Brescia – Nell’imperversare quotidiano del sonno, anche il quantitativo di tempo dedicato alla sua durata pare possa fare la differenza, rispetto all’universalità dei periodi misurati dalla necessità di interrompere la veglia diuturna, lasciando prevalere il temporaneo incombere di un riposo assoluto.

Un lasso di tempo che poteva anche fare notizia quando, a dormire, si assommavano ore ed ore, continuativamente, fino a concedere una restituita coscienza, riavuta nella vigilante consapevolezza di un oblio attraversato da un indefinito distacco d’estraniazione, sperimentato su un diverso piano dell’esistenza.

L’esempio di una dormita eccezionale sembra possa, fra l’altro, emergere dai termini usati da “La Sentinella Bresciana” del 16 gennaio 1919, attraverso la specificata proporzione patologicamente tracimata in una avvenuta eccedenza, sopravanzante la consueta persistenza del sonno, normalmente sperimentato, invece, in una più esigua incidenza: “Un sonno di 11 giorni. Alessandria, 15 gennaio. Undici giorni di fila ha dormito lo scolaro Aldano Gierolamo, d’anni 11, colpito da encefalite letargica. Si è infine svegliato stupito di sì lungo sonno. Le sue condizioni generali sono buone”.

Un anno dopo, lo stesso quotidiano interveniva, il 13 gennaio, su questo tipo di codificata manifestazione, propria dell’atavico bisogno di dormire, ma assimilata però alla maggiore connotazione dei sintomi di quella problematica deriva che risultava connessa ad una malattia soporifera: “La cura della malattia del sonno. L’Agenzia “L’Italia Nuova” registra la notizia che un distinto igienista dell’Italia Centrale sta studiando la encefalite letargica (o malattia del sonno) e pare che abbia molta fiducia in una certa “puntura esplorativa” e sul trattamento ormai in uso per la cura di un’altra malattia rara e congenere, l’americana “febbre di notte”. Gli studi e gli esperimenti sono all’inizio per cui non c’è che da sperare e ben augurare”.

Ancora mediante la scorsa della stampa locale, riguardo l’epoca nella quale tali elementi di lettura hanno avuto riservato lo spazio per una loro messa a fuoco particolare, il medesimo giornale inseriva il tema del sonno fra le notizie dell’edizione del primo aprile del 1923, per il tramite della proposta di un’analisi di contesto più generale: “Cause ed effetti del sonno. L’uomo passa circa una terza parte della sua vita nel sonno. Riguardo alle cause del sonno, la fisiologia non ha ancora le idee chiare, ma è incontestabile – nota un collaboratore del “Giornale di Sicilia” – che noi abbiamo bisogno di questa periodica sospensione nella nostra vita cosciente e che il sonno regolare ed intenso è una delle condizioni principali del benessere corporeo. L’uomo può quindi essere persino ucciso coll’impedirgli di artificialmente di dormire. Pare che la pena di morte per mezzo dell’insonnia esistesse in altri tempi presso i giapponesi. Fu famosa anche col nome di “tormentum insonnii” nei processi di stregonerie in Germania , in Inghilterra e negli Stati della Chiesa, dove le streghe erano tenute continuamente deste. Esse venivano incessantemente cacciate in giro nelle prigioni finchè i loro piedi erano paralizzati ed esse cadevano in uno stato di estrema disperazione e di completo idiotismo. Nello stesso modo, il procedere opposto, l’indurre una persona ammalata nel sonno più profondo possibile, mediante il quale è intensificata la forza ricostituente, può altamente contribuire alla guarigione. Sembra che anche il sonnambulismo naturale agisca come un ricostituente fisico”.

Tale citato mezzo d’informazione intercettava, altrove, il rapporto con il sonno, appurato nella ripercussione degli effetti rovinosamente contestuali ad una serie di fatti delinquenziali, documentati, ad esempio, fra le cronache di quell’edizione d’estate che, il 6 luglio 1920, aveva ispirato, per un dato caso riportato, il fare titolare, in capo ad un certo accadimento, l’allusione al dormire, quale deleterio e sprovveduto ambito di riferimento: “Un sonno che fa perdere L. 100. L’altra notte il sig. Caprini Tullio era entrato nella sala d’aspetto della stazione di Desenzano per attendere il treno che lo conducesse a Brescia. Intanto si addormentò e un cauto lestofante ne approfittò per derubarlo del portafoglio contenente L. 1700 e di un paio di scarpe nuove che egli teneva in un pacco”.

