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Dopo la fuga dalla loro città, devastata dai bombardamenti, Cirillo di 44 anni e Katia di 33 anni con la loro piccola Emma di un anno e mezzo, non hanno paura di iniziare una nuova vita in Europa.

Si trovano, infatti, da pochi giorni a Lisbona, in Portogallo  dove sono stati accolti e riconosciuti rifugiati politici in fuga dalla guerra. A raccontare tutta l’odissea del viaggio partito da Kharkiv, attraversando Moldavia e Romania con un volo per Palermo e poi infine un altro per Lisbona è proprio Cirillo che, oltre ad ucraino e russo, parla anche italiano, francese e inglese.

Come state?
Ci troviamo da pochi giorni a Lisbona. Stiamo benissimo insieme alla nostra piccola Emma che ha un anno e mezzo. Siamo in un luogo completamente diverso dalla nostra città. Lisbona è molto antica ed è accogliente e molto bella. Siamo in Europa e lo Stato ci ha accolto subito come rifugiati politici di guerra. Per il momento stiamo facendo tutti i documenti necessari per potere usufruire dei diversi servizi.

Da dove siete fuggiti?
Siamo scappati dalla nostra città di Kharkiv che, essendo la più vicina al confine russo, è stata la prima ad essere bombardata. Dopo i primi due giorni di bombardamenti, abbiamo deciso, per proteggere la nostra piccola Emma, di fuggire dalla città perché rimanere era troppo pericoloso. Insieme a mia moglie e mia figlia sono potuto scappare anche io perché ancora non era bloccato l’ingresso al confine agli uomini. Adesso la situazione è molto diversa perché a nessun uomo ucraino o straniero è permesso di allontanarsi dall’Ucraina.

Quali città e paesi avete attraversato?
Da Kharkiv siamo andati in macchina ad Odessa da dove, insieme ad altre persone, poi abbiamo proseguito tutto il cammino a piedi fino al confine con la Moldavia. Dopo 8 ore di cammino a piedi abbiamo raggiunto il confine moldavo dove subito ci hanno accolto dei volontari civili  dandoci cibo, acqua e ciò che ci serviva.

Ci hanno portati nella capitale della Moldavia Chisinau dove alcune persone ci hanno fatto trascorrere la notte in casa loro. Dopo abbiamo preso il pullman per andare  nella città della Romania di Iasi. Da quest’ultima siamo poi arrivati a Bucarest dove abbiamo deciso in quale altra città europea andare. Considerato che la piccola Emma era già molto stanca di tutto il viaggio, abbiamo così scelto Palermo perché aveva un volo diretto che ci avrebbe permesso di raggiungere in 2 ore la città.

A Palermo che cosa è avvenuto?
Dentro l’aereo abbiamo conosciuto una ragazza americana che poi ci ha pagato il taxi e l’albergo per una notte a Palermo. Una seconda notte ci è stata offerta dall’albergatore. Marco, il manager dell’albergo, ha poi chiamato il francescano fra’ Loris. Lui ci è venuto a prendere per darci ospitalità in un primo convento e poi in una seconda casa religiosa di Baida. Dopo alcuni giorni di ospitalità, abbiamo deciso di andare in Portogallo.

Considerato che erano nel frattempo avvenuti gli accordi internazionali in Unione Europea per accogliere noi profughi, il Portogallo ci ha accolto come rifugiati di guerra. A Lisbona siamo per il momento in un albergo dotato di tutte le comodità.

Siete riusciti a portare con voi denaro?
Siamo scappati con pochissime cose personali. Le nostre carte bancarie erano bloccate e avevamo solo 20 euro. Siamo riusciti ad andare avanti grazie ad alcuni soldi che ci hanno fatto avere un amico russo e un amico italiano.

Che studi avete fatto e che lavoro facevate in Ucraina?
Io e Katia siamo degli ingegneri tecnici. Lei lavorava sul sito di Istagram e io ero impegnato nell’ambito delle strategie di trading in borsa.

Che notizie avete dei vostri familiari?
Io sono figlio unico e fortunatamente mia madre di 73 anni, rimasta fino agli ultimi pesanti bombardamenti, è riuscita dopo un faticosissimo viaggio a raggiungere la Svezia. Katia ha le sue sorelle che, in questo momento, sono in viaggio verso il confine con la Moldavia.

Siete in contatto con altri amici?
Sì, alcuni stanno facendo viaggi molto lunghi perché la situazione, rispetto a quando siamo partiti noi è diventata sempre più pericolosa e difficile. Stanno cercando di scappare tutti. Da altre città, per esempio da Mariupol, sappiamo che c’è la gente che sta morendo di fame e per mancanza di acqua anche di disidratazione.

Come vi sentite in questo momento in cui siete in un altro Paese?
Siamo contenti di esserci salvati soprattutto per il bene della nostra bambina. Penso che tutto il popolo ucraino debba fuggire perché Putin non vuole impadronirsi del nostro Paese ma solo distruggerlo.

Cosa pensa del conflitto?
La mia città a soli 30 chilometri dalla Russia è sempre stata legata ai russi. Io e mia moglie siamo nati in Russia. Prima di adesso, eravamo popoli fratelli. Adesso non si riesce a capire cosa sia successo a Putin che, bombardando la nostra città come le altre, ha fatto morire pure tanti russi che vivevano insieme a noi.

Crede nella possibilità della pace e quindi nella fine della guerra?
Ci credo e ci spero ma per adesso mi sembra una cosa molto lontana. Penso che solo i russi potranno, dal loro interno, fermare Putin. Mi sembra difficile che riesca a farlo l’Europa. Sappiamo che la maggior parte del popolo russo non vuole questa guerra e solo circa il 20% approva il conflitto. Solo i ricchi russi potrebbero influenzare e condizionare le scelte di Putin per cercare di cambiare le cose.

Come vedete il vostro futuro?
La nostra scelta è quella di non tornare più nel nostro Paese dove, in questo momento e, forse per lungo tempo, sarà impossibile vivere. Quando stavamo attraversando il confine dall’Ucraina alla Moldavia – a me che sono uomo – gli addetti al controllo ucraini mi hanno detto che mi sarei pentito di questa scelta e che, se un giorno volessi ritornare, non sarei più gradito. La nostra speranza, oggi, è quella di ripartire completamente da zero con una nuova vita tutta europea. Lo stiamo facendo, soprattutto, per garantire un futuro di vita diverso alla nostra piccola Emma.