Peg lasciava la scena di questo mondo circa un paio d’anni dopo l’interesse dimostratole anche dalla nota rivista americana “Life” che si era occupata di lei, dedicandole cinque pagine nell’edizione del 25 settembre del 1961, in un diffuso articolo a firma di Elisabeth Mann Borgese, figlia di Thomas Mann.

Quando la famosa barboncina che pare sapesse, leggere, scrivere e fare di conto, si accomiatava dai mortali, spirando a Chiari dove aveva da sempre vissuto con Ines Giordano Corridori, il “Giornale di Brescia” la ricordava in un puntuale contributo di stampa, apparso sul numero quotidiano del 25 agosto 1963 che ne annunciava la fatale dipartita.

La circostanza si prestava anche per una sommaria e partecipe evocazione delle incredibili gesta di questa cagnolina clarense che aveva sorpreso tutti, con le sue doti inequivocabili di perspicace essere intelligente.

Aveva scritto di lei anche il noto giornalista e scrittore Dino Buzzati, nell’avvincente scorrevolezza narrante del racconto, dal simpatico titolo di “L’Einstein dei cani si intenerisce per i gatti” che, dopo essere stato pubblicato sul “Corriere della Sera” del 15 dicembre 1959, era stato poi affidato alle pagine del libro “Bestiario”, quale gustoso compendio di resoconti analoghi a questo ispirato scritto, funzionale a rivelarsi pure mezzo didascalico di un fenomeno che aveva del fantastico.

casa_pegRiguardo “la famosa cagnetta sapiente che sa leggere e scrivere e far di conto, comprese le radici quadrate; uno dei fenomeni nel genere, più ragguardevoli di questi ultimi decenni”, l’attenzione dell’eclettico cronista, autore, fra l’altro, del “Deserto dei Tartari”, modellava la chiara sintesi di un’efficace rappresentazione che, nel merito dell’esemplare canino in questione, ne circostanziava una corrispondente ed effettiva  descrizione: “Siamo in un ampio salotto della Villa Giordano Corridori, a Chiari. Sul tappeto la signora ha disposto in apparente disordine tanti cartoncini bianchi con le lettere dell’alfabeto (mancano solo l’i lungo, l’ipsilon, il cu ed il cappa); ogni cartello ha un nastrino perchè Peg lo possa prendere più facilmente coi denti. Disordine apparente, abbiamo detto:  perchè invece le lettere sono disposte a gruppi, secondo uno schema prestabilito, cosicchè Peg che a questo schema è abituata, le possa rintracciare più facilmente”.

In questa località bresciana, nell’aprile del 2013, laFondazione Morcelli Repossi” aveva organizzato una mostra dedicata all’illustre bestiola, proponendola nel periodo contestuale all’uscita in stampa di quanto sul “Giornale di Brescia” del 07 aprile di quell’anno, si poneva a notizia dell’articolata iniziativa giunta a conclamata maturazione, riferendo, fra l’altro, a tal proposito che “Nella vita precedente – così raccontava la sua padrona – era una nobildonna tedesca, si chiamava Paola Namenberger, abitava ad Hannover ed era sposata con un certo Peter”: poi nel ’49, quando rinacque con coda e quattro zampe, Ines Giordano Corridori la battezzò Peg. In quella vita era infatti una cagnolina, una cagnolina davvero speciale: oltre a ricordare il matrimonio con Peter e le loro due figlie, conosceva il nome dei continenti e dei colori, leggeva ore e minuti sull’orologio, coniugava i verbi ed estraeva le radici quadrate. Le mancava la parola, ma sapeva comunicare usando i cartoncini sui quali la signora Ines, la sua padrona, aveva scritto numeri e lettere”. 

Analogamente a questi caratteristici aspetti, documentati nell’informazione accennata dalla giornalista Barbara Bertocchi, a margine di un colloquio intercorso con Ione Belotti, presidente della “Fondazione Morcelli Repossi”, ciò che era, invece, parso a Dino Buzzati, secondo quanto da lui redatto dopo la sua personale trasferta finalizzata a conoscere la cagnolina, nella villa neogotica in fronte alla stazione ferroviaria di Chiari, era pure che “Quanti per la prima volta la avvicinano e assistono alle sue bravure, restano naturalmente sbalorditi. Poi passato lo sbigottimento, si domandano: il trucco dov’è? L’uomo, infatti si ribella all’idea che un can barbone possa ragionare, sentire ed esprimersi come lui. Basta però parlare cinque minuti con la sua padrona per convincersi che di trucco non c’è ombra. Ines Giordano Corridori è una signora in tutti i sensi della parola”.

