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I bagagli sono quasi pronti, ma i preparativi non finiscono mai, quando la mèta è un sogno: il sogno si chiama Tokyo e Silvia Biasi sta per realizzarlo, visto che venerdì 6 agosto partirà per Roma e da qui sabato decollerà per il Giappone.

Le Paralimpiadi attendono lei e la nazionale azzurra di sitting volley, in cui gioca come libero titolare. La stessa Nazionale con cui ha conquistato un argento ai Campionati Europei 2019 e un quarto posto ai Campionati mondiali.

La formazione, come il regolamento prevede, comprende solo atlete con disabilità: a due, tra cui lei, manca un braccio, ad altre manca una gamba, altre ancora hanno la sclerosi multipla.

Silvia gioca con la protesi, la sua compagna invece no. “Ma io della protesi non so più fare a meno, mentre da bambina la odiavo”, ci racconta, ricordando l’incidente che, a 5 anni, le portò via la mano destra.

“L’avevo infilata in un macchinario agricolo che smistava mangime per galline. Ero così piccola che per me avere una sola mano non è mai stato un grande problema, è come se fossi nata senza”. Così, fin da piccola, seguendo l’esempio delle sue due sorelle, Silvia ha giocato a pallavolo, ottenendo ottimi risultati.

Ora Silvia ha 33 anni, vive vicino a Treviso, dove è nata, gioca e allena nella società Volley Codogné e nella nazionale di sitting volley. Ma lavora anche in un’azienda, dove si occupa di sicurezza. E ha appena raccontato la sua vita in un libro, “Volevo solo giocare a pallavolo” (Ediciclo Editore), insieme alla giornalista Antonella Stelitani.

volevo solo giocare a pallavoloPallavolo in piedi, pallavolo seduti: comunque senza una mano non è proprio lo sport più indicato… Quando è nata questa passione?
Ero piccola: avevo provato un paio di sport, che però si erano rivelati pericolosi per me. Le mie sorelle giocavano a pallavolo e ho insistito per poter giocare: certo era complicato, perché rischiavo di rompere la protesi.

La mia compagna di quadra. Raffaella Battaglia, a cui pure manca una mano, gioca senza protesi. Ma io non riuscivo: quella protesi, che subito i miei genitori mi avevano fatto costruire a Vigorso di Budrio, e che i primi tempi avevo odiato e rifiutato, era poi diventata parte di me e non riuscivo più a fare niente senza. Così ho giocato sempre con la protesi e ho fatto tutto il percorso delle giovanili.

A 17 anni un’allenatrice mi ha suggerito di rinunciare, perché a quei livelli di agonismo non sarei riuscita a gestire palloni forti sulla protesi: sono rimasta scottata, ma questo non mi ha spinto ad allontanarmi dalla palestra. Giocavo bene, come titolare, ho fatto un bel percorso. Quando però sono diventata fuori età per continuare nelle giovanili, ho lasciato perdere. Ho iniziato però ad allenare bambini e adulti.

E l’incontro con il sitting volley, com’è avvenuto?
E’ stato un arbitro a propormi di entrare a far parte di una società di Treviso che stava sperimentando il sitting e io ho detto di sì: era la fine del 2016. All’inizio non mi ha entusiasmato spostarsi a terra, le mani poggiate ad aiutare nella spinta verso la palla. Io non ho particolare pazienza, ero lì lì per mollare. Poi ho iniziato ad appassionarmi.

La squadra era composta da tutti atleti senza disabilità, a parte me un ragazzo a cui mancava una gamba. Ho deciso di continuare, per provare a tirar fuori da casa qualche altro atleta disabile. Nel 2017, ho ricevuto la chiamata dalla Nazionale: un primo stage a Milano, poi i collegiali e le prime competizioni internazionali. Ed è iniziato così questo percorso che ci ha portato agli Europei e alla qualificazione: sapevamo di potercela fare e ce l’abbiamo fatta.

Hai anche una tua squadra locale…
Sì. Con la società del mio paese, Volley Codogné, ho aperto la mia squadra di sitting. Qui gioco e alleno, un impegno praticamente quotidiano, che si affianca a quello con la nazionale, con cui mi incontro un fine settimana ogni 15 giorni circa, con momenti più intensi a ridosso delle competizioni. Contemporaneamente, lavoro.

Faticoso?
Molto. Purtroppo essendo uno sport di squadra non possiamo entrare nelle forze speciali: facciamo una vita da atlete professioniste ma abbiamo anche una vita professionale. Speriamo che Tokyo sia l’occasione e l’incentivo per trovare una soluzione a questo problema: fare spazio anche allo sport di squadra nelle Forze armate, o comunque garantire anche a noi permessi speciali per motivi sportivi. Altrimenti è davvero difficile. Ma non posso rinunciare allo sport, che mi ha dato e mi dà moltissimo.

Siete pronte per Tokyo?
Prontissime. Siamo emozionate e cariche. E’ una gioia incredibile. Ora si è anche alleggerita la paura del Covid, perché abbiamo saputo che lì la situazione è sotto controllo. Già dalla scorsa settimana stiamo cercando di ridurre al minimo i contatti.

Ti sembra che le Paralimpiadi ricevano la giusta visibilità?
Sicuramente una visibilità maggiore rispetto al passato. Ed è una visibilità importante, non tanto per noi che partecipiamo, ma per le persone disabili che da casa possono seguirci e scoprire che possono anche loro fare sport. Perché per me lo sport è stato questo: l’ulteriore conferma, nel mio caso, che tutto fosse ok.

Un augurio per te e per tutta la tua squadra in partenza?
L’augurio non è di andare a medaglia, ma di arrivare lì e giocare come sappiamo fare, mettendo in campo tutto il nostro entusiasmo e la capacità di fare.