Parola di re: in macchina, non più di venti chilometri all’ora. Ridotto il pericolo di eventuali incidenti e fattiva la contestuale possibilità di itinerari percorsi nella cornice di una scorta di ciclisti del servizio d’ordine, messi nelle condizioni di muoversi alla velocità che, allo stesso re, pareva meglio confacente per i suoi spostamenti.

Era l’inizio del Novecento, quando le automobili erano ancora intese anche al maschile, quale sostantivo, all’epoca, relativo ad un mezzo d’elite che non aveva acquisito la sua definitiva ed attuale versione al femminile.

“Gli automobili” recitava, infatti, la Gazzetta Ufficiale dell’allora Regno d’Italia, nel modo usato dal quotidiano “La Provincia di Brescia” del 12 febbraio 1901, in relazione al da poco, in quei giorni, pubblicato “regolamento sugli automobili”.

In tale documento era, fra l’altro, prescritto cheLa velocità di corsa degli automobili non deve eccedere i venticinque chilometri all’ora in aperta campagna ed i dieci nelle contrade abitate”.

Tale prescrizione che si approssimava a quanto pareva fosse l’andatura reale a bordo delle quattro ruote, si accompagnava anche ad un più vasto insieme di ulteriori ed articolati aspetti connessi all’uso del normato mezzo automobilistico e più precisamente, fra gli altri, all’indicazione che era funzionale a mettere pure in chiaro che “Per far circolare un automobile occorre ottenerne la licenza dal prefetto della provincia mediante domanda, la quale contenga le generalità del richiedente, il libretto dell’automobile (rilasciato dalle autorità dopo la prova) e l’attestato di idoneità del richiedente nel guidare l’automobile. La licenza è valevole per tutto il Regno. L’automobile deve avere una targa fissa in metallo, nella sua parte posteriore, che conterrà il nome della provincia ed il numero della licenza”.

Il ritratto, dato all’uso in strada di questo mezzo di spostamento a motore, sembrava coesistere con i più praticati e singoli sistemi, interpretati nel genere della circolazione, che erano, in quel tempo, affidati, caso per caso, alla diversa tipologia dei soverchianti veicoli con i quali la quotidianità sdoganava il progressivo incombere del presente, conformandolo allo stratificato passato di una asseverata tradizione sopravvivente.

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Il re in auto al castello di Racconigi

In pratica, i meccanici “cavalli a vapore” si trovavano spesso in strada con i quadrupedi in carne ed ossa, come, attestava una precisazione di stampa di qualche anno dopo, pubblicata per smentire il sospetto di una velata insinuazione che sembrava essersi concretizzata nella cronaca di quei giorni, in relazione alla documentata dinamica di un avvenuto incidente stradale alla quale la stessa fonte si era prestata ad essere allusiva di una supposizione, riferendone il tenore di una certa portata che al monarca si riconduceva in una compartecipe attribuzione: “7 gennaio 1908. La Sentinella Bresciana”: “Carrettiere ribaltato soccorso dal Re. Una smentita opportuna. Roma, sei notte. Il 23 dicembre p.p. Verso le ore 10 del mattino il carrettiere Ottavio Passaglia usciva dalla sua stalla in contrada Ostiense, presso Roma, con un carretto tirato da due muli; il Passaglia era diretto verso via S. Paolo, ma i muli impennatisi si volsero dalla parte opposta travolgendo il povero carrettiere che si ebbe fratturata la gamba destra. Fu trasportato all’Ospedale della Conciliazione dove trovasi attualmente in cura. Passò poco dopo da via Ostiense in automobile il Sovrano il quale, informato della disgrazia toccata al povero carrettiere, ordinò che venisse a questi elargite L. 500 e fece chiedere anche notizie delle di lui condizioni di salute. Qualche giornale scrisse che si trattava di una disgrazia da attribuirsi all’automobile del Re, ma posso, invece, assicurare che il Sovrano passò da via Ostiense in automobile soltanto quando la disgrazia era già avvenuta e l’atto generoso da lui compiuto non fu una riparazione di danno, ma bensì un’opera nobilissima di carità. E’ noto, inoltre, che per ordine del Re le sue automobili tengono sempre una velocità moderata che non supera i 20 km all’ora così che gli agenti ciclisti possono benissimo tener loro dietro”.

Qualche mese dopo, sarebbe stata, invece, la volta del sovrano il trovarsi ad essere, per così dire, disarcionato.

