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Tiro al piccione a Canton Mombello.
Fra le, tante ed ancor di più, circostanze prossime alla concentrazione dei tanti vissuti raccolti nell’ormai conclamata sede penitenziaria bresciana, c’era stato anche questo impatto agonistico, riversatosi sui quei giorni lontani dove, un certo tipo competizione sportiva, utilizzava la zona situata nelle strette vicinanze di tale carcere cittadino dove armare il fucile e prendere la mira su un povero piccione che si giocava la vita.

Il piccione dovrà essere ucciso al volo perché il tiro sia valido e si potranno fare i due tiri allo stesso piccione”, recitava l’articolo 16 dello “Statuto e Regolamento della Società del Tiro al Piccione in Milano approvato nell’adunanza tenutasi il giorno 27 febbraio 1872”.

Una di queste gare accadeva a Brescia, nel tardo inverno del 1924. Il 3 marzo di quell’anno il quotidiano ”La Sentinella” ne diffondeva la notizia: “Stand di Canton Mombello – I tiri di oggi e di domenica. Oggi, mercoledì, alle ore 12,30 allo Stand di Canton Mombello si inizierà il tiro speciale. Serie di 4 piccioni da sparasi consecutivamente. (…)”.

Dalla distanza compresa fra 23 a 26 metri i giocatori potevano cimentarsi ad impallinare tali pennuti. Diversa sensibilità animalista coesisteva, fra l’altro, nella stessa pagina di giornale nell’avvisare a proposito dell’opportunità di una “Mancia competente a chi consegnerà in via Porcellaga 3 un cane levriero con mantello marrone, a macchie bianche che risponde al nome di Moschin”.

Non è dato sapere se il cane ricercato sia poi, in un qualche modo, ritornato a casa, ma del tiro al piccione, nei pressi degli spazi aperti attorno alla nota struttura detentiva di Canton Mombello di via Spalto San Marco, non ne esiste più, da tempo immemore, alcuna traccia, come generalmente non si sente più parlare di tale disciplina venatoria, addirittura declassata dalla natura olimpionica, prima praticata anche ai livelli della variegata kermesse cosmopolita.

Tracce bresciane di questa specialità se ne trovavano anche in provincia, pure negli anni aperti agli esordi del cosidetto “secolo breve”, quando da Chiari un’indicazione a riguardo si faceva strada fra le informazioni pubblicate dal giornale “La Provincia di Brescia” del 30 maggio 1914, dettagliando il costo di ogni piccione ed una forma di autofinanziamento dell’organizzazione delle medesime gare, in aderenza alle quote di iscrizione di tali competizioni, per profondere il quid dei relativi premi ad esse corrispondenti: “Chiari, 28 – Domenica 31 maggio 1914 allo Stand Palazzina avranno luogo gare di tiro al piccione col seguente programma: ore 12,30 – apertura dello stand – piccioni d’esercizio. Ore 13,30 – Poules (puntate) d’apertura – Iscrizione L. 10 – 1 piccione a m. 24 – gare sino a m. 28 – premio unico 80 per cento delle iscrizioni . Ore 14,30 – Tiro generale (5 piccioni a m. 23, gara sino a m. 28). 1 Premio L. 170 – 2 Premio L. 120 – 3 Premio L. 50 – Totale L. 500 – Entratura per i soci L. 10 – (Non soci L. 12). Le iscrizioni sono aperte per i non presenti fino alla fine del 5° turno. Tiro di chiusura 1 piccione a m. 25 – gara sino a m. 28 – Entratura L. 8. 1 Premio 50 per cento 2 Premio 25 per cento sulle entrature – Doppietto finale – Entratura L. 10 (premio unico 90 per cento delle iscrizioni). Piccioni a lire 2. Servizio armaiolo a ristorante – Regolamento Milano – Il tiro avrà luogo con qualunque tempo e numero di tiratori”.

Nella lunghezza d’onda dei tiri andati a segno a Brescia, era novità di quegli anni l’ultimazione del carcere “Canton Mombello” che si materializza sul piano di quegli aspetti destinati a perpetuarsi nella prospettiva di un’accresciuta operatività giudiziaria, in relazione al servizio ancora in atto di “casa circondariale” negli spazi che contraddistingue con la propria denominazione, a differenza del tiro al piccione con cui la sua stessa zona, rispetto ad un secolo prima, non ha più a che fare.

Era l’inizio del mese di febbraio 1915, quando questa struttura riceveva un’ulteriore attenzione giornalistica, dopo le notizie diffuse nei giorni della sua avvenuta inaugurazione, secondo l’intervento a margine dell’avvio d’uso dei medesimi ambienti sintetizzato dal periodico locale Brixia: “Il nuovo cellulare. Le vecchie, luride carceri di Broletto, di S. Urbano, del Carmine, sono finalmente vuote; i detenuti furono trasportati al nuovo cellulare di Canton Mombello ora ultimato. Attualmente sono 178, di cui 11 donne e 9 minorenni essendo, agli effetti carcerari, considerati minorenni i detenuti al di sotto degli anni 18. L’arredamento del nuovo cellulare, costruito secondo i criteri più moderni e quindi pienamente rispondente alle norme igieniche, è completamente nuovo. Vi sono 144 celle che servono per gli inquisiti; 21 cameroncini ciascuno dei quali può contenere otto detenuti; 13 celle di punizione, di cui 2 per minorenni, 4 di segregazione, una per donne; celle a pagamento; 19 cortili di passeggio. Sono separati i riparti per le donne e per i minorenni; e per quest’ultimi c’è una scuola affidata al Cappellano. Ogni domenica ha luogo nella Cappella centrale il servizio religioso e la conformazione dell’edificio è tale da permettere da ogni cella, la visione dell’altare. Sei sono i bagni a doccia, con riscaldamento. Modernissimo l’impianto della cucina; ben disposta l’infermeria, con relative celle d’isolamento per malattie infettive e riparto speciale per il personale di guardia. Speriamo che le migliorate condizioni di ambiente possano influire in modo benefico sull’animo dei detenuti. La costruzione dello stabilimento, in seguito ad appalto, fu affidata all’impresario cav. Canevali di Breno che la portò a termini con coscienza e diligenza”.

Curiosità semantica, il termine utilizzato di “cellulare” è il sostantivo che, nell’articolo trascritto, appare proprio di quel significato che è stato usato, dalla metà dell’Ottocento fino all’avvento, molto più in là a venire, dei noti strumenti della telefonia mobile, per indicare tanto le prigioni, nelle quali i detenuti erano segregati, alludendo alla loro cella, quanto i veicoli, prima carrozzoni trainanti da cavalli e poi furgoni, impiegati per il loro trasporto, anche suddivisi in compartimenti differenti, onde evitare che potessero comunicare fra loro.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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