Succede che fatti atroci accaduti secoli prima non riescano ad abbandonare luoghi e persone. Non è la memoria che affligge e che invece sarebbe benedetta. E’ il passato che ogni giorno si fa presente in modo prepotente.

Che fa più azzurro il mare, più bianche le pietre, più odoroso il timo, più duro il vento.

Succede che il sorriso venga solo accennato. Che la viva storia accompagni vecchi e bambini spegnendo in questi ultimi, in un momento impreciso della loro vita, lo sguardo verso il futuro.

Succede che un passato atroce impedisca a una comunità di riprendersi presente e futuro.

Succede a Psara.

Le mappe spesso la ignorano. La disegnano ma non la nominano. I turisti non la conoscono.

Giace nel cuore dell’Egeo Psara, a nord ovest di Chios, a oltre 60 miglia da Lesvos, in un piccolo arcipelago di altre sette isolette: Kato Nisi, Aye Nikolaki, Daskalio, Prasonisi, Nisopoula e Antispara dove nessuno vive eccetto conigli selvatici.

Se arrivi da nord, Psara ti accoglie come un castello nel mezzo del mare.  Con quella chiesa, ora in restauro, che nulla ha a che fare con le chiese delle Sporadi o delle Cicladi alle quali è ormai prossima.

Psara
La chiesa di Psara

Ti guarda dall’alto di una falesia la grande chiesa dedicata a San Nicola, patrono dei naviganti. Poco più in là quel che resta di un vecchio mulino a vento. Precipitano gli occhi nella baia e risalgono verso le colline perdendosi fra gli arbusti, in buona parte timo, felici responsabili dell’ottimo miele che qui si produce.

Potrebbe sembrare un paesaggio sereno quello di Psara. Ma basta addentrarsi nell’isola e nei vicoli del villaggio per avvertire che qui il tempo si è fermato. Nel dolore. Che Psara non è più da quasi due secoli quella che Omero nell’Odissa chiamava “Psirii”.

Il tempo si è fermato nell’estate del 1824. Non è la memoria che la abita. E’ come se quanto successo quel giorno fosse ancora nei cuori e nelle anime delle poche centinaia di persone che sono tornate.

Psara fu una delle isole più gloriose nella Guerra Greca di Indipendenza del 1821. Era la terza potenza navale in Grecia, dopo Hydra e Spetses e anche terra d’origine di molti eroi di guerra come Kanaris, Nikodimos e Vratsanos.

Le poche decine di miglia che la separano dalla Turchia aiutarono la sua fine. Non bastò a salvarla il grande mare battuto dal vento che la circonda. Resistette Psara agli attacchi dei turchi.  Ma non furono sufficienti navi e coraggio.

I turchi vi sbarcarono, dopo molti tentativi, la distrussero e trucidarono l’intera popolazione. Di oltre trenta mila abitanti solamente tremila si salvarono fuggenddo su piccole barche della flotta francese. I più coraggiosi fondarono la Nuova Psara, sulla costa meridionale dell’Eubea. In pochissimi tornarono a casa.

Forse sono i volti che vedo, dentro vecchie cornici, appesi fitti fitti alle pareti di un bar in riva al mare. Ci sono donne sorridenti, bambini in posa, vecchi pescatori, gruppi di donne vestite di nero. Un rincorrersi di anime.

psara

Quel giorno  i Turchi misero l’intera isola sotto fuoco e fecero di Psara una delle più grandi tragedie della recente storia greca. L’isola non si riprese mai.

Oggi ad abitarla sono meno di 500 abitanti. Non ci sono trasporti pubblici. Scarsi collegamenti via mare (soprattutto con Chios). Una scuola, all’ombra della chiesa, accoglie i pochi bambini che ci vivono ancora. Il terreno roccioso  non permette alcun tipo di coltivazione e l’unica fonte di cibo è la pesca.

E in porto, orgogliosa e senza paura, sventola ancora la bandiera della resistenza, della guerra, dell’animo indomito di questa piccola isola dimenticata.

psara bandiera

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