Abbiamo trasformato in concretezza i nostri sogni e l’amore per la nostra terra”. Domenico Vivino, trentadue anni, di San Floro, borgo in provincia di Catanzaro, racconta la sua storia di “restanza”. Una storia condivisa con due giovani donne, della Calabria come lui: Miriam Pugliese, sua compagna nella vita e nel lavoro, e Giovanna Bagnato. Nel 2014 creano insieme la cooperativa “Nido di Seta”.

La loro avventura parte dalla terra, da un appezzamento di circa cinque ettari di proprietà del Comune. Qui esisteva un gelseto inutilizzato per un’estensione di circa due ettari. Viene fuori l’idea di prendere in gestione il tutto per recuperare l’antica via della seta calabrese tra agricoltura, artigianato e cultura, secondo tradizione e innovazione.

Tre testimoni di “restanza”

 Domenico, Miriam e Giovanna sono le tre “anime” della cooperativa Nido di Seta. Diversi, ma uniti nel segno della restanza caratterizzata da coraggio, resilienza, spirito costruttivo per tornare e per restare lì dove è spesso più facile pensare all’abbandono e alla dimenticanza.

“Inizialmente non avevo ben chiaro il mio futuro, ma dentro di me c’era sempre la voglia di creare qualcosa in Calabria, perché ogni posto in cui stavo non lo sentivo mai mio”, dice Domenico, una laurea in sociologia alla “Federico II” di Napoli e la scelta di tornare a vivere e lavorare a San Floro, suo paese d’origine. Scelta simile per Miriam, trent’anni, dopo gli effetti della crisi e la perdita del posto come hostess di terra a Milano e dopo la parentesi di vita in Germania per imparare la lingua e trovare un lavoro.

“Alla fine ho scelto il sole” ripete spesso la donna. Come lei Giovanna, sua amica e coetanea: rimasta nella sua San Floro, adesso applica ciò che ha imparato all’istituto d’arte del vicino borgo di Squillace per creare gioielli in ceramica e trame di seta.

La filiera della seta

 “La nostra è una piccola filiera, una via della seta che parte dalla coltivazione della terra e arriva ai prodotti finiti come sciarpe, foulard, cravatte e gioielli”, spiega Domenico. Si va dalla coltivazione del gelso alla coltura del baco da seta passando per la lavorazione del filato e per la tessitura a mano. Senza dimenticare le more di gelso e la confettura che ne deriva. Una serie di attività che oltre alle tre persone della cooperativa coinvolge altra manodopera tra aprile e ottobre, nel periodo più impegnativo dell’anno. Mentre per la lavorazione del filato e la tessitura “collaborano almeno quattro artigiane delle province di Catanzaro e Cosenza” che ridanno vita ad antichi saperi tornati alla luce per nuove opportunità di lavoro.

Il turismo è la nostra leva”

 Il gelseto, il percorso naturalistico, la trattura della seta, i prodotti finiti, partendo dalle visite al museo della seta situato all’interno del castello Caracciolo, nel centro storico di San Floro: questo e altro sono elementi di un turismo promosso dalla cooperativa. Studenti da più parti della Calabria, ma anche stranieri che arrivano “soprattutto dal Nord Europa e dagli Stati Uniti”. E i risultati sono presto detti: “Ogni anno riusciamo a portare San Floro circa seimila persone”, calcola Domenico; “si tratta – aggiunge – di un turismo lento, capace di orchestrare agricoltura, artigianato, tradizione e cultura in armonia con il territorio. Un turismo che è grande leva per la nostra cooperativa e per lo sviluppo della regione”.

Come incoraggiare la restanza

 Il bilancio delle attività di Nido di Seta è positivo: “Le difficoltà non mancano e i primi due anni – dice Domenico – sono stati duri. Da due anni a questa parte, però, stiamo vedendo i risultati di un progetto dalle fondamenta solide”. Un’esperienza di restanza riuscita, dunque. Ma cosa serve per facilitare percorsi simili a questi? “La cittadinanza attiva, la caparbietà, il crederci fino in fondo, il non lamentarsi sono aspetti importanti. Però – sostiene il fondatore di Nido di seta – serve anche l’aiuto delle istituzioni, soprattutto dei Comuni che sono gli enti più vicini ai cittadini. Le istituzioni devono dare un indirizzo politico mantenendosi sulla stessa lunghezza d’onda di questa voglia di cambiamento che si sta diffondendo soprattutto al Sud: devono puntare alle potenzialità del territorio oltre gli slogan, per aiutare chi ha voglia di mettersi in gioco nella nostra terra”.