Riguardo Peg che per dire di no, pare abbaiasse due volte di seguito e che per dire, invece, di sì abbaiasse, invece, una volta di più, oppure si rizzasse sulle zampe posteriori, lo scrittore si era inoltrato nell’esperienza diretta pervasa da una estemporanea dimostrazione, raccogliendo, in seguito, l’esito della performante spettacolarità di una riuscita ed arcana prestazione: “Si tratta di una pura e semplice intervista senza secondi fini. Peg ha otto anni, ormai. Si è fatta, con l’età, alquanto tracagnotta, di “linea” non è più il caso di parlare. Ed ha cominciato a incanutire. Chi la conosce da tempo (la rivelazione del suo talento venne all’età di due anni circa) dice che una volta era più vivace e scattante. Ma il relativo appesantimento corporale non ha influito sulla psiche: le facoltà mentali si sono ancor più raffinate, se mai. Riferisco qui dunque testualmente la conversazione. Avevo chiesto alla barboncina se sapesse lo scopo dell’esibizione pubblica di sabato prossimo. Incitata con amorevoli parole dalla padrona – frasi come “attenta, su, non sbagliare! Attenta bene! Non voglio che tu sbagli”, che non possono avere alcun significato convenzionale – la cagnolina, con lodevole speditezza, prende fra i denti il cartello del P, fa un giretto per la sala e quindi va a portare il cartoncino alla padrona. Quindi prende l’R. “Che cosa manca?” chiede la signora. Senza scomporsi Peg solleva dal tappeto la lettera E. “Su, Peg, da brava, attenta! Su, che dopo ti do il biscottino!”. Spiritualissima, certo, la cagnolina; ma la parola biscotto agisce ogni volta su di lei come un colpo di frusta. Seguono le lettere I, P, O, V, e A. “Attenta, attenta bene!” implora a questo punto la signora. E Peg non rimane insensibile. Accortasi dello sbaglio, lascia cadere l’A, e va a prendere l’E. Aggiunge l’R, l’I, il G, l’A, due volte il T e l’I. Infine, si siede di fronte alla padrona e abbaia quattro volte. La risposta è compiuta e suona nei seguenti termini: PRE I POVERI GATTI”.

A quell’uomo sconosciuto, venuto da Milano per intervistarla, Peg pare avesse risposto con quell’appropriatezza che si era rivelata calzante rispetto all’appuntamento che l’avrebbe, di lì a poco,  attesa, nella città meneghina, proprio per una manifestazione approntata dalla “Lega per la difesa del gatto”, a favore della quale sarebbe andato il ricavato delle sue esibizioni che, come nella generalità di altre simili e pubbliche occasioni, prendeva la strada della beneficenza che, in questo caso, era destinata ad “un asilo milanese dei gatti”, dando, per questo, ispirazione al medesimo intervistatore per la scelta del titolo del suo articolo, allusivo della suffragata genialità canina, singolarmente mostratasi disponibile nei riguardi di una solidarietà rivolta ad una nutrita schiera felina.

Pare che ammontasse a circa dodici milioni, nella valuta delle allora lire, la cifra elargita in beneficenza da parte di quel “binomio” a cui l’articolo del “Giornale di Brescia” del 27 agosto 1963 si riferiva, nel significare il sinergico e probabilmente telepatico appaiamento femminile fra la barboncina e la sua stessa proprietaria: “Peg si è esibita per anni e anni senza ricevere altro premio se non frammenti di biscotto, mentre i compensi che le sue prestazioni le meritarono valsero ad alleviare tante miserie e assicurarono, altresì, ore di svago sereno per centinaia di persone”.

Intanto, già nel mentre in cui, Peg, ormai, diradava il ritmo degli impegni, un tempo, praticati nelle più disparate sedi nelle quali dava assiduamente prova delle proprie naturali capacità, unite alla sorprendente intesa con chi, da sempre, l’accompagnava a soddisfare le curiosità altrui, sembra che, come, fra l’altro, si attestava nel citato articolo “da un  paio d’anni la signora possiede un’altra barboncina, Kiki. Dapprima Peg la guardò con diffidenza e con gelosia malcelata, quindi si rivelò disposta a considerarla l’erede della sua eccezionale carriera”.

Carriera che sembra, però, sia rimasta di leggendaria pertinenza in capo a quella cotonata creatura a quattro zampe che aveva originalmente costruito un proprio tipico ruolo nella incredibile figura di una assodata consistenza di cui, ancor oggi, uno sfumato ricordo pare ne profili il misterioso racconto di una impareggiabile ed incredibile evanescenza, fra le manifestazioni connaturate ad un dialogo recondito, elevato sul piano sconosciuto di una sovrumana e segreta conoscenza.