Quando è il sonno a prevalere, ogni altra situazione è come se non fosse data in alcun modo a sapere, ancor più se, tale condizione, appare, in qualche modo, rafforzata dall’intorpidimento provocato dall’esagerazione nel bere, come accaduto a Noè, in quella pagina biblica che del vino, insieme alla nascita stessa della bevanda frutto della vite, ne attesta, le inebrianti conseguenze provocate dall’avvicendarsi smodato della mescita di più di un bicchiere: “Le gesta dei malviventi. Sonno traditore. Certo Boselli Giovanni, avendo l’altra sera bevuto forse un po’ troppo e desiderando di respirare un po’ d’aria pulita e fresca, andava a sedersi su una panchina nelle vicinanze di porta Garibaldi, dove finì non molto dopo coll’addormentarsi saporitamente. E dormì così della grossa da non accorgersi di uno sconosciuto il quale avvicinatolo gli frugò destramente nelle tasche alleggerendolo di un portafoglio contenente un centinaio di lire. (…)”

Oltre a quanto sopra fedelmente desunto da “La Sentinella Bresciana” del 20 agosto 1908, la presunta banalità di un possibile calcolo delle probabilità, proprio anche della somma di casi d’un genere piuttosto noto e ricorrente, pare che potesse imbastire quelle testimonianze personali che erano in grado di poter fare delineare quanto, a margine del dormire, si conformassero, più che i riflessi innocui di un’onirica evanescenza, le ombre cupe delle vittime di una altrui delinquenza, come pure era parso opportuno a “La Provincia di Brescia” del 22 ottobre 1925 il, fra l’altro, pubblicare: “Mentre dorme gli rubano la bicicletta. Ogni giorno viene pedalando dal natio Saiano alla nostra città l’operaio metallurgico Pelizzari Vito di Edoardo di anni 23 occupato allo stabilimento dei Tubi Togni. Ier l’altro, nell’attesa che venissero le ore 14 per entrare al lavoro, il Pelizzari si sdraiò in un campo attiguo allo stabilimento distendendo a terra anche la sua bicicletta. Il sonno lo colse in breve e fu tanto forte la sua dormita che uno sconosciuto potè appressarglisi, levargli la bicicletta ed allontanarsi, senza recare disturbo la dormiente. Quando il Pelizzari si risvegliò la bicicletta non c’era più e allora lui a piedi si portò in Questura dove denunciò il danno in lire cinquecento”.

Ancora, mentre era calato l’oblio del dormire, un altro emblematico caso tratteggiava un certo qual estemporaneo bersaglio, individuato proprio in chi, tra le “braccia di Morfeo”, si era trovato esposto al concretizzarsi di quelle mire avverse che si erano di fatto rivelate nel risultato finale di un desolante e di un triste apparire. Tra verità e finzione, la realtà aveva richiamato anche le parti coinvolte in quest’altra cronaca d’appendice sulla linea sottile della precarietà umana di quel minimo comun denominatore che, al sonno, pare tuttora confermare il fronte scoperto dell’evenienza di un’analoga condizione, a suo tempo riferita da “La Sentinella”, il 1 dicembre 1925: “Conseguenze del dolce dormire. Derubato di denari e tre anelli. Domenica mattina, verso le 7,30, i coniugi Treccani dimoranti al primo piano di via Dante 13 che, approfittando della giornata festiva, si erano attardati a letto, furono svegliati dalla lattaia. Ma qui non si scomposero: dalla loro stanza insegnarono alla donna il modo di aprire l’uscio, e quella entrò in cucina, depose il latte, e nell’uscire dimenticò socchiusa la porta. Quando, qualche ora dopo, il signor Treccani Angelo si alzò non trovò più il suo portafoglio contenente 190 lire e tre anelli d’oro da donna del valore di 300 franchi che la sera avanti aveva deposti sull’alzata della credenza. A tutta prima sospettò della lattaia e se ne andò tosto in traccia, ma dal suo modo di comportarsi si convinse subito che il furto non si doveva a lei, bensì a qualche sconosciuto che trovata la porta socchiusa se ne aveva approfittato. Il furto fu denunziato in Questura”.