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Gottolengo (Brescia) – Lo chiamano dialetto, ma è una lingua. Affonda le sue radici nei mille anni di storia di invasioni,di domini diversi,di contese tra la Serenissima e Milano, di echi francesi ed austriaci. La lingua della
confidenza, quella che si usa con i familiari e gli amici veri.La lingua dei racconti di mio padre. Lui conosceva delle storie bellissime e ne inventava per noi.

La vigilia dell’arrivo di Santa Lucia ci obbligava ad andare a letto presto perché la santa arrivava con il suo carretto lungo le”topine”, la stradina che solo chi è nato qua conosce e che porta dal paese alla nostra cascina.Con la nebbia fitta la Santa poteva finire con la ruota dentro un “dogal” un fossetto laterale che serviva per irrigare. Toccava a mio padre aiutarla con la nostra “picola” il piccolo trattore.Poco importava se le notte era stellata di gelo .. la storia era sempre la stessa:la nebbia della bassa insidiava la santa che effettivamente avrebbe potuto volare ma non lo faceva.

Allora mettevamo un mazzolino di fieno legato stretto alla finestra e un pastone di crusca,orgogliosi del compito che era affidato a nostro padre. Al mattino,una mano gentile provvedeva a toglierli entrambi,lasciandoci l’illusione che l’asino li avesse davvero graditi. Il tavolo della cucina luccicava di carte colorate:ed era più l’effetto che la sostanza.

Ognuno aveva il proprio vassoio con una bambolina di zucchero, un torroncino in miniatura, i soldi di cioccolato , quelle bananine fondenti con il cocco all’interno e le caramelle con le frangette.Poi frutta di stagione. Profumo di mandarini e di dolce. Intorno solo il calore della sorpresa e della gioia perché la stufa a legna era ancora spenta. Sul tavolo anche un gioco o un astuccio per la scuola e per i miei fratelli quei
finti fucili o il meccano con i quali trascorrevano ore e ore in scorribande con i vicini o in costruzioni con cui dimostravano tutta la creatività.

E non mancavano i libri. ”Pattini d’argento”,”Oliver Twist”,”Senza famiglia”,”Piccole donne” “Robinson Crusoe” ”,”Capitani coraggiosi”,”Le avventure di Tom Sawyer”.Ispirati da Mark Twain vivevamo avventure irripetibili,non certo lungo le rive del Mississipi ma del Redone. Nella vecchia libreria di mia madre spiccano ancora le copertine mezze rovinate, le pagine sono un po’ ingiallite e alcune staccate a furia di leggerli
e di passarceli.

I dolci finivano in pochi giorni e rimanevano, come oggetto di scambio, solo la frutta secca e quelle mandorle così dure che era quasi impossibile rompere. Poi in bicicletta si andava a scuola e il freddo pungente quasi non si avvertiva ,imbottiti come eravamo di sogni e di illusioni.

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Giusi Morbini
Insegnante di scuola primaria ormai da molti anni, ma ancora non prossima alla pensione. Nata e vissuta in campagna, crede nell'importanza di riscoprire le nostre radici e di conservare le nostre tradizioni. Sempre nel rispetto di tutte le culture. Scrive per diletto.

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