Colonne vestite, pari tessuti rosacei, elegantemente perpendicolari in aderenza alle lesene, lungo i lati sontuosi della Chiesa dei Santi Patroni Faustino e Giovita di Brescia, affacciata sull’omonima via, per la verità, toponomasticamente dedicata, a differenza di questo seicentesco edificio religioso, solo al primo dei due martiri, celebrati, però insieme, nella ricorrenza patronale che ne parifica, comunque, in una condivisa versione appaiata, una importante e sentita memoria agiografica d’insieme.

Qui, si rinnova, ogni anno, quell’antica tradizione che ne contempla, attraverso un’attenta dinamica liturgica, l’esposizione del reliquiario afferente tali eroi della Fede cristiana del secondo secolo dopo Cristo, martirizzati a Brescia, nel periodo dell’imperatore Adriano.

Effetti, in ambito locale, di questa corrispondenza fattuale, rispetto, cioè, all’eco di un lontano passato, evolutosi concettualmente nel deposito dei significati custodito nel tempo attuale, non solo di una religiosità ispirata ad una esemplarità da emulare, ma anche nella concomitante derivazione di una sagra popolare, si pone anche la rielaborazione culturale che, ad esempio, in campo vernacolare, può svelare componimenti come, a firma di Pietro Zanoni, risulta nella forma di uno scritto in dialetto bresciano, unitamente ad altri, raccolto da mons. Antonio Fappani, nel suo libro “I santi Faustino e Giovita” edito per “La voce del Popolo Edizioni”: “La fera de San Faustì: / El quindes de febrèr/ l’è ormai ‘na tradissiù/ per Faustì e Giovita/ a Bressa i fa ‘n fistù./ Ghè ‘n veciassì strassàt/ chè ‘l gira ‘l manitì/ e per sbarcà ‘l lonare/ el fa balà i giupì./ Chè grand solennità:/ gh’è ‘l sindech col prefèt/ e dopo messa alta/ i fa on bel banchèt”.

Anche nell’ulteriore diluizione del tempo che, nell’annata bisestile con la quale il 2020 ha pure assecondato le iniziative per tale appuntamento, si è confermata la consueta sensibilità verso questi emblematici riferimenti della radice cristiana, associati al territorio bresciano, contraddistinto, ab antiquo, da tali figure da martirologio romano, nello svelamento dei propri maggiori ed emblematici punti fermi, enucleatisi nello snodo di quell’affermazione identitaria che risulta legata a remote ed, in una certa quota parte, anche a tratti leggendarie manifestazioni fideistiche, a loro volta maturate tra asseverate prerogative pagane, in contrasto con quelle cristiane.

Il contesto, per tale significativa traccia devozionale, è pure espresso nel pregevole manufatto contenente le reliquie attribuite ai santi patroni in questione che, per l’annuale occasione, sono traslate dal luogo della chiesa accennata, dove hanno abituale collocazione, al centro dello stesso contesto consacrato, nello spazio per l’assemblea dei fedeli, per una pubblica ed ulteriormente valorizzata attestazione di venerazione, quale via spirituale che si innalza come l’incenso bruciatovi sul posto, in una propositiva modalità di contemplazione.

Ancora, secondo la pubblicazione sopra menzionata, questo reliquiario è descritto in un preciso ritratto di attribuzione, nella forma ancora attuale, mediante la quale lo stesso ieratico vettore è riscontrabile nella sua effettiva rappresentazione, risalente al 1923, nella propria raffinata fattura, nella resa compositiva avuta mediante una prodiga iniziativa di produzione: “(…) L’urna venne fusa in bronzo, finemente decorata e cesellata in ogni sua parte. La linea generale ricorda l’arca dei Santi che sorge maestosa dietro l’altare maggiore. Ai quattro angoli in basso, stanno quattro angioletti in argento massiccio, e altri due angioletti stanno sul coperchio. Quattro fiaccole, pure, in argento, in alto e quattro piedi in basso; una cartella sul fronte, in alto, coi busti dei santi in rilievo; altra cartella, dietro in alto, ed una minore, davanti in basso portano iscrizioni latine ricordanti le virtù dei santi e l’estrazione delle reliquie dall’urna dell’altare per opera del vescovo G. Gaggia, due giri di pietre dure (ben trecentoquaranta) corniole e lapislazzuli, adornano le cornice dell’urna. L’interno, visibile traverso a cristalli, è rivestito in velluto rosso; due sostegni per la preziosa reliquia sono in argento con braccialetti in oro; i sostegni terminano in placchette in oro tempestato di pietre preziose e perle, offerte dalle gentili signore bresciane, sono sormontati, l’uno, da una crocetta di brillanti-rose, e l’altro, da una “marquise” in mezzo a fogliuzze d’oro. Infine, un filo di perle pende tra l’uno e l’altro sostegno. (…)”.

Qui, rispettivamente, un osso dell’uno e dell’altro, menzionano, con tanto di epigrafe, la prossimità delle figure di questi due santi, mediante l’esibizione, entro tale elegante sede memorialistica, di parte delle loro spoglie mortali, motivo di una liturgica visibilità di condivisione ed, a seguito del compiersi della festa diocesana, prima ancora che patronale, anche destinatari della loro solenne reposizione, avvenuta al termine di una messa celebrata da mons. Maurizio Funazzi, canonico onorario del Capitolo della Cattedrale bresciana, titolare delle parrocchia afferente questa storica realtà pastorale caratteristica all’evento stesso, unita a quella, invece, facente capo alla pure antica chiesa di San Giovanni Evangelista, in altra distinta parte del centro storico di Brescia.