella di seguire due figli di 5 e 11 anni.

In quegli anni, come giornalista Articolo 2 era abbastanza semplice: stavo a Venezia, la mattina andavo nella sede del Consiglio regionale del Veneto, dove seguivo la politica regionale, mentre il pomeriggio tornavo a casa a scrivere.

Chiusa in una stanza tutta per me. Figli fuori e con l’obbligo di non disturbare. Marito rigorosamente al lavoro, oltre il ponte della Libertà. Se le esigenze lo richiedevano, mi fermavo in Regione a scrivere. Su un tavolo qualsiasi. O con il Toshiba sulle ginocchia.

Ho imparato presto a concentrarmi in mezzo a decine di altre persone che stavano facendo tutt’altro e che ogni tanto, inevitabilmente, si rivolgevano a me con qualche domanda. E a casa, riuscivo a discutere al telefono con il caporedattore mescolando il risotto (il quotidiano ha tempi eterni che sconfinano verso e oltre l’orario di cena). O ancora, lavorare da una piccola barca a vela in navigazione.

Quindi, prima regola: concentrazione. Concentrazione su ciò che stiamo facendo nel preciso istante in cui lo stiamo facendo. Ovunque noi siamo. Soli o in mezzo a una folla, se c’è concentrazione, si può fare.

Le distrazioni (a casa ce ne sono parecchie) devono stare fuori dal nostro essere. Ammesso solo un gatto (o due) sul tavolo e un cane (o due) ai piedi. Evitate di farvi venire la voglia di reinvasare la rosa canina che avete acquistato qualche settimana fa oppure fatelo una volta finito il lavoro. E soprattutto scordatevi le grandi pulizie. Siete a casa per lavorare.

Il passo successivo per me è stato lavorare esclusivamente da remoto. Lasciato il giornale e approdata in Cassa Padana, dove seguo la comunicazione online e della rivista Popolis, eccetto uno o due giorni alla settimana, trascorsi in sede, ho lavorato solo da casa.

Dandomi alcune regole. Della concentrazione abbiamo detto. Andiamo oltre.

Trovarsi una stanza o un angolo tutto per sé. Definito. Non vagare da un posto all’altro della casa. O cambiarne uno al giorno. Sceglietelo e installatevi. Come foste in ufficio.

Prima di iniziare a lavorare (all’ora in cui lo fate di solito), lavatevi, vestitevi, fate colazione, mettetevi gli orecchini, il rossetto sulle labbra. Gli uomini si facciano la barba, mi raccomando.

Assolutamente bandito il lavoro in pigiama. Non nascondo che qualche volta, magari la mattina presto, il pigiama non me lo levo. Ma deve essere un’eccezione e non la regola.

Ammesse (e benvenute) le pantofole. Tanto, anche in una riunione online, nessuno le vede. La tuta non so. Fa troppo casa, ma è comoda, concordo.

Cercate di darvi i tempi che avevate in ufficio. Questo permette anche di essere in sincronia con gli altri colleghi in ufficio o in smart working. E magari sperimentate 25 minuti di assoluta concentrazione e 5 minuti di piccola pausa. Quella del caffè con le colleghe. Giusto per iniziare l’allenamento.

Al di là degli strumenti di hardware e software (indispensabili) assicuratevi di avere una rete Internet affidabile e veloce. Operazione non semplice soprattutto per chi vive fuori dalle metropoli.

Il collegamento dalle campagne, dalle montagne, dai paesi isolati è ancora troppo inaffidabile. La connessione qualche volta cade all’improvviso (e non va bene se siete in una call o in una riunione online). E spesso è troppo lenta. Di questo dobbiamo ringraziare chi ci ha governato che non è stato in grado di assicurare una medesima qualità della rete a tutta Italia. Un divario digitale per il quale oggi, che siamo costretti allo smart working, pagheremo le conseguenze.

Vietata la televisione accesa. Preferite la radio. Magari solo con musica. Per quanto mi riguarda sono sempre in ascolto di Radio 3 e non nascondo che qualche volta pecco di concentrazione soprattutto quando ascolto “Tutta la città ne parla”. Ma è altrettanto vero che recepisco stimoli e suggerimenti che metto poi a frutto nel mio lavoro.

Bisogna tener presente che lavorare da soli a casa non fa bene alle meraviglie che regala il brain storming, ovvero le chiacchiere, discussioni, riflessioni che si possono fare con i colleghi e dalle quali spesso possono uscire buoni progetti e idee. Diciamo che la Radio ogni tanto fa le veci delle assenze. Perché, questo è chiaro, i colleghi mancano. Eccome se mancano. Sia a noi stessi che al nostro lavoro. Mettiamocela via per ora.

Per pranzo, mangiate leggero. Potreste utilizzare il tempo che di solito usate per andare al lavoro, per preparare un sugo per una pasta. O lavare l’insalata. Farvi una macedonia. Preparare sul fuoco la macchinetta del caffè. Se ci sono i figli a casa, non privatevi dell’ora di sosta e mangiate insieme. Magari invitandoli a sistemare loro la cucina, mentre voi tornerete tranquille al vostro tavolo di lavoro.

Passata la mattina, il più è fatto. Il pomeriggio scivolerà verso la sera senza tanti intoppi.

Le cose si complicano se siete in due a dover fare smart working da casa. Moglie e marito. In questo caso, mi raccomando: non lavorate sullo stesso tavolo. Pena il non riuscire affatto a lavorare e contemporaneamente a covare pensieri di divorzio.

Trovatevi un angolo per ognuno se non ci sono stanze a sufficienza. Sistematevi dove non vi vedete. Anche in un open space si può fare. Riorganizzate lo spazio. Mettete una libreria fra voi. Anche questo l’ho sperimentato. E funziona.

Smart Working ancora più complicato se i figli sono a casa, come succede in questi giorni con le scuole chiuse. Bene, qui fin dalle elementari, possiamo e dobbiamo farli ragionare. Spiegando loro che stiamo lavorando. Proprio come quando siamo in ufficio. Che non devono interromperci o disturbarci se non per cose eccezionali. Che dovranno dare una mano in casa. Che siamo tutti sulla stessa barca. O se preferite, onde dello stesso mare.

Può far bene a tutti. A noi genitori a vedere come i figli possono cavarsela da soli con i compiti (noi dobbiamo lavorare, non aiutarli). Ai figli a capire quale sia il lavoro di mamma o papà. I miei figli, per esempio, sono cresciuti con un taccuino in una mano e una penna nell’altra. Pensando che la scrittura fosse una dote costitutiva dell’essere e di ogni lavoro. E non si sono sbagliati molto.