Tempo di lettura: 3 minuti

Torino. Dalle prime scalate alle ultime esplorazioni, con enorme talento e una dedizione senza compromessi, per tutta la vita Walter Bonatti andò alla scoperta del mondo e di se stesso.

Nel decennale della scomparsa di Walter Bonatti, il Museo Nazionale della Montagna presenta la mostra “Stati di grazia, frutto e coronamento del lavoro di riordino, catalogazione e digitalizzazione dell’Archivio Walter Bonatti, donato al Museo nell’agosto 2016 dagli eredi dell’alpinista ed esploratore. L’esposizione si inserisce in un percorso strettamente integrato nell’impegno del Museo per l’incremento, lo studio e la promozione delle culture delle montagne.

A muovere Walter Bonatti era il desiderio di avventura, ma non solo: il suo rapporto con la wilderness era caratterizzato da una ricerca che all’inizio fu quasi inconsapevole, ma con gli anni si fece sempre più lucida e determinata, fino a diventare un vero e proprio esperimento. E se il suo approccio alla montagna, alla natura, all’Altro, è molto personale, sono invece universali gli spunti che ci offre per recuperare una relazione “sana” con un pianeta e una modernità alterati, nella consapevolezza della necessità di un nuovo sguardo sul mondo e sul ruolo dei suoi abitanti.

Con il passaggio dall’alpinismo all’esplorazione, nel 1965, Bonatti trasferì nei viaggi le capacità affinate in montagna e la voglia di cercare confini dove mettersi alla prova. La carriera di alpinista proseguì infatti con coerenza in quella di inviato-esploratore, con l’attrazione nei confronti di ambienti estremi dove cercare spazi, esperienze sensoriali, introspezione e libertà.

In questo modo a Bonatti si aprì anche una diversa visione del mondo: il suo approccio, basato su una singolare miscela di solitudine ed empatia, slancio e introspezione, curiosità e prudenza, gli permise di entrare in dimensioni particolari e di sperimentare situazioni fisiche e psicologiche eccezionali, compresa quella che definiva “stato di grazia”: una condizione sospesa in cui l’impossibile cessa di essere tale, una sorta di comunione ipnotica tra l’uomo e l’ambiente, una fusione tra mondo esterno e mondo interiore. È la meraviglia di fronte alle forze della natura e la scoperta sorprendente di aver toccato e di poter superare i propri limiti.

Quello di Walter Bonatti è l’archivio di una storia immensa. Un patrimonio così ricco, e ora sistematizzato, avrebbe reso facile riempire le sale espositive con una semplice esibizione di memorabilia. Il progetto, curato da Roberto Mantovani e Angelo Ponta, ha invece inteso approfondire il tema che dà titolo alla mostra e che corre sì lungo l’intera biografia di Bonatti, ma rappresenta un nuovo spunto che contribuisce a riflettere sull’interesse e sull’affezione che tuttora circondano il personaggio e lo mantengono ancora così radicato nel dibattito e nell’immaginario collettivi.

Molto del fascino che Bonatti continua a esercitare e molta della sua attualità risiede proprio in quella disponibilità a incontrare l’ignoto, anche il non umano, per scoprire qualcosa di nuovo e riscoprire qualcosa di antico, che ci riavvicini a noi stessi, a ciò che eravamo e che potremmo essere. In quel desiderio e in quella capacità di provare emozioni forti e poi ragionare su quel che si è vissuto, mettendolo a frutto in maniera anche imprevista, e poi raccontarlo, e attraverso il racconto arrivare a comprendere qualcosa in più di tutti noi.

Diceva Bonatti nel 1988: “Innanzitutto fa paura tutto ciò che non si conosce. Quindi io faccio del mio meglio per conoscere. E così riduco la mia paura”.

Perciò in mostra non si vuole tanto ricostruire la storia di Walter Bonatti, quanto mettere in luce quel filo che lega le sue avventure e le sue emozioni, dalla montagna al mondo. Nel farlo si attinge non solo alle immagini, agli oggetti e alle parole che rendono prezioso il suo Archivio, ma anche “riproducendo” alcuni degli ambienti nei quali Bonatti si è immerso, dalle grandi pareti delle Alpi ai confini del pianeta con ghiacci, foreste e vulcani, provando a suscitare nel visitatore qualche suggestione e a sviluppare una partecipazione emotiva al mondo bonattiano.