Sabato 13 giugno 2015 – La cronaca di questi giorni – i migranti sugli scogli a Ventimiglia, quelli che da mesi attendono a Calais di trovare un modo per superare la Manica, gli sbarchi continui a Lampedusa che non fanno più notizia, le stazioni di Milano e Roma – mi impone di iniziare dalla fine.

Dall’ultima tappa per ora del mio viaggio a vela che in qualche anno mi porterà a Creta. Nel 2012 da Trieste al Montenegro. Nel 2013 l’Albania e le isole ioniche. L’anno scorso il Peloponneso. Nei primi giorni di questo giugno le Sporadi.

Il viaggio

Parto allora da qui. Da Lesvos, l’isola di Saffo, la terra amata da Aristotele, la patria delle arti, della poesia, della musica. Isola gentile ed elegante. La più grande e la più a est delle Sporadi. Dove ogni giorno si consuma una tragedia che i media fanno finta di non vedere.

Dal molo del grande porto di Mytilini, il maggiore dell’isola, si vede molto bene la Turchia. Sono appena tredici chilometri di Egeo.

Di giorno, un paio di grandi ferry  fanno la spola su queste acque pattugliate da navi militari sia turche che greche.

Di notte partono loro – siriani, afghani, curdi, qualche africano – dalla turca Ayavalik. Qualcuno sbarca a Mitilini nascosto nella nave. I più arrivano in barca pagando ognuno qualche migliaio di euro ai trafficanti di anime. Altri ancora attraversano l’Egeo su canotti di fortuna che abbandonano sulle lunghe spiagge dell’isola.

lesvos

Quasi sempre a nord. A pochi passi dal villaggio più bello, Molyvos. E poi, via, a piedi verso Mitilini. Fra campi e colline. Dodici ore di cammino all’ombra degli undici milioni di ulivi che profumano l’isola.

Ogni giorno almeno 600 migranti sbarcano. Qualche volta anche un migliaio. Dall’inizio dell’anno sono sempre di più. L’Alto commissariato per le Nazioni Unite ne ha contati 1000 in febbraio, 3300 in marzo, 5000 in aprile, 6300 in maggio.

Mettendo questi numeri insieme a quelli dei migranti che sbarcano ogni giorno anche a Kos, più a sud, di fronte alla turca Bodrum, fanno oltre 40mila i migranti che, spinti dalle guerre e dalla fame, sono arrivati in Grecia nei primi cinque mesi dell’anno. Non stupisce che l’Alto Commissariato, qualche giorno fa, abbia chiesto all’Unione europea di non ignorare questo dramma. Di fare qualcosa. Ora.

La banchina dove li vedo tirare il fiato, un sabato mattina di giugno quando il sole è già alto e il Meltemi dà tregua, è stretta fra la città vecchia e la Marina delle barche private. Quelle di noi europei.

Ci sono famiglie dagli occhi siriani. Scurissimi. I bambini sono scalzi, hanno qualche straccio addosso, lo sguardo perso in un pezzo di pane che un vecchio greco, fuori dal supermercato Eurospar, ha teso loro. Cercando di non incrociare quegli occhi.

Tanti uomini riposano all’ombra delle palme. Assieme allo zaino, in spalla si portano la fatica del mondo e della lunga fuga, non ancora conclusa. Bambine biondissime dagli occhi fatati cercano fra i rifiuti. Gruppi di adolescenti si stendono, sfiniti, non lontani dai camion che attendono l’imbarco.

Vite perse con un unico pensiero: raggiungere Atene e da lì il nord Europa. Chi non ce la fa, viene accolto al Welcome Centre che si trova a Pagani, appena oltre le porte di Mytilini. Non l’ho visto. Lo raccontano come una prigione. Oppure passano giorni e settimane a Moira, un campo allestito dall’Unione Europea. Le Monde lo ha descritto come una Ellis Island del XXI secolo.

La bellezza di Lesvos, le sue case liberty, le spiagge lunghissime, il mare turchese, annegano negli sguardi di chi fugge. I miei si riempiono di lacrime e di impotenza. E nei bar del paese la vita va avanti come sempre.