Brescia – Al di fuori dell’ordinarietà ricorrente, certe notizie riportano alle variabili di insolite evenienze. Tra queste, la traccia indelebile di una cronaca minimale che, essendo lontana nel tempo, nel merito, cioè, di quando i fatti si sono verificati, pare evocare, insieme al passato, le rispettive caratteristiche di un evento ad essa correlato.

Un avvenimento compromesso con l’insieme a cui l’epoca stessa si presta ad essere da riferimento, perchè tale periodo risulta, tuttora, da cornice al suo corrispondente contesto.

Nel ruolo da protagonista è la figura umana, posta nel camaleontico passaggio delle innumerevoli realtà dove ciascuno ha dato vita ad un proprio percorso, in un modo od in un altro, contraddistinto da quegli elementi personali che ne hanno sviluppato l’ingenerarsi di un peculiare racconto, ispirato alle molteplici vicende esistenziali, proprie di un breve o di un lungo corso.

In certi casi, l’imperativo iniziale di uno specifico ambito particolare si svelava, da subito, mediante le appariscenti conseguenze di una variabile appurata rispetto al consueto assetto naturale che, ad esempio, su “La Sentinella Bresciana” del 6 agosto 1887, ne documentava il concetto essenziale in una, quanto meno, curiosa testimonianza, pure ratificata da una rappresentanza plurale: “Il Club delle sei dita – Tra le autenticità di Londra è il Club delle sei dita (The sixfingered Club) cioè degli uomini che hanno sei dita per mano. La settimana scorsa il presidente del Club lesse un rapporto statistico, dal quale risulta che, secondo gli ultimi calcoli, vi sono al mondo 2173 persone con sei dita per mano, 431 con sette e una, al Madagascar, con otto. Il presidente aggiunse che si pensava di pubblicare della musica per pianoforte scritta apposta per queste mani. L’annunzio fu accolto con entusiasmo“.

Da una sorta di eccedenza, rispetto all’invalso apparato anatomico, costitutivo dell’uomo, nelle sue articolazioni di pertinenza, fino ad un limite che rasentava, invece, in una misura in difetto, una manifestazione solitamente espressa secondo un disinvolto ed uno spontaneo effetto, un altro quotidiano locale attestava il caso estremo di un, così riportato, “sbadiglio madornale”, riferito da “La Provincia di Brescia” il 18 dicembre 1879, dando spazio, stavolta, ad un fatto bresciano che, per essere considerato, non aveva bisogno delle statistiche d’oltre Manica, presenti nelle precedenti cifre del fenomeno sopra citato: “C’è uno a questo mondo che, abitando e usando i paraggi di San Faustino, non conosca il calzolaio Barilì – sul certificato di battesimo Barilini? (…) suole pigliarsi lo spasso di fare la burletta a quanti di là passano, mandando ai cieli, sonori, sonorissimi sbadigli. Ma, ieri l’altro, spalancata la bocca molto più del bisogno, chè, che non è, sissignori, che non la si può più chiudere! I compari e le comari gli furono tosto addosso, e fecero le più omeriche risate in vedendo quel burlone di Barilì con tanto di bocca e tanto d’occhi. Breve; si dovette correre pel medico; il quale constatato che la bocca era proprio andata fuori dei gangheri, consigliò immediato trasporto dello bloccato Barilì all’ospedale. Dove quei bravi medici gli assegnarono non senza le spine di acuti dolori, l’apertura più necessaria pei viventi“.

Per qualcun altro, il confine, delimitante uno stato di fatto irriducibile, pare potesse essere congetturato nelle modalità stesse del suo fatale soccombere, confondendo forse la presunta causa scatenante, con il drammatico risultato devastante, che, di tutta una vita, pareva sancire la fine in una sorprendente modalità repentinamente subita, come si trovava esemplificato ne “La Provincia di Brescia” del 25 maggio 1899, secondo i termini sommari di estemporanee spiegazioni occasionali: “Bambina morta per lo spavento – Il temporale scatenatosi l’altra sera ha voluto la sua vittima. La bambina Squintani, abitante fuori Porta Stazione, presso l’osteria del Primo Cavallino, causa tale temporale ebbe a riportare grandissimo spavento che le causò forte malore, per il quale, poco dopo, cessava di vivere“.

Diverso genere di emozione, sembra sia capitato altrove, con analoghe ripercussioni di funeste combinazioni che, a Brescia, erano divulgate sulla carta stampata, tra le informazioni provenienti dalle località più disparate, secondo il genere rimarchevole di una curiosa situazione, fatalmente imbrogliata dall’allinearsi dei suoi particolari frappostisi sul profilo di una soluzione equivocata in un subentrato errore: “Tristi conseguenze di un errore telegrafico – Un giornalista di San Malò in Francia ricevette un telegramma che diceva: “Vostro cognato è morto”. Il cognato, ufficiale dell’esercito attivo, era stato, invece, decorato. Il telegrafo aveva scambiato “decorè” (decorato) per decedè (morto). Disgraziatamente il telegramma fu aperto dalla moglie dell’ufficiale che era incinta e che, presa da convulsioni, abortì“.

Teatro Grande di Brescia

Il corso della vita incipiente poteva, pure, denotare tutt’altro epilogo, rispetto al caso precedente, testimoniato da “La Sentinella di Brescia” del 4 agosto 1887, nel merito, cioè, della prospettiva di una nascita imminente, relegando qui, all’opposto, gli esiti di una nascita, invece, sorprendente, a somma di una famiglia già numerosa nella sua costituzione ingente, come risulta fra le pagine de “La Provincia di Brescia del 4 luglio 1898: “Fecondità prodigiosa – Ci scrivono da Rovato 4 – Ieri nel vicino Pedergnano frazione di Erbusco certa Mingotti Giacinta d’anni 40 moglie di Brescianini Virgilio contadino d’anni 42 dava felicemente alla luce quattro bambini, due maschi e due femmine, per nulla accennanti di voler ritornare in grembo a Dio. La gioia del fortunato genitore non è a descriversi, massime che la cara e prilifica consorte ebbe a regalargli in poco più di quindici anni altri undici figli, dieci dei quali tuttora vispi e prosperosi“.

Ancora dal setacciato tessuto locale, un ennesimo particolare, riportava, tra i fatti descritti sul giornale, alcuni spunti per una riflessione più generale che, in questo caso, sembravano rappresentare la genuinità di una osservazione umana catturata all’atto del suo rapportarsi in un confronto diretto con l’esile riproduzione di una sua possibile caricatura, interpretata da un marchingegno, allora ritenuto sensazionale.

Tale testimonianza, appariva da “La Sentinella Bresciana” del 28 agosto 1887 che, al tempo stesso, descriveva implicitamente uno scorcio di una fra le principali arterie viarie cittadine, in un tratto pure immaginabile fra l’incombere di dolci e nell’ampio susseguirsi di vetrine: “Un bellissimo automa, rappresentante un moro che canta e si accompagna alla chitarra è esposto in una delle vetrine dello splendido e rinomato negozio di pasticceria del signor Pietro Murari sul corso del Teatro: E’ l’ammirazione di tutti e specialmente dei bambini e, insieme all’odore di certi pasticcini molto pschutt, è un eccellente richiamo per i passanti“.