Ne è rimasta traccia nelle parole usate per descrivere l’incidente accadutogli in un viaggio, lontano da Roma, secondo il resoconto giornalistico, apparso sabato 10 ottobre 1908, sul quotidiano “La Sentinella Bresciana”, nella fitta prima pagina che risultava caratteristica anche ai termini di questa testata d’informazione, nella sua corrispondente veste tipografica di greve risoluzione: “Grave incidente d’automobile al Re a Piacenza”:“La vettura in un fossato. Ci telegrafano da Roma, 9 notte: Un telegramma da Piacenza reca la notizia d’un grave incidente accaduto oggi all’automobile col quale viaggiava il Re. Eccone i particolari: Poco dopo le ore 17 arrivavano oggi alla stazione ferroviaria di Piacenza sopra una modestissima carrozzella di campagna guidata da un contadino, tre signori in abiti da automobilisti nei quali molti presenti, specialmente i funzionari di servizio e il personale della stazione, riconoscevano, con grande meraviglia, il Re Vittorio Emanuele III, in compagnia del tenente generale Brusati e del comm. Ferretti. L’improvviso arrivo del Sovrano fece subito pensare a qualche incidente del quale qualche dettaglio fu poi riferito dal contadino che guidava la carrozzella. Il re ed i suoi compagni di viaggio provenivano da Rivergaro in provincia di Piacenza dove avevano (viaggiando come suole il Sovrano nel più stretto incognito) visitato il circuito del Penica sul quale si svolsero pochi giorni addietro le gare degli automobili da trasporto. Era stato appunto presso Rivergaro che l’automobile reale, causa lo scoppio della camera d’aria d’un cerchione di sinistra, si era rovesciato nel fossato laterale alla strada. E fu gran ventura, perchè, se la vettura si fosse rovesciata, invece, dall’altro lato della strada, il salto sarebbe stato fatale, essendo quel punto assai pericoloso. Tanto il Re che i suoi compagni non riportarono la più leggera scalfittura e completamente incolumi abbandonarono la vettura nel fossato e, fatta attaccare da un contadino del luogo, la modesta carrozzella si fecero condurre alla stazione di Piacenza. Il Sovrano si mostrava calmo e sorridente ed, appena giunse il treno, salì in un vagone salon col generale Brusati e col comm. Ferretti, proseguendo per Torino, salutato con deferente devozione dai presenti”.

L’auto del Re si profilava pure sulla scia di un generale impiego d’uso del motore, allora assestatosi anche in prototipi, sperimentati fra sport e tra pratici mezzi di comunicazione, come, fra l’altro, sembrava nel contenuto di un paio di articoli del 1905, una manciata d’anni prima all’incidente occorso al terzetto reale, quale equipaggio incolume da un’uscita di strada, avvenuta nelle terre emiliane d’occidente.

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Entrambi pubblicati sul giornale “La Provincia di Brescia” del 22 di marzo, la loro coincidenza in una stessa pagina permetteva, rispettivamente, di appurare a proposito di “Una gita automobilistica sul Garda”, condotta con una non meglio precisata “Ford” da un certo sig. Costa di Milano, a margine di una sua partecipazione alla fiera di Verona, come pure consentiva di leggere a riguardo degli sviluppi, nel frattempo, intervenuti “Per un servizio di trasporti automobilistico. Ci scrivono da Milano 21: Il progetto compilato dal rag. Casalis e dall’ing. Rapazzini di impiantare anche in Italia il servizio di trasporti e merci con automobili su strade comuni ha avuto ora la sua definitiva sanzione nell’adunanza di ieri sera. Venne infatti definitivamente stabilita la formazione di una Società Italiana di Imprese e Trasporti con automobili con un capitale di due milioni, aumentabili dietro il parere del Consiglio. Nell’adunanza succinta si propose che l’interessamento dei Comuni che saranno serviti dalle linee automobilistiche proposte e allo studio, abbia ad estendersi anche al miglioramento delle strade, coefficiente necessario al buon andamento dei servizi. Il Comitato promotore risultò così composto: conte Giulio Venino, conte Giuseppe Visconti di Modrone, ing. Comm. Campiglio, avv. Borioli, avv. Comm. Leone Scolari, Marchese Rosales, cav. Codignola, Vittorio Manusardi, in. Carlo Negri, avv. Rinaldo Riva, ing. cav. Giulio Rusboni Clerici, dott. Pietro Restelli, ing. Rapazzini, ing. Casalis, conte Gino Durini”.

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