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Era il 1950 quando 40mila soldati cinesi varcarono i confini tibetani in sei punti diversi. Era il 7 ottobre e iniziava l’occupazione del Tibet.

Il nuovo giovanissimo Dalai Lama, l’attuale XIV Tenzin Gyatso, cercò invano di negoziare con le autorità cinesi. Aveva solo 17 anni il Dalai Lama e fu irremovibile nell’applicare quei principi della non violenza che rimasero il suo irremovibile credo per oltre cinquant’anni.

L’occupazione cinese divenne sempre più crudele. Città, villaggi e monasteri vennero bombardati, la popolazione tibetana violentata, torturata, deportata e massacrata. Le sacre reliquie furono distrutte, i bambini costretti a sparare ai propri genitori, gli studenti obbligati ad uccidere i loro insegnanti.

Numerosi di questi fatti furono confermati dai rapporti della Commissione Internazionale di Giustizia di Ginevra.

Nove anni dopo quel giorno, il Dalai Lama abbandonò il palazzo del Norbulingka a Lhasa  e fuggì in India. Era il 31 marzo 1959 quando il giovane Dalai Lama varcò i confini dell’India sul dorso di uno yak. A nulla aveva portato la prima grossa rivolta dei tibetani a Lhasa, quello stesso anno, che manifestarono apertamente contro il regime di oppressione del governo di Pechino.

La manifestazione venne repressa nel sangue: più di 80mila tibetani uccisi, arresti sommari e persone scomparse.

In migliaia seguirono il Dalai Lama. Un fiume continuo di uomini, donne e bambini. Affamati, spaventati e stremati.  Attraversarono l’Himalaia. Di notte, in piccoli gruppi e con poche provviste. Moltissimi di loro morirono durante il viaggio.

La cittadina di Dharamsala nel nord dell’India fu scelta quale sede permanente del Dalai Lama e del suo governo in esilio.

Si stima che oltre un milione di tibetani siano morti in seguito all’occupazione cinese, deportati nei campi di concentramento, torturati, mutilati o imprigionati.

La maggiore carneficina avvenne tra il 1966 e il 1977. Assieme alle persone, vennero cancellati quasi settemila fra templi, monasteri e università monastiche quelle quella di Lhasa. Proprio come succede oggi in Siria, un vastissimo patrimonio artistico fu saccheggiato o distrutto.

Negli anni ’80 furono insediati circa 7.500.000 coloni cinesi agevolati. Il Tibet cambiò radicalmente. La sua anima sopravvive altrove.

Un’anima che ha trovato casa in molti paesi del mondo. Come Caorso, nel piacentino, dove vive il venerabile ghesce Lobsang Tenkyong che è nato nella regione Tibetana del Kham e che come il Dalai Lama è stato costretto all’esilio prima in India, oggi in Italia.

Sarà lui venerdì a Soncino a parlare del Tibet. Del passato ma anche del futuro. Di quella speranza che non muore. Di quella pace sempre rincorsa. Di quel sogno di riportare a casa l’anima del Tibet.

A introdurre Lobsang Tenkyong sarà il nostro Valerio Gardoni.

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