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16 maggio 1945, un uomo dagli occhi di un azzurro limpido avanza lungo l’argine dell’Adige. Le gambe lo sostengono a malapena, ma il passo non rallenta.

Lo sguardo è dritto davanti a sé e punta verso un campanile. Una delle poche costruzioni rimaste in piedi. La guerra aveva cancellato Legnago, bassa veronese. Il ponte sull’Adige non esisteva più. Anche Porto Legnago era stata colpita a morte.

Quel giorno di settanta anni fa, dopo quaranta mesi di assenza e di guerra, Secondo Gatti stava tornando finalmente a casa.

Dopo aver attraversato a piedi l’Albania, i Balcani, parte dell’Austria. Dopo aver passato le Alpi a Tarvisio e da qui essere sceso verso sud ovest con il miraggio di Porto Legnago, la sua casa, la sua famiglia.

Secondo Gatti oggi ha 93 anni e ne dimostra dieci di meno. Per tutta la vita ha ricordato quel lungo ritorno verso casa durato due anni. E nel 1990 ha deciso di scriverlo.

Ecco alcuni frammenti del suo diario che da oggi fa parte del progetto Memorie in cammino che l’Istituto Cervi di Gattatico, a Reggio Emilia, sta portando avanti da tre anni in collaborazione con Cassa Padana.

Agosto 1942. In nave, da Bari verso Durazzo, Albania: “Era una notte di chiaro di luna. Così presi una matita e un foglio per scrivere alla mia ragazza”. Secondo sarebbe rimasto a Durazzo, assieme al fratello gemello Primo, per quasi un anno.

Luglio 1943. Trasferimento a Valona: “Fu lì che venni diviso da mio fratello, con il quale avevo condiviso fino a quel giorno ogni istante della mia vita. Anche in guerra”.

8 settembre 1943. Mancano pochi minuti alle 20. Secondo, che fa il marconista, riceve il marconigramma che gli cambierà la vita: “Attenzione, l’Italia si è arresa. Ha dato l’armistizio incondizionato”. La guerra sembra finita. Lui lo sa. Ma nel campo degli italiani è la paralisi.

10 settembre 1943. Secondo riceve un altro marconigramma: sono le 10 della mattina e da Atene i tedeschi stanno marciando verso Valona. Arrivò a notte quel reggimento in fuga. Presero il comando italiano e fecero tutti prigionieri.

“Eravamo circa 6mila, ci misero in un recinto dove restammo per otto giorni senza una briciola di pane. Il nono giorno riuscimmo a rubare un cavallo, a ucciderlo e a strappare la sua carne con le mani. Mangiammo così e stemmo tutti male”.

20 settembre 1943. “Verso le 14 scesero i partigiani dalle montagne e attaccarono i tedeschi. Ci urlarono di andarcene via. Scappai in montagna. Avevo un paio di pantaloncini corti, un paio di scarpe e una camicia leggera.

Nelle montagne albanesi trovai un’immensa miseria. Le persone non avevano nulla da mangiare. Con i miei compagni ci siamo sfamati con quello che trovavamo nei campi: tartarughe, lumache, erba. Di notte dormivamo sotto gli alberi. Alla fine trovammo una famiglia che in cambio di lavoro ci dava da mangiare il buc, un pane fatto con la farina di granoturco”.

Gennaio 1944. “Lassù sulle montagne incontrammo un italiano. Ci disse che lungo la costa, di notte, partivano dei piroscafi che ci avrebbero portato in Italia. Non ci fidammo. I tedeschi continuavano in quei mesi a rastrellare la costa albanese. Restammo in montagna. Senza scarpe. Con i piedi avvolti da stracci consunti.

Qualche giorno dopo dovemmo lasciare la famiglia albanese: non aveva più nulla da dividere. Ci mettemmo in marcia e dopo due giorni arrivammo a un posto di blocco tedesco. Eravamo vestiti come albanesi, ma loro ci riconobbero.

Mi portarono prima in un campo di concentramento vicino al bosco, poi in carcere a Valona. Vivevamo come bestie, ma almeno c’era una signorina, che faceva la prostituta, che due volte alla settimana ci portava delle pagnotte di pane. Divideva con noi i suoi guadagni”.

Maggio 1944. “I tedeschi ci portavano a lavorare. Pochissimo ci davano da mangiare. Mi abituai a esistere fra la vita e la morte. Vidi tanti compagni morire ed essere sepolti in fosse comuni: lente palate di terra ricoprivano i loro visi e i corpi vestiti solo da logore magliette”.

Giugno 1944. “Partimmo verso Scutari, così decisero i tedeschi. Poi in cammino verso Tirana. Qui restammo per 45 giorni”.

Luglio 1944. “Scelsero cinque di noi e ci portarono a lavorare in una scuderia tedesca. Ci fecero addirittura lavare: non toccavo acqua da 11 mesi e mi sembrò di rinascere. Ci diedero anche dei vestiti puliti, due cavalli e un carretto. Era ormai quasi un anno dall’armistizio, ma non sapevano nulla di ciò che stava succedendo in Italia”.

Novembre 1944. “Da più di un mese i tedeschi avevano iniziato la ritirata verso Belgrado. Anche noi eravamo in marcia con loro. Dopo 45 giorni di cammino arrivammo a Cracuivac. Fu un inferno. Eravamo circondati da russi e da partigiani”.

Dicembre 1944. “I tedeschi ripresero la ritirata, lungo piccole strade di montagna. Fu un inverno freddissimo e di neve. Avevo solo una coperta per difendermi dal freddo”.

In quei giorni, abbandonati a loro stessi dall’esercito tedesco in fuga, gli italiani presero la strada verso casa. Furono mesi di fame, freddo, fatica. Venne il 25 aprile e quasi loro non se ne accorsero.

Poi quel 16 maggio 1945 finalmente arrivò.

Piange Secondo mentre racconta gli ultimi metri che lo separavano da casa. “E’ difficile descrivere quello che provavo in quei momenti, Ricordo quel giorno come il più bello della mia vita. Nell’ultimo tratto della stradina che portava a casa mia vidi una donna: era mia mamma che mi veniva incontro. Non so come ma mi misi a correre, la raggiunsi, l’abbracciai. Dalla gioia non sentivo più nemmeno la fame. Mio fratello Primo fu meno fortunato: tornò a casa dalla Jugoslavia, dove era stato internato, solo nel novembre 1946”.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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