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“Dovremmo fare una lunga riflessione su quanto è tossico l’ambiente in cui stanno crescendo i nostri figli, ma soprattutto su quanto siamo diventati fragili noi adulti nel fare il nostro mestiere di adulti. Adulti con la A maiuscola non permettono ai bambini di vedere Squid game”: è la riflessione e il monito di Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva e scrittore, autore di diversi saggi su infanzia e adolescenza, ultimo “Vietato ai minori di 14 anni”, edito da De Agostini.

La riflessione di Pellai prende spunto da un messaggio ricevuto da un’insegnante di scuola primaria in merito alla “visione da parte di gran parte dei miei alunni della serie ‘Squid game’, visibile su una piattaforma che trasmette principalmente serie televisive.

Ho trascorso due giorni a colloquiare con i miei alunni per capire come lo avessero conosciuto – continua l’insegnante – come e con chi lo avessero visto e il tipo di emozione o motivazione che suscitava in loro”.

In breve, la trama. Così come viene sintetizzata su Netflix: “Centinaia di individui a corto di denaro accettano uno strano invito a competere in giochi per bambini. Li attende un premio invitante, ma la posta in gioco è mortale”.

In altre parole, come riferisce la docente, “persone povere, emarginate e problematiche vengono costrette a giocare a sei giochi (tra cui ‘1,2,3 stella’): la pena per l’errore del gioco è la morte, attraverso delle bambole che uccidono gli sconfitti.

La serie è coreana e la visione è in lingua originale con i sottotitoli. Durante la ricreazione li vedo spesso giocare a ‘1 ,2, 3, stella’ – racconta la docente – simulando la squalifica dei compagni con il gesto della pistola. E io, che fino a poco tempo mi ero quasi commossa nel vederli giocare in gruppo a dei giochi dei vecchi tempi, solo ora capisco l’amara realtà”.

squid gameOsserva Pellai: “La serie è sconsigliata a chi ha meno di 14 anni, ma l’evidenza di moltissimi docenti ed educatori è che sia entrata nelle preferenze e nelle scelte di visione di molti bambini e bambine, ragazzi e ragazze preadolescenti.

La violenza della serie è anche graficamente molto ‘spinta’ ed esplicita: quando si viene uccisi, schizza sangue dappertutto. Gli insegnanti dicono che i bambini ci ridono su e si tranquillizzano vicendevolmente dicendosi che ‘tanto non è sangue vero, è sugo di pomodoro’”.

Nel commentare, Pellai riprende alcune delle tematiche contenute nell’ultimo pubblicato insieme alla moglie Barbara Tamborini, psicopedagigosta e scrittrice, “Vietato ai minori di 14 anni” (De Agostini): “Quando sei bambino/a o preadolescente, la tua mente non è in grado di gestire la complessità di alcune esperienze a cui puoi avere accesso, ma per cui non possiedi competenze emotive-cognitive di rielaborazione e integrazione dentro di te. E’ qualcosa di cui noi genitori dobbiamo essere assolutamente consapevoli.

Altrimenti nella vita dei nostri figli entra il peggio e nella loro mente, dimensioni ed esperienze che hanno significati e risvolti emotivi enormi (la vita e la morte lo sono; la violenza fine a se stessa lo è; il gioco che si trasforma in esperienza per vincere soldi o per subire la morte lo è) si depositano in modo caotico e disorganizzato. Potendosi anche trasformare in esperienze traumatizzanti, ovvero che il soggetto non riesce a gestire nella propria psiche. E perciò ne rimane disturbato e impattato”.

Così, “bambini che guardano ‘Squid game’ e poi ne simulano le azioni nel loro gioco durante l’intervallo scolastico forse stanno semplicemente imitando ciò che hanno visto. O forse ci stanno comunicando che dentro di loro è entrato ‘qualcosa’ che devono buttare fuori, perché non sanno dove metterlo.

Il gioco è il loro modo per tentare di farlo. Ma il gioco non fa miracoli e certe cose possono ‘tatuarsi’ nella loro mente e da lì non uscire più. Come psicoterapeuta, rimango tuttora colpito da quanti pazienti adulti mi hanno raccontato di non aver mai superato la traumatizzazione conseguente a certi film dell’orrore visti da bambini o adolescenti; primo fra tutti ‘L’Esorcista’.

La problematicità sta nel fatto che certi contenuti non vengono ‘metabolizzati’ quando la mente non ha le competenze per riuscire a farlo. E la mente dei bambini e dei preadolescenti non è in grado di metabolizzare i contenuti di una serie come Squid game”.

Ecco perché il monito sta nel titolo del libro, che Pellai rilancia di fronte a questa nuova moda: “’Vietato ai minori di 14 anni’ non è un messaggio che reprime la crescita: in casi come questi la protegge, la sostiene e la promuove. E forse noi adulti dovremmo smetterla di affermare a priori che è ‘vietato vietare”’ la cosa più frequente che mi sono sentito dire in quest’ultimo mese, dopo che è uscito il nostro libro che ha osato mettere questo verbo nel titolo”.

L’invito è quindi a riflettere “su quanto è tossico l’ambiente in cui stanno crescendo i nostri figli, ma soprattutto su quanto siamo diventati fragili noi adulti nel fare il nostro mestiere di adulti”. E la raccomandazione è netta: “Adulti con la A maiuscola non permettono ai bambini di vedere ‘Squid game’. E in una società civile si dovrebbe fare di tutto perché ciò non avvenga”.