Tempo di lettura: 3 minuti

di Letizia Piangerelli

Durango, capitale dell’omonimo stato a nord della Federazione Messicana, è una città pulita ed efficiente, lastricata di grandi opere e ambiziosi progetti, che il governo locale ci ha mostrato con orgoglio, ripercorrendo con suoni, sapori e suggestioni, il passato glorioso del cinema western e della revolución.

Pancho VillaProprio qui, più di cento anni fa, venne alla luce Doroteo Arango Arambula, un semplice peon, figlio di braccianti da generazioni a servizio dei padroni. Un uomo umile, un analfabeta, che pure ebbe l’intuizione di stringere nelle sue mani le sorti della storia nazionale. Era il 1910 e dalla sierra di Durango, Doroteo abbandonava per sempre la vecchia pelle, per diventare Pancho Villa, uno dei padri della rivoluzione messicana.

L’uomo che insieme ad Emiliano Zapata, fu temuto dai governi non per la sua stazza o per la sua veloce carabina, ma per ciò che rappresentava: i rancheros, i peones, tutti i diseredati del Messico che con lui tornavano a credere in una ribellione possibile.

Molte altre lotte sono passate da allora, mentre il Messico si guadagnava poco a poco uno dei posti d’onore tra i moderni paesi emergenti. Con un ritmo di crescita costante, un tasso di inflazione contenuto, accordi commerciali privilegiati e le immense risorse che riceve dai suoi emigrati, il paese oggi può giocare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale.

Eppure non tutti i nodi sono stati risolti, permangono ancora contraddizioni, discriminazioni, forti ingiustizie sociali. La ricchezza, la forza produttiva ed il potere, continuano ad essere questione di pochi, grandi, padroni e anche qui, in questa terra feconda di petrolio, fagioli e mais, la grande finanza passa al di sopra delle teste della maggior parte della popolazione. Certo, le PMI messicane oggi corrono sull’onda di una congiuntura economica favorevole, ma senza possibilità di accesso ad un credito onesto e lungimirante, sanno di non poter guardare con fiducia al futuro.

E’ con questa consapevolezza che le autorità dello stato di Durango ci hanno invitato a visitare il loro paese – uno dei più strategici della nazione Messicana, punto di snodo di merci e persone con destinazione U.S.A. – per vedere come promuovere e rafforzare il sistema delle cooperative di credito locali, linfa vitale per un reale sviluppo duraturo. In Messico il credito cooperativo ha già una sua storia, frammentata in una miriade di istituzioni locali, diverse per dimensione e organizzazione giuridica, che navigano come possono tra le esigenze della comunità e i limiti imposti al loro operare.

Abbiamo incontrato molte organizzazioni, molta gente, in questi pochi giorni. Ci hanno raccontato esperienze e timori. E come tante volte mi è capitato di osservare, la storia della nostra banca, delle banche di credito cooperativo italiane, ha catturato l’attenzione, ha sollevato domande, acceso speranze, generato un entusiasmo sano: quello che porta alla voglia di replicare.

Tuttavia, resta in sottofondo una sfumatura di diffidenza, la sensazione che finora lo Stato è stato molto presente, paradossalmente troppo presente, accompagnando con sussidi e donazioni i produttori e le casse rurali, distribuendo con mano generosa gli effimeri frutti del petrolio nazionale. Cosa succederà quando tanta abbondanza avrà fine? I campesinos e i rappresentanti indigeni che abbiamo incontrato non sembrano avere una risposta, concentrano in un sentimento di precarietà e dipendenza le loro reticenze, i loro timori. Eppure, mi chiedo cosa abbia spinto Pancho Villa – un contadino, uno che in fondo era nato nessuno – a lanciarsi nell’impresa di cambiare secoli di stratificazione sociale.

Lo hanno descritto come un rivoluzionario con una mentalità da rapinatore di banche, un uomo che non sapeva leggere ma fondò 50 scuole, un violento, un bandolero. Ma in fondo, prima di tutto, Pancho Villa è leggenda, il mito in carne ed ossa di una utopia realizzabile. Nonostante le distese lunari dell’altipiano della sua Durango fossero possenti, giganti, immense, deve aver pensato che anche per uno piccolo come lui ci fosse possibilità di riscatto.

E che per farlo non fosse necessario un esercito, onorificenze o ricchi capitali, ma potessero bastare volontà e coraggio. O il bisogno urgente ed autentico di spingersi oltre le proprie paure.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *