«Un tempo florida capitale della Cina imperiale, la città di Datong è oggi quasi in rovina, inquinata e paralizzata da infrastrutture decrepite e incerte prospettive. Il sindaco Geng Yanbo è convinto di poter invertire la rotta e ha piani ambiziosi per restituire a Datong la gloria passata, a un prezzo davvero caro: abbattere migliaia di case e trasferire mezzo milione di persone (il 30% dei residenti in città). Le possibilità di successo dipendono dalla sua abilità di tenere a bada cittadini inferociti e una élite di partito infastidita dalla sua ambizione. Il ritratto di un politico visionario e inclassificabile diventa quello di un paese, colto nel balzo febbrile verso un futuro sempre più incerto» . Dal sito del Cinema del Carbone di Mantova

Mantova – Un buon documentario conduce al cuore di un problema, ai piedi del suo prodursi. Ci offre l’opportunità di vivere quel problema, come problema, senza farci mai strada verso monte, senza conquistarsi mai un nostro consenso, una nostra idea.
Un buon documentario piuttosto dissoda le nostre idee, come un terreno, le scompatta per farle capaci.

The Chinese Mayor” non è né apologia né condanna, è più semplicemente la storia di un momento della vita di Geng Yanbo, del suo mandato come sindaco di Datong.

Storie che si scrivono in numeri, di solito, ed è così a inizio e fine documentario: 500.000 persone da ricollocare, il 30% della popolazione cittadina. 250.000 quando si parla poi di Taiyuan, capoluogo di provincia 300 km lontano da Datong, 17 cavalcavia, 7 gallerie. Una seconda linea per la metropolitana, lavori in corso per un aeroporto.

Storie che però nascondono storie, le attraversano: di famiglie, vedove, affetti. Quel residuo umano è la traccia dell’onda, il vissuto che diventa maceria, percorso da un muro, le mura storiche di Datong, risorgere, cancellare.

I numeri sono quelli di un rinascimento culturale studiato, voluto, ideale. I numeri del sogno di Geng: Datong prima dell’industrializzazione, Datong la capitale.

Geng vuole dare alla sua città quel passato, per un futuro diverso, un domani in cui Datong sarà Roma o Parigi, città di affabulazione e sogno, percorsa di turisti pronti a vivere la suggestione della rovina, del passato restare, pronti a pensare Datong grande.

Ma è curioso come per ottenere delle rovine si debba passare per delle macerie. Come per costruire un passato si debba annientare la quotidianità di chi è Datong ora, Datong inquinata, dopo le società carbonifere, una trama fitta di case abusive, affetti, relazioni, umanità.

Questo è il cuore del problema. Quanto un’idea progressista, culturalmente ed economicamente, gioverà a queste esistenze che sono l’ora di Datong? Quanta parte di questo ora può essere sacrificata alla Datong grande di ieri e di domani?

Qual è ed è colmabile la distanza tra una proposta comunitaria (quella del sindaco) e le esigenze private, che conoscono solo l’ora e il proprio, dei cittadini che sono quella comunità?

Locandina del filmLe risposte non sono affatto scontate. Sorgono invece altre domande: quanto l’idea di comunità si è sostituita alla comunità reale? In che misura la comunità non è tale per il solo fatto di essere accomunata dal suo riferirsi all’ora e al proprio, dall’essere una comunità di individui? Anche in questo caso nessuna risposta.

E non c’è crisi d’ideologia, mondo nuovo, nuova era. Nulla di tutto ciò. Ci sono ideologie evolversi, contrattualità articolarsi, si cede sempre qualcosa in nome di qualcos’altro e l’individuo che abita l’ideologia del XXI secolo l’ha fatto, come ogni suo antenato, e come ogni suo antenato pensa di non averlo fatto, di difendere una causa giusta, propria e inconfutabile.

Sembra quasi un inferno, questo di non toccarsi mai. Se non con le idee. Comunichiamo questo di noi, le nostre ragioni a esserci, e le difendiamo.

Facciamo un passo indietro: qual è il bene per questa comunità?

Non ha alcuna importanza.

L’oggetto del documentario non è questo. L’oggetto è scendere in quell’inferno, in quelle idee mancarsi senza tregua, per trovare, lì, ancora, una traccia, l’uomo.

L’uomo è problematico. E l’uomo è il cuore del problema. Quel che il numero non include, non spiega mai, quello che sfugge a un’azione di riforma voluta da un sindaco, dal partito o da chissà chi.

Il partito, come altro dell’uomo, è il mostro che abita la conclusione del film. Impersonale. Elegge Geng come unico candidato, poi lo sposta da Datong a Taiyuan, lasciando spazio solo allo stupore colmare i volti dei cittadini. Alle proteste contro quella disposizione così assurda e arbitraria. Non c’è spazio per alcuna replica, perché la protesta non ha indirizzo, è una supplica al sindaco perché faccia un passo indietro, perché resti, ma a scegliere è il partito, e ha scelto per 300 km lontano, a Taiyuan. E del resto per Geng Taiyuan vale Datong: «ci saranno grandi cambiamenti a Taiyuan» dice con tono ovvio e quasi stanco al documentarista nelle sequenze finali. Lotterà ancora per la sua città ideale, altrove.

E’ davvero singolare questo inferno, dove per sopportare la propria umanità è necessario affidarsi a un’idea, a un partito imperscrutabile, le cui scelte non lascino scampo, le cui scelte non contemplino il problema che è l’uomo.

“The Chinese Mayor” sarà in sala martedì 23 febbraio, alle 18.15 e alle 21.15 presso il Cinema del Carbone di Mantova nell’ambito della rassegna Mondovisioni curata da Internazionale e CineAgenzia.

Il film, diretto dal regista Hao Zhou, verrà proiettato in lingua originale con sottotitoli in italiano. Presenta il film Nicoletta Ferro, docente all’Università Bocconi di Milano e curatrice del volume “Sviluppo sostenibile e Cina“.