Tempo di lettura: 3 minuti

California, gennaio 2019 – Nella Queen Valley Forest, a est del deserto di Mojave, nel cuore del Joshua Tree Park, c’è un Joshua Tree alto 40 piedi, circa 12 metri.

E’ il più alto esemplare nel parco simbolo della wilderness californiana. Monumento alla frontiera, alle sanguinose migrazioni da est a ovest, ai cercatori di pepite, al sogno della California.

A Joshua Tree Park
A Joshua Tree Park

Avrà 150, forse anche 200 anni questo solitario patriarca. Ma non lo si sa con esattezza. I botanici azzardano solo ipotesi perché è difficile individuare con precisione l’età di questi mitici alberi. Crescono 3, 5 centimetri all’anno, dipende da quanto “umida” è stata l’annata.

Ed è quindi un eufemismo quel verbo “crescere” visto che qui la pioggia è davvero un miraggio. Nei suoi primi 5 anni di vita, la Yucca brevifolia (questo il nome botanicamente corretto del Joshua Tree) che fa parte come la yucca classica della famiglia delle Agave, cresce per così dire “in fretta”. Poi può fermarsi anche per dieci anni.

Formazioni rocciose al Joshua Tree Park

Ogni Joshua Tree di questo parco che copre quasi 800mila acri di cui l’80 per cento completamente selvaggi e protetti, è un monumento al passato. Un simbolo del divenire e della fatica del vivere qui dove il sole non riposa mai, l’acqua è più che rara e le temperature in estate possono toccare i 40 gradi.

Un luogo proibitivo, assurdo, affascinante, miracoloso, fragilissimo, diventato nel 1936 monumento nazionale – grazie al presidente Rooswelt e a un’attivista ambientale con il deserto nel cuore quale fu Minerva Hoyt – e poi parco nazionale nel 1994.

Nonostante le inimmaginabili asperità, questo luogo ha una biodiversità straordinaria e sempre minacciata. Qui pascola ancora la pecora dalle grandi corna e vola sui cactus il piccolo Wren mentre il Greater Roadrunner e il Gambel passeggiano fra rocce e sabbia.

Si sposta lenta la tartaruga del deserto. Corre veloce un piccolo scoiattolo, l’Antelope ground squirrel, che non ha alberi su cui arrampicarsi, ma solo buche in cui nascondersi, rocce contro le quali mimetizzarsi, Yucca del Mojave sotto qui ripararsi.

Sono arrivata all’ingresso occidentale del Joshua Tree Park, dalla parte del deserto del Mojave, l’ultimo dei 34 giorni di shutdown imposti dal presidente Trump a tutti gli Stati Uniti.

Più di un mese durante il quale questo parco da quasi 3 milioni di visitatori all’anno, ha visto al lavoro meno del 40% del suo staff. Ha perso almeno 800 mila dollari di mancate entrate (30 dollari costa l’entrata per ogni auto) perché agli ingressi non c’era personale (è successo anche a me).

Una bella fetta dei 13 milioni di dollari che, si stima, abbiano perso nel complesso, in mancati biglietti, i parchi nazionali americani.

Nonostante il continuo lavoro dei volontari del Friends of Joshua Park – sabato scorso erano almeno un centinaio a portare via rifiuti, ripulire i bagni dei centri, dare informazioni a visitatori confusi – i danni dello shutdown sull’ ecosistema si teme siano inestimabili.

Il Desert Sun racconta che serviranno almeno 200, 300 anni per recuperare tutto ciò che è andato perduto in questi giorni. Per riprendersi dai danni provocati dal mancato controllo. Per superare le offese di visitatori ignoranti o delinquenti. Compresi quei Joshua Tree che sono stati abbattuti per far posto a sentieri illegali nelle aree protette, e quindi inaccessibili ai visitatori.

Uno degli alberi abbattuti durante lo shutdown
Uno degli alberi abbattuti durante lo shutdown

Oppure la vita invisibile calpestata dalle ruote delle macchine che illegalmente hanno abbandonato le strade per immergersi nel cuore del parco. O ancora i graffiti che hanno sfregiato le antiche e meravigliose pietre levigate dai secoli.

Tracce di pneumatici fuori dalle strade permesse
Tracce di pneumatici fuori dalle strade permesse

Da lunedì 28 gennaio, piano piano, il Parco sta riprendendosi la vita del prima shutdown.

Il deserto respira. Ma in fondo lui non ha mai messo di farlo. Immobile, continua a regalare tramonti rosso fuoco, miraggi all’ombra dell’albero di Joshua, sentimenti di solitudine profonda e al tempo stesso felice. E desiderio di fermarsi. Qui.

E’ da 5 mila anni che succede all’ombra dei Joshua Tree.

CONDIVIDI
